Rassegna stampa 26 maggio

 

Napoli: detenuto di 46 anni muore suicida a Secondigliano

 

Il Mattino, 26 maggio 2006

 

Avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2007. Si è invece tolto la vita tre giorni fa, in una cella del carcere di Secondigliano. Pino Lorenzo 46 anni, napoletano e padre di tre figli si è impiccato martedì pomeriggio, nell’istituto penitenziario di Secondigliano. Sale così a due il numero dei detenuti che si sono suicidati in una sola settimana a Secondigliano. Il 18 maggio, infatti, Lucio Addeo, 44 anni di Palma Campania, incensurato, titolare di una delle più floride aziende di frutta secca, è stato trovato, verso ora di pranzo, con un lenzuolo stretto alla gola.

Anche lui si è impiccato nella cella dove era recluso da solo perché accusato di tentata estorsione per conto di un clan. Addeo, tuttavia, si era sempre proclamato innocente, anzi aveva spiegato di essere lui stesso vittima degli estorsori del clan. Probabilmente alla base di un gesto così estremo c’era la vergogna per una carcerazione da lui ritenuta ingiusta. E risale ad appena qualche mese fa, un altro suicidio, il terzo verificatosi tra le mura di Secondigliano.

Una storia molto diversa quella di Pino Lorenzo. Le porte di Poggioreale si erano aperte una prima volta per lui qualche anno fa ma, dopo tredici mesi di reclusione, era stato riconosciuto innocente del reato contestatogli ed era tornato in libertà. Ma solo per pochi mesi perché, in base alla legge ex Cirielli era stato nuovamente arrestato per un precedente reato, alla fine del 2005. A marzo aveva però lasciato Poggioreale, dove era seguito dallo staff medico del penitenziario per essere trasferito nella I sezione di Secondigliano. Durante la detenzione i suoi problemi di salute si erano però aggravati. "È la cronaca di una morte annunciata - dice padre Fabrizio Valletti, gesuita, da anni assistente volontario alle carceri e che ha seguito Lorenzo durante la detenzione -.

I suoi pur gravi problemi di salute erano infatti già noti come pure si era a conoscenza della sua volontà di togliersi la vita. Più volte infatti aveva tentato il suicidio. È grave non aver provveduto così come prevede l’ordinamento carcerario, a seguirlo con la dovuta attenzione. Magari avrebbero potuto essere adottate, date le sue condizioni provvedimenti alternativi". Dal carcere, però, nessuna dichiarazione sull’accaduto.

Nonostante i ripetuti tentativi di ottenere un commento sull’episodio, dall’istituto fino a tarda sera hanno risposto che non erano presenti responsabili abilitati a rilasciare dichiarazioni. A dare notizia della morte di Lorenzo è stata l’associazione Antigone Napoli che ha costituito un osservatorio nazionale sulle condizioni della detenzione. "È amaro constatare - dice il portavoce Dario Stefano Dell’Aquila - che si tratta di un fenomeno in aumento. Tre suicidi in pochi mesi rappresentano un fenomeno allarmante. Ci auguriamo che il ministro della Giustizia intervenga per interrompere questa triste contabilità".

Giustizia: Antigone; è iniziato il "dopo-Castelli" e il "dopo-Fini"

di Stefano Anastasia (Associazione Antigone)

 

Passato l’ingorgo istituzionale, la XV legislatura e il secondo Governo Prodi iniziano la loro avventura. Con loro inizia il "dopo-Berlusconi" e, per quanto ci riguarda, il "dopo-Castelli", il "dopo-Fini" e il "dopo-Giovanardi". Debutta una nuova stagione politica, eppure ci si muove a tentoni. Il quadro politico, si sa, non è quello previsto fino a poche settimane prima delle elezioni: la nuova legge elettorale da una parte, e il genio politico di Berlusconi dall’altra, hanno ridotto al lumicino la maggioranza parlamentare di centro-sinistra.

Che ne sarà delle innumerevoli pagine del programma dell’Unione? Quanti di quegli impegni saranno mantenuti? La risicata maggioranza sarà un alibi per l’inerzia o l’occasione per una maggiore compattezza e fedeltà a quel minimo comune denominatore programmatico sottoscritto a inizio anno? Sono questi gli interrogativi aperti in questi giorni.

Certo è che una rilevanza particolare avrà la qualità del Governo e la direzione politico -amministrativa delle sue strutture. È finanche banale dirlo: con quei numeri in Parlamento, la capacità di gestire e indirizzare la macchina amministrativa in senso riformatore è essenziale. Lo è sempre, nel breve come nel lungo periodo, se non si vuole appendere le riforme alla statica eleganza del dover essere. Lo è particolarmente in questa fase, quando si cercano segnali di cambiamento che il Parlamento solo nel tempo, e a fatica, sarà in grado di dare.

Non a caso Antigone ha voluto dedicare il suo primo incontro post-elettorale alla riforma dell’amministrazione penitenziaria e alla sua capacità di rispondere alla funzione che le attribuisce la Costituzione, laddove stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. D’accordo Sandro Battisti (Margherita), che sottolinea la necessità di distinguere le politiche le politiche di sicurezza e di contrasto della criminalità da quelle dell’esecuzione penale, mentre Massimo Brutti non ha timore a sbilanciarsi fino a dire che nella gestione delle carceri il centro-sinistra si giocherà gran parte delle sue cartucce sul versante della giustizia penale. Staremo a vedere. Intanto, riparte la discussione sulla possibilità di varare un provvedimento di clemenza, capace di alleggerire la pressione del sovraffollamento penitenziario e di dare un segnale di inversione di tendenza nelle politiche penali. Giustamente Romano Prodi, rispondendo alle sollecitazioni di Marco Pannella, dice che questo è il momento giusto, a inizio di legislatura, lontano da ricatti elettorali.

Solo ora infatti le armi degli imprenditori politici dell’insicurezza, degli sciacalli della paura della criminalità, sono spuntate, impossibilitate a generare la corsa al ribasso che ha fatto naufragare i recenti e ripetuti tentativi di raggiungere il più alto quorum parlamentare, quello che non è richiesto per l’elezione del presidente della repubblica, dei presidenti dei due rami del parlamento, dei giudici costituzionali, né tanto meno per le riforme della costituzione, ma è imposto al varo di qualsiasi provvedimento generalizzato di clemenza.

L’avevamo detto all’indomani dell’ultimo naufragio, dopo la marcia di Natale e la convocazione straordinaria della Camera alla vigilia di San Silvestro: un provvedimento deflativo della popolazione detenuta è una necessità irrinunciabile del nostro sistema penitenziario, se non si vuole mandare alle ortiche anche il secondo dei principi costituzionali in materia di esecuzione penale, e cioè che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Lo sa bene il nuovo Presidente della Repubblica, che per la sua ultima manifestazione di piazza, nel dicembre scorso, scelse proprio la marcia di Natale per l’amnistia. Alle forze politiche spetta la responsabilità di riconoscere questa urgente necessità, ne va della loro credibilità e autorevolezza. Unione, Forza Italia e Udc (le forze disponibili a discutere di una simile, impegnativa scelta) in questa legislatura fanno i due terzi di ciascuna camera. Non resta che metterle alla prova dei fatti.

Fondata, del resto, è la preoccupazione di quanti richiamano l’attenzione sui fattori di accumulazione di un simile sovraffollamento penitenziario (che, giova ricordarlo, non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana). E allora il Parlamento dovrà fare i conti con le tre terribili leggi della passata legislatura: la legge Cirielli contro i recidivi, la legge Bossi-Fini contro gli immigrati e quella Fini-Giovanardi contro i consumatori di droghe.

Lo ricordava il neo-presidente dei senatori di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena, all’indomani dell’annuale appuntamento della Million marijuana march. Per ora sulla popolazione detenuta sono visibili solo gli effetti della legge sull’immigrazione: nel corso del 2005, 9.000 sono stati gli ingressi in carcere per il mancato allontanamento dal territorio italiano di immigrati soggetti a provvedimento di espulsione perché privi di titolo di soggiorno; più di tremila dei sessantamila detenuti sono in carcere in virtù di questo reato senza vittime, conseguente alla trasgressione di un diktat amministrativo. E sono attesi come fiumi in piena gli effetti della legge Cirielli e del decreto Fini-Giovanardi, approvati agli sgoccioli della legislatura e a regime da poche settimane.

Servirà dunque una capacità di iniziativa e di confronto parlamentare, per cancellare queste vergogne e per spostare più avanti la barra della legislazione in materia. Si pensi solo alla proposta del cartello "dal penale al sociale", prontamente riproposta da Marco Boato, che farebbe giustizia non solo delle oscenità della Fini-Giovanardi, ma anche delle stesse ambiguità della legislazione precedente. Il sentiero è stretto, ma non bisogna disperare della capacità di mantenere in parlamento gli impegni presi in sede programmatica (riforma del codice penale, della legislazione sulla droga e sull’immigrazione, istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, ecc.) e magari anche della possibilità di conseguire maggioranze più ampie di quella governativa: con il passaggio all’opposizione, gruppi e singoli parlamentari del centro-destra possono liberarsi del ricatto leghista e fascista che nella passata legislatura ha imposto, p. es., la nuova legge sull’immigrazione e ha impedito l’istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà. Una legislatura difficile, insomma, ma ancora tutta da scrivere.

Trento: il neo-senatore Santini visita il carcere; sono scosso

 

L’Adige, 26 maggio 2006

 

"La mia visita è la dimostrazione che la loro protesta funziona". Giacomo Santini, neo-eletto senatore di Forza Italia in Trentino, è appena uscito dalla casa circondariale di Trento, dopo una visita di più di un’ora: voleva rendersi conto di persona della situazione in cui vivono i 170 detenuti. A convincerlo le telefonate di alcune mamme di carcerati - tanti dei quali sono trentini - preoccupate per la situazione dei loro cari. Alle 11, quando il senatore entra dal portoncino di via Pilati, il fragore delle pentole sbattute contro le inferriate in segno di protesta è fortissimo. Ma il rumore cessa durante la sua visita, "segno che basta un po’ d’attenzione", spiega.

Ricomincia poco prima della sua uscita dal carcere. Sono un centinaio i carcerati che hanno iniziato ieri lo sciopero della fame per ottenere condizioni di vita più dignitose: "Non chiediamo molto, ma sull’igiene e sulla salute pensiamo che non si debba transigere", hanno scritto in una lettera diffusa martedì. "Sono impressionato", spiega Santini ai giornalisti che lo attendono fuori: "Ho trovato una struttura fatiscente e un’atmosfera di smobilitazione: in attesa del nuovo carcere non si fanno nemmeno più gli interventi ordinari. La Provincia deve intervenire".

Poi il senatore apre il blocchetto degli appunti e trascina tutti in un inquietante viaggio tra i corridoi del carcere e le difficili storie di vita che le sue mura trattengono. Come quella di un tunisino, che deve scontare due anni e 10 mesi per spaccio: "Sta male, non è seguito - spiega Santini - e ha una moglie portatrice di handicap a Verona. Chiede di poter avere dei permessi per uscire, ma non c’è niente da fare". È in cella con altre cinque persone. L’eccessiva severità dei magistrati di sorveglianza nell’accordare permessi e riduzioni della pena è uno dei motivi della protesta: "Un detenuto della valle di Fiemme, che si è costituito per appropriazione indebita, denuncia il fatto che la clemenza si scontra spesso con la lentezza della burocrazia".

C’è poi il problema degli spazi: pensata per ospitare 100 detenuti, la casa circondariale di Trento ne accoglie 170. Così in celle da cinque persone ne sono ammucchiate anche otto o più. Quando poi qualcuno sta male, o magari beve troppo, per quelli che vivono con lui la situazione diventa insostenibile: "Il 90% dei problemi - racconta il senatore - sono provocati dall’alcool. Ogni detenuto ha diritto a tre quartini di vino, ma chi non lo beve lo vende, così magari c’è chi si ubriaca". Esiste infatti un mercato più o meno sotterraneo, che riproduce in carcere quello che succede fuori: "Chi è più ricco - spiega Santini - in galera sta meglio". Vale anche per il cibo: chi può si offre degli extra, che costano 2-3 volte più che negli altri carceri; gli altri si accontentano.

Di poco: "Tutti - dice il senatore - si lamentano per i pasti, soprattutto per la quantità". Ogni persona ha diritto a 100 grammi di tutto, ma il cibo viene pesato quando è surgelato: quando è cotto il peso è dimezzato. E poi arriva freddo in cella. Ieri nel menu c’erano rigatoni e piselli per primo e tacchino e patate lesse di secondo: a cucinare è Pietro Cannavacciuolo, il pizzaiolo della "Bella Napoli" colpevole dell’omicidio a Predazzo della sua ex, Jessica Giorgio. La pulizia è approssimativa ("non ho visto escrementi", sottolinea il senatore) e le padelle, a detta di Santini, non hanno un aspetto invitante; le docce, invece, "fanno schifo".

Mattonelle sbrecciate, acqua che va e viene, odore di scarichi: insomma, una situazione disastrosa. Il Senatore ha parlato con tutti: con i Trentini che lo riconoscono e lo salutano da dietro le sbarre e con il tunisino di 23 anni che sta in cella con altri 11 immigrati e lamenta la ristrettezza della sala colloqui. Sua figlia di due anni ha problemi respiratori e non ce la fa a stare lì. Gli stranieri sono il 70% - 80% dei detenuti, spesso sono in carcere perché clandestini: "Mi sono sentito colpevole" dice Santini: "Hanno la famiglia qui, dobbiamo dargli una possibilità".

Ma non è la Bossi-Fini che riempie le carceri di clandestini? "Quella legge è stata utile per fermare l’ondata; ora è necessario passare a una seconda fase, dando diritti a chi lavora". Poi ci sono i tossicodipendenti: "Sono vittime, non devono finire n carcere, ma in comunità. Ma il Ser.T. no funziona". In infermeria c’è un’infermiera che viene pagata 18 euro all’ora e i sei medici che fanno le guardie poco di più. I dentisti, invece, arrivano due volte al mese, quando prima arrivavano una volta alla settimana. "La politica trentina - conclude Santini - deve intervenire e ascoltare il grido che viene dal carcere".

Lettere: detenzione e giustizia dal nostro punto di vista…

 

Redattore Sociale, 26 maggio 2006

 

Non si fa che parlare, anzi straparlare, dei problemi della giustizia italiana e dei malanni che affliggono i nostri istituti di pena. Peccato che alle parole non seguano mai i fatti". Esordiscono così i detenuti della III Sezione del carcere romano di Regina Coeli, in un documento intitolato "Dal nostro punto di vista", consegnato oggi al delegato dell’Ufficio del Garante per la tutela dei diritti dei detenuti del Comune di Roma. E in chiusura del testo ricordano "le condizioni disumane alle quali sono costretti a vivere gli oltre 60.000 detenuti nelle carceri italiane, problema che Governo dopo Governo è rimasto ancora drammaticamente irrisolto. Crediamo sia giunto il momento di porre più attenzione e infondere maggiori energie e risorse al problema della giustizia e delle carceri italiane, affinché il paese possa, a pieno titolo, definirsi democratico e garantista con un occhio di riguardo alle classi sociali meno fortunate, come si conviene ad una nazione civile".

"Appare un dato incontrovertibile che il nostro sistema giuridico sia farraginoso e appare altresì paradossale che le critiche non provengano da un solo settore o corporazione ma tutti, Magistrati, avvocati, semplici cittadini, operatori sociali e popolazione carceraria convergano riguardo le gravi anomali della nostra giustizia", argomentano i detenuti del penitenziario romano, precisando però: "Paradossale perché nonostante le palesi convergenze unidirezionali di critica negative pur non animate da finalità comuni, nessuna addetto ai lavori ha messo le mani sul nostro sistema giudiziario con l’intento reale di riformarlo ed adeguarlo alle esigenze contingenti. La riforma dei codici è ferma da anni, gli sforzi profusi dalla commissione presieduta dal Professor Carlo Federico Grosso ed in seguito dal Dottore C. Nordio non sono serviti a consegnare agli Italiani codici moderni, attuali, funzionali ed aggiranti".

Purtroppo - aggiungono - "assistiamo ad una inversione di tendenza del nostro paese rispetto a quello degli altri paesi comunitari, infatti mentre all’estero si tende alla depenalizzazione di gran parte dei reati minori. L’Italia nell’ultima legislatura ha emanato leggi e leggine tutte miranti all’inasprimento delle pene anche per reati sanzionabili con provvedimenti amministrativi o con misure alternative al carcere, vedi lavori socialmente utili. L’Italia ci appare sempre più incline alla repressione che non alla prevenzione. Ciò avviene agitando, per puri scopi propagandistici ed elettorali, la bandiera, fin troppo pretestuosamente sventolata, della sicurezza sociale".

Pur non sottovalutando "le preoccupazioni e le paure della società civile in presenza di fenomeni criminali", e comprendendo "le manifestazioni di intolleranza da parte di cittadini colpiti da eventi delittuosi", tuttavia i detenuti auspicano che "oltre alle cure, spesso drastiche, paventate per arginare e stroncare la cosiddetta malavita, si suggerissero le ricette idonee per porre in condizioni di non delinquere coloro che spesso sono costretti a consumare i reati. Come mai ci troviamo reclusi per aver trasgredito le leggi e coloro che sono preposti all’applicazione delle medesime, quando le disattendono, rimangono impuniti?". "Assistiamo sbigottiti - proseguono i carcerati di Regina Coeli - a rigetti di sospensione pena pur in presenza di gravi patologie, vediamo respinti istanze per richieste di accoglienze in comunità terapeutiche per tossicodipendenti e alcolisti con le più disparate e, ci passerete l’eufemismo, bizzarre motivazioni. Non esistono forse delle leggi che tutelano queste categorie considerando le loro condizioni quali malattie croniche?".

Infine i detenuti auspicano "un percorso formativo a sé stante per la Magistratura di Sorveglianza. Il recupero del reo è parte integrante dell’esecuzione della pena, deve avvenire sia per rieducare il cittadino che ha commesso un reato in nome dell’articolo 27 della Costituzione italiana che tale recupero sancisce, sia per tutelare la società civile che dovrà riaccogliere l’ormai reintegrato soggetto. Un Magistrato di Sorveglianza deve assicurarsi del percorso che il reo compie per non reitererei i reati ma lo deve svolgere, detto compito, senza prevenzioni e libero da pregiudizi. Vediamo, quotidianamente, assegnare benefici solo al termine di lunghe detenzioni e a volte, vediamo non assegnarne alcuno. Crediamo che questa non sia la strada giusta da intraprendere per un corretto reinserimento sociale".

Firenze: "il sabato in carcere", una scelta di dialogo…

 

Altracittà , 26 maggio 2006

 

Incontrare i detenuti e farsi raccontare le loro giornate: questa l’idea del progetto "Dentro le storie", curato da un piccolo gruppo della Comunità delle Piagge che dall’inizio dell’anno ogni sabato varca le porte del carcere di Sollicciano. Grazie all’articolo 17 del regolamento carcerario, è possibile essere ammessi come volontari dentro il carcere, e sono varie le associazioni che svolgono all’interno attività sportive o teatrali o di consulenza legale.

Perché scegliere questa forma di dialogo con i reclusi? "Perché mancava, - ci ha spiegato Elisabetta, una delle volontarie - mancava la possibilità di raccontare e raccontarsi a chi sta fuori".

Come si svolgono questi incontri? "Noi abbiamo scelto di incontrare persone delle Piagge o con un legame col quartiere, o che magari hanno chiesto un inserimento lavorativo qui nella Comunità. Questo per creare un rapporto anche tra loro. Sono circa una decina, italiani e stranieri, alcuni al penale, altri al giudiziario. Ogni sabato alle 15 ci troviamo a Sollicciano, in una delle stanze adibite ai colloqui. A volte dobbiamo aspettare perché la stanza è occupata, oppure le persone tardano ad arrivare dalle celle. Poi fino alle 17 possiamo fare la nostra conversazione".

E di cosa parlate? "Di solito partiamo dal racconto delle giornate, o di particolari eventi, una lite, un problema sanitario. È più facile che parlino in generale piuttosto che di cose personali, soprattutto all’inizio. Noi facciamo poche domande, cerchiamo di non essere invadenti, non chiediamo mai per esempio perché sono dentro. La loro storia passata viene fuori un po’ per volta, se lo desiderano".

Quando è nata questa idea? "Nel 2004 Il Muretto e Pantagruel hanno curato un corso apposito, ‘Volontariamente in carcerè, che doveva formare dei volontari per Sollicciano. Da allora ci sono state alcune visite all’ambiente e colloqui singoli, magari con Alessandro (Santoro, n.d.r.) o Giuliano Capecchi di Pantagruel, che avevano già esperienza. Nel frattempo poi alle Piagge è arrivato Mimmo… l’incontro con lui e con la sua necessità di raccontare, per liberarsi e per dare un senso alle esperienze vissute, ci ha convinto che era giusto dare questa forma al progetto. I carcerati raccontano, noi ascoltiamo e prendiamo appunti. Dopo un po’ facciamo rileggere a loro quanto abbiamo scritto, e i nostri appunti diventano come uno specchio, dove si rivedono, con i frammenti dei loro racconti riordinati e rimessi a posto…"

Ma queste storie che scrivete usciranno dal carcere? "Sì, l’idea è di metterle insieme ed elaborarle ad esempio per una lettura nelle scuole. Ci sono ancora troppi ragazzini che pensano alla prigione come un luogo mitico, dove c’è gente dura, forte, dove si fanno esperienze. È importante che sappiano da chi ci sta dentro che la realtà è un’altra cosa".

Napoli: a Secondigliano 400 detenuti oltre la capienza

 

Il Mattino, 26 maggio 2006

 

Una popolazione carceraria in crescita. In dieci anni il numero dei detenuti è raddoppiato in Campania che è al secondo posto tra le regioni italiane, subito dopo la Lombardia, con 7.310 detenuti nelle sue 17 carceri (il 60% dei quali tra Poggioreale e Secondigliano, aperto dal ‘90) rispetto alle 5.247 presenze, previste. A Secondigliano, poi, a fronte di una capienza prevista di 1.028 posti ci sono ben 1.475 detenuti, secondo le rilevazioni dell’ultimo semestre.

E per un numero così ingente di detenuti (oltre il 30% della popolazione carceraria è tossicodipendente o malata) la spesa sanitaria destinata ai penitenziari, secondo le denunce dell’associazione Antigone, con le ultime Finanziarie si è ridotta del 40%. Tra le prime conseguenze la riduzione degli educatori che hanno il compito di accompagnare i detenuti nel percorso di riabilitazione e reinserimento sociale e affiancano gli agenti di polizia penitenziaria. Pochi giorni fa a Secondigliano si è recato il neo deputato Francesco Caruso.

L’esponente di Rifondazione sta effettuando una ricognizione nelle carceri italiane e dopo la visita al penitenziario napoletano ha depositato un’interrogazione parlamentare indirizzata al Guardasigilli Clemente Mastella, per denunciare la situazione del carcere e chiedere la chiusura immediata di alcuni reparti. "Con questo suicidio - ha detto Caruso - in 15 mesi, siamo a quota 19 morti. Molti, troppi dietro le sbarre".

Vicenza: Beckett in Jail, reading per i detenuti del San Pio X

 

Il Gazzettino, 26 maggio 2006

 

Leggere Beckett nelle carceri di S. Pio X è uno degli eventi in programma per la rassegna Libriamo 2006, una tre giorni lunga da oggi a domenica 28 e caratterizzata da vari appuntamenti con lo scopo di diffondere il libro e la letterature in ambiti diversi e inconsueti. "Beckett in Jail" è in programma oggi alle 16 nella Casa Circondariale di Vicenza, quando i due scrittori e attori vicentini Vitaliano Trevisan e Pino Costalunga faranno un reading di brani dell’autore irlandese per i detenuti del carcere. Trevisan è scrittore, sceneggiatore e attore, autore di romanzi di successo come I quindicimila passi, Un mondo meraviglioso e Shorts.

Costalunga è attore, regista, autore di teatro e formatore, già lettore al Festivaletteratura di Mantova nel 2004 e 2005. Sempre oggi si inaugura nella sala Lamec della Basilica Palladiana la mostra Cellular Landscapes Books dell’artista americano Kim Piotrowski: un universo in cui convivono scienza, biologia e cultura pop, organismi cellulari e richiami all’arte di strada newyorkese. Lo stile di Piotrowski è il frutto e la rielaborazione di più segni e linguaggi, oltre che di materiali e tecniche pittoriche, sempre caratterizzato dalla ripetizione delle forme, dalla loro accumulazione che spinge l’occhio del fruitore ad entrare, volente o nolente, in un paesaggio colorato di fascino e inquietudine. La mostra chiuderà domenica 28 maggio. Sabato 27 il primo appuntamento alle ore 17 al Vicenza.com Village in Corso Palladio, protagonista lo scrittore triestino Mauro Covacich il quale presenterà il suo ultimo libro "Trieste Sottosopra", una guida a una Trieste insolita: disinvolta, picaresca, dai connotati quasi brasiliani. Tra edonismo antico e vitalismo moderno alla californiana. "Trieste come città meridionale", secondo la definizione di Covacich, "la più meridionale dell’Europa del Nord". In serata il secondo appuntamento al ristorante Da Righetti a Vicenza con il giornalista gastronomo Sandro Sangiorgi per riproporre in forme letterarie il legame inscindibile tra territorio, vitigno e la mano dell’uomo (ore 21.30, ingresso su prenotazione). Libriamo chiude domenica alle ore 16, nella sede di Vicenza.com con la presentazione di "Playbeckett - visioni multimediali nell’opera di Samuel Beckett".

Roma: trans in carcere; anche l’ora d’aria diventa un problema

 

Corriere della Sera, 26 maggio 2006

 

L’idea è arrivata all’improvviso, nata da un’altra che non gli piaceva affatto. "Un giornalista mi ha chiesto di andare a visitare Stefano Ricucci a Regina Coeli - racconta Vladimir Luxuria, deputato di Rifondazione Comunista - No, mi dispiace da lui no. Vado invece a trovare chi non riceve mai visite, chi ha davvero bisogno". E così ieri mattina alle 11, Luxuria citofona alla sezione B del carcere romano di Rebibbia, braccio "precauzionale", che in carcerese vuol dire celle per detenuti a lunga permanenza. Cinque stanzette che ospitano quindici transessuali, anzi quattordici, perché uno di loro, Angelo, è solo un gay dichiarato. "Al momento del suo ingresso ha ufficializzato la sua omosessualità - racconta l’onorevole - quindi è stato indirizzato a questa sezione, creando forse qualche disagio, tra le altre ospiti".

Ci sono tendine cucite a mano a coprire le sbarre, c’è un odore lieve di vaniglia e loro sono curatissime, capelli freschi, nonostante il phon non professionale, le unghie laccate, nonostante la scarsità dei cosmetici, che arrivano solo grazie a una volontaria.

"Perché alla giusta pena che stanno scontando - precisa - non si deve certo aggiungere un danno alla loro dignità. Nulla deve essere sottratto alla loro identità di genere". Qualcosa in realtà la perdono ogni giorno, proprio a causa della transessualità. "I detenuti del G8, che ho visitato anche ieri, braccio maschile hanno due ore d’aria al giorno in cortile - precisa - loro invece solo due ore la settimana, il lunedì e il venerdì, negli altri giorni devono accontentarsi di un cortiletto interno, neanche troppo pulito. Dove non si può correre, fare sport".

Ragioni di sicurezza inducono la direzione del carcere a non avere altra scelta. "Peraltro loro stesse preferiscono questa soluzione al trasferimento in blocco al femminile. Perché? Mi hanno spiegato che guardare almeno degli uomini da lontano lusinga la loro femminilità".

Luxuria è stato accompagnato durante l’incontro da Stefania Boccale, consulta romana carceri del circolo Mario Mieli e da Blanca Girgenti, dell’ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della regione. Per tre ore ha ascoltato i problemi di Amparo, Sonia, Michel e Patricia, il desiderio di lavorare di Angelo, Lady, Sandra e Valentina, "per poterci almeno comprare le sigarette, i giornali, il dentifricio", la paura della solitudine di Paola, Kimberly, Paula, Deborah. Il disagio che provano nelle stanze che d’estate diventano infuocate. E la necessità di una casa famiglia che accolga a fine pena, o durante i permessi premio, quelle che non hanno casa. O che peggio sono malate.

Milano: l’esperienza dell’associazione "Bambini senza sbarre"

 

Il Cittadino, 26 maggio 2006

 

Mantenimento della relazione tra figlio e genitore durante la detenzione. Creazione di spazi e tempi per i bambini all’interno dei penitenziari. E promozione della responsabilità genitoriale. Solitamente confinati all’interno delle mura del carcere, questi temi per un giorno hanno varcato le porte delle celle. Il merito è dei venticinque volontari della casa circondariale di Lodi che, in collaborazione con la provincia e il comune, mercoledì sera hanno promosso il primo di una serie di incontri, dal titolo "Sembrano proprio come noi", per riflettere pubblicamente su alcuni degli argomenti su cui verte la loro attività. All’iniziativa sono intervenute Grazia Grena, volontaria di via Cagnola, Lella Ravasi Belloccio, psicanalista, e Lia Sacerdote dell’associazione "Bambini senza sbarre".

La Belloccio ha raccontato la sua esperienza di analista all’interno della struttura di pena di San Vittore a Milano, dove, insieme a Lia Sacerdote, ha dato vita a una terapia di gruppo coinvolgendo alcune detenute. "Ho pensato di offrire il mio contributo del tutto volontario - ha spiegato -, con le competenze che io sentivo di disporre maggiormente. Quindi abbiamo pensato di riunire un piccolo gruppo di detenute per iniziare con loro un lavoro sui sogni e sull’inconscio, che è l’attività più tipica della psicanalisi". Il percorso è durato due anni e si svolgeva tutte le settimane. Regolarmente queste donne e madri affidavano al gruppo i loro racconti più intimi e il proprio vissuto. Ognuna, in completa libertà, attraverso la narrazione del sogno, aveva modo di confrontarsi con le sue colpe, nevrosi e difficoltà all’interno della struttura di pena. E la Belloccio, grazie alla sua specifica professionalità, le aiutava a ritrovarsi e a recuperare quella serenità necessità per affrontare la dura vita della detenzione.

Ovviamente in queste sedute di gruppo si è molto discusso anche del rapporto con i figli, che spesso faticano a capire cosa sia capitato alle proprie madri e ai genitori in genere quando sono costretti in carcere. "Per questo, l’ideale - ha sottolineato Lia Sacerdote - è organizzare tutta una serie di attività per permettere ai bambini di non vedere le case di detenzione come delle realtà minacciose. Così con "Bambini senza sbarre" ci siamo impegnati a San Vittore a organizzare percorsi di accompagnamento tra genitore e figli, per permettere nella separazione di mantenere e ricostruire delle relazioni affettive". L’associazione si è prodigata per la creazione di spazi per i bambini in visita in carcere, per favorire gruppi formativi per padri e madri detenute e ha organizzato colloqui di sostegno psicologico al genitore recluso. "Questa è la strada che vorremmo riprendere anche a Lodi - ha commentato Grazia Grena -, ora attendiamo che la nuova direttrice ci convochi per ridiscutere dei progetti".

Milano: pena lieve per gioielliere che uccise un ladro in fuga

 

La Repubblica, 26 maggio 2006

 

Ha sparato e ucciso un rapinatore che fuggiva dalla sua gioielleria: Rocco Maiocchi, orefice milanese, è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Reclusione che non dovrà neppure scontare perché i giudici gli hanno accordato la sospensione condizionale della pena. Il padre Giuseppe accusato di lesioni personali colpose, è stato condannato a un mese di reclusione.

È una sentenza destinata a far discutere quella dei magistrati della Corte d’assise di Milano chiamata a giudicare i due gioiellieri, padre e figlio, accusati di aver ucciso un giovane ladro montenegrino che aveva rubato nella loro gioielleria. Non a caso la prima reazione a caldo arriva proprio dall’ex Guardasigilli, Roberto Castelli, che plaude "una sentenza recepita come giusta dal sentimento popolare".

Contrariamente a quanto si riteneva in un primo momento, nel caso dei gioiellieri milanesi non è stata applicata la nuova legge che disciplina la legittima difesa e che ammette la possibilità, per chi è aggredito in casa propria o nel proprio luogo di lavoro, di difendersi sparando. Giuseppe Maiocchi ha comunque voluto ringraziare "chi ha fatto questa legge perché per la prima volta riconosce che il cittadino che viene aggredito non è uguale a colui che ha aggredito". Delusa e incredula, invece, la madre del ragazzo ucciso: "È terribile: vale così poco la vita di un ragazzo di 21 anni?". Giuseppe Maiocchi, d’altra parte, si è detto "orgoglioso di mio figlio".

Il gioielliere ha spiegato: "Se la perizia balistica non avesse dimostrato che il colpo decisivo era stato sparato da lui, sarei arrivato ad assumermi la responsabilità di tutto". Il 13 aprile 2004 Giuseppe e Rocco Maiocchi, orefici di via Ripamonti - periferia sud di Milano - avevano reagito alla rapina nel loro negozio sparando contro i due giovani malviventi in fuga. Questi si stavano allontanando dopo aver tentato di sfondare la vetrina della gioielleria con l’auto. Il tentativo era andato a vuoto e i due erano fuggiti senza neppure la refurtiva. Mihailo Markovic, ventunenne originario del Montenegro, fu colpito a morte da Rocco Maiocchi, mentre il suo complice era riuscito a fuggire. Nei giorni successivi alla rapina l’intero quartiere Vigentino, dove ha sede la gioielleria, si era schierato a favore dei due orefici. I negozianti si dichiararono esasperati dal clima di paura innescato da ripetuti atti di violenza dei quali, la rapina all’oreficeria dei Maiocchi, era solo l’ultimo.

Caltagirone (Ct): i detenuti mettono in scena l'opera dei pupi

 

Assud, 26 maggio 2006

 

La realizzazione di uno spettacolo teatrale può essere uno strumento di recupero sociale dei detenuti. Nel 2005 oltre la metà degli istituti penitenziari italiani sono stati coinvolti in attività teatrali. Anche la Casa circondariale di Caltagirone è stata protagonista di tali iniziative. Una decina di detenuti ha infatti partecipato, fin dallo scorso ottobre, ad un progetto-laboratorio, finanziato dal Ministero della Giustizia, e realizzato in collaborazione all’associazione "Nave Argo".

Gli esiti di tale attività sono stati ottimi, come ha dimostrato "La morte di Orlando", lo spettacolo di opera dei pupi presentato negli spazi dell’Orto Botanico di Catania, nell’ambito delle iniziative promosse dall’assessorato provinciale alle Politiche culturali e dalla Giunta Lombardo in occasione della Giornata europea dei Parchi. I detenuti, in occasione dello spettacolo, hanno potuto incontrare i loro amici e famigliari e - come è facile immaginare - la loro commozione è stata grande, così come la soddisfazione per la proficua esperienza.

"L’Amministrazione penitenziaria ha da tempo avviato dei progetti per favorire - attraverso il teatro e la formazione professionale nelle discipline artistiche - il reinserimento dei reclusi. Abbiamo perciò condiviso il grande significato civile dell’iniziativa promossa dalla Casa circondariale di Caltagirone. Alcuni reclusi, giunti a fine pena e autorizzati dal magistrato, hanno portato fuori dal carcere lo spettacolo di pupi da loro realizzato. Siamo lieti di aver favorito questa iniziativa". Così ha dichiarato l’assessore provinciale alle Politiche culturali, Gesualdo Campo, che ha sottolineato come l’esperienza dei detenuti di Caltagirone contribuisca a salvaguardare un’antica tradizione culturale, come quella dei Pupi siciliani, di recente inseriti dall’Unesco trai beni immateriali definiti "Patrimonio dell’Umanità". Allo spettacolo erano presenti, oltre all’assessore Campo, il direttore del carcere Claudio Mazzeo, il direttore del Cutgana Angelo Messina, il direttore del Centro di Educazione ambientale dell’Università Francesco Furnari, il direttore dell’Orto Botanico Salvatore Brullo, il presidente dell’associazione "Nave Argo" Fabio Navarra, che ha precisato: "I detenuti hanno appreso l’arte dei pupari, imparando ad impostare la voce e a costruire in ogni singola parte il necessario per la realizzazione dei pupi e dell’intero spettacolo".

Libri: la piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo

di Antonietta Pedrinazzi (Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Milano)

 

"La piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo. Anni di piombo, carcere, ricerca di identità". Di Arrigo Cavallina. Edizioni Ares - Milano 2005.

 

Le politiche delle pene sviluppate negli ultimi anni, ci consegnano una situazione del sistema penitenziario ai limiti del collasso: da un lato il sistema della detenzione ormai sull’orlo dell’esplosione a causa del sovraffollamento degli istituti (8.914 detenuti solo in Lombardia alla data del 17.05.2006), dall’altro quello dell’esecuzione penale esterna privo di una chiara missione e in condizioni di tale povertà di risorse a operatori da spingerlo alla paralisi operativa (vedi l'Ufficio E.P.E. di Milano, teatro di presidi e manifestazioni sindacali nei giorni scorsi).

Io sono tra coloro che sono convinti che occorre trovare - con urgenza - risposte al problema del gravissimo sovraffollamento degli istituti di pena, ma in modo tale che le soluzioni adottabili e adottate non siano percepite dall’opinione pubblica come un aumento del livello di insicurezza di tutta la comunità sociale.

Ogni politica intenzionata a deflazionare il ricorso al carcere deve raggiungere questo obbiettivo ma senza dare l’impressione di spostare i condannati "nell’area dell’impunità" a tutto danno della sicurezza dei cittadini!

Se davvero si vuole che il carcere non sia il luogo unico, esclusivo, della pena,allora bisogna impegnarsi a rafforzare (in credibilità, mezzi e risorse) il sistema delle pene "altre" dal carcere, attribuendo a esso,sia sul piano della dottrina giuridica che su quello della dimensione organizzativa, la dignità che finora non ha mai ricevuto.

Attualmente l’Amministrazione Penitenziaria non è sufficientemente attrezzata per gestire delle pene non detentive come fossero, appunto, delle "pene a tutti gli effetti": gli U.E.P.E. possono contare su poco più di un migliaio di operatori appartenenti alla sola professionalità dell’ A. S. (rispetto agli altri 50.000 presenti nell’Amministrazione).

A tali strutture operative, che gestiscono circa il 30% del "fatturato annuo dell’"Azienda Penitenziaria", l’Amministrazione destina appena il 2% delle risorse di cui dispone!

Inoltre, sul piano dei contenuti, a quelli dell’aiuto al reinserimento, del sostegno al recupero (per assicurare la funzione rieducativa), del controllo della condotta (per rendere effettiva la funzione retributiva) si aggiunge il tema nuovo della restituzione e riparazione del danno ( per agire la funzione riparativa).

La forte, civile domanda di "pena utile" apre un nuovo scenario: quello di una più significativa visibilità e attenzione alle vittime del reato (nel contesto dell’esecuzione penale) anche al fine di attenuare la percezione della società secondo cui le alternative alla detenzione solo un sistema "pro reo" e "contro la vittima".

È questo uno dei temi presenti nel libro di Arrigo Cavallina, che scrive a pag. 142: "C’è un elemento che accomuna la vittima e l’autore dell’offesa, ed è il senso da dare al seguito della propria vita". Ne consegue la riflessione di Arrigo sulle "rimediabilità del male".

Cogliendo e portando dalla Vostra attenzione questo "ragionamento", io sposto volutamente la riflessione dal sistema dell’esecuzione della pena (coi suoi limiti e le sue attuali disfunzioni e imperfezioni) al sistema "persona", con la sua capacità di dimostrare che può esserci ancora "vita" "per" (qualcuno, qualcosa) e non solo uno sguardo all’indietro, rimorso per alcuni, vendetta o rimpianto per altri.

E molti altri sono gli "spunti" che vengono dal libro di Arrigo, nel quale c’è il fenomeno del terrorismo, dalla sua nascita alla sua sconfitta (1969 - 1989) narrato dal punto di vista di chi è vissuto "dentro" e che scopre via via "ciò che si celava al di là dell’orizzonte visibile" (Sergio Zavoli "La notte della Repubblica) sfuggendo in tal modo all’affabulazione ideologica, a una qualche mitologia ma anche alla memoria "ingenua" dei cantastorie". Ha ragione, sembra dire Cavallina col suo libro, ha ragione Tullia Zevi quando dice che "bisogna senza tregua testimoniare e trasmettere la memoria", senza per questo entrare con faciloneria/facilità nel vissuto degli altri, senza dimenticare le "regole del gioco": rispetto reciproco tra chi testimonia e dice e chi ascolta e riceve. È uno "scambio etico" quello che può e che deve accadere e che accade nel - col libro di Arrigo. "Dove le vittime cessano di essere simboli o sagome da bersaglio per tornare a essere uomini…" Il percorso di Arrigo durante gli anni della sua carcerazione attesta la progressiva presa di coscienza e consapevolezza che non ci si può consegnare al dominio dell’ideologia senza rinunciare a essere interamente persona. Lui non ci rinuncia e da lì, soprattutto da lì, prende avvio il suo "cammino inverso" che lo porta alla dissociazione prima e alla "conversione" poi.

Come non pensare, a questo punto, alla "prospettiva rovesciata" Di Florenskij (1892 - 1943) il grande Pavel Florenskij, lo scienziato - teologo russo la cui conversione fu una conquista lenta, dopo l’educazione laica, Florenskij che scriveva: "L’immagine… non è affatto data alla coscienza come qualcosa di semplice, senza fatica e senza sforzo, ma si costruisce, si forma attraverso parti accumulate l’una sull’altra, in ordine successivo… è un’immagine di prospettiva poli-centrica". Per noi, di etica del plurale.

Roma: l'Ass. Papillon apre una biblioteca fuori dal carcere

 

Comunicato stampa, 26 maggio 2006

 

È la "Biblioteca del Casale Ponte Di Nona", un esperimento culturale, formativo e lavorativo unico in Europa ed è stata inaugurata la sera di venerdì 23 giugno.

Un esperimento riuscito grazie all’aiuto di tanti Cittadini e di alcuni onesti e competenti amministratori e funzionari del Comune di Roma e degli uffici "Archivi e Biblioteche" della Regione Lazio. Un esperimento riuscito nonostante l’irresponsabile leggerezza di altri amministratori regionali "in tutt’altre faccende affaccendati". Una bellissima biblioteca (situata in via Raoul Chiodelli 103) allestita pezzo per pezzo e gestita in prima persona da un gruppo di ex detenuti dell’Associazione Culturale Papillon. Una biblioteca che è aperta alle idee e alle energie dei Cittadini di ogni età, sesso, convinzione politica, nazionalità e religione che abitano questa parte della periferia romana. Una biblioteca che dedichiamo a Giulio Salierno, ex detenuto, docente di sociologia generale, scrittore e ricercatore di fama internazionale recentemente scomparso.

Sono stati presenti all’inaugurazione: il presidente della Camera Dei Deputati, Fausto Bertinotti; l’assessore al Patrimonio del Comune Di Roma, Claudio Minelli; la presidentessa della Commissione "Sicurezza, lotta alla criminalità e integrazione sociale" della Regione Lazio, Luisa Laurelli. È stata anche un’occasione per ragionare assieme sull’importanza delle iniziative culturali nelle zone periferiche, sui problemi generali del paese, e su quelli particolari dei quartieri del nostro Municipio che riguardano anche la sicurezza quotidiana, la disoccupazione e la precarietà, i servizi sociali e sanitari, le scuole e la viabilità.

Udine: due incontri di riflessione sulla condizione dei detenuti

 

Comunicato stampa, 26 maggio 2006

 

Il carcere come strumento di repressione delle lotte sociali in Messico: costruire una rete di informazione

Cgil, Viale G.B. Bassi, 36 Udine

Mercoledì 31 maggio, ore 18.00

Alejandro Cerezo, ex detenuto politico e referente del Comitato A. Cerezo per la sensibilizzazione sulla condizione dei detenuti politici messicani

Pierluigi Di Piazza, responsabile del Centro di accoglienza E. Balducci

Abdou Faye, segreteria Camera del Lavoro di Udine

 

Informazione dal carcere e sul carcere in Italia: la nascita di una federazione nazionale

Cgil, Viale G.B. Bassi, 36 Udine

Venerdì 9 giugno, ore 21.00

Ornella Favero, Federazione Informazione dal carcere e sul carcere

Umberto Saleri, Ufficio Immigrazione Cgil Nazionale

Paolo Cantarutti, Radio Onde Furlane

Marco Tempo, Radio Spazio 103

Lisa Peratoner, Il Nuovo Friuli

Maurizio Battistutta, Ho un sogno

Aderiscono all'iniziativa: Associazione Proiezione Peters, Associazione Speranza, Cgil-Federazione Lavoratori della Conoscenza, Donne in Nero, Rete Radie Resh, Vientos del Sur

Milano: lo scrittore Pap Khouma aggredito da dipendenti Atm

 

Comunicato stampa, 26 maggio 2006

 

Il noto intellettuale e scrittore Pap Khouma è stato aggredito da due dipendenti in divisa dell’Azienda Tramviaria Milanese (Atm). Ricostruire lo svolgimento del controllo è utile perché ancora una volta ci dimostra a quanta arbitrarietà e illegittimità, i cittadini sono costretti.

Il controllo è stato effettuato quando lo scrittore era già sceso dal tram da diversi minuti e di conseguenza non rientrava nei compiti dei controllori di Atm, che invece al grido di "sei a casa nostra e devi seguire le nostre regole" hanno deciso di effettuarlo comunque a calci e pugni. Desideriamo esprimere a Pap Khouma la nostra piena e totale solidarietà e denunciare con forza l’inammissibilità di questo tipo di comportamenti.

È davvero questa la società in cui vogliamo vivere? La violenza e il razzismo che sottostanno in maniera evidente a questo tipo di comportamenti e, in maniera meno evidente ma non meno grave, a tutta una serie di episodi a cui i cittadini immigrati sono quotidianamente sottoposti, fotografano una società debole, spaventata e ottusa, che di fronte alle sue ‘incertezza sociali e culturali si sente legittimata a reagire liberamente con le aggressioni e gli insulti.

Pap Khouma è cittadino italiano, ma il colore della sua pelle è nero e questo è motivo sufficiente per scatenare un’aggressività incontrollata da parte di chi le famose "regole" dovrebbe farle rispettare. No, non è questa la società in cui vogliamo vivere!

Nel rapporto di Amnesty 2006, l’Italia è uscita ancora una volta sconfitta, con un livello di rispetto dei diritti umani giudicato troppo basso per un paese che si definisce civile e democratico. Il rispetto dei diritti umani non è un concetto astratto e non può essere accompagnato da deboli giustificazioni: o siamo pronti, oggi, adesso! a impegnarci perché sia pienamente realizzato oppure dimentichiamo Pap Khouma e tutti gli episodi di razzismo e discriminazione che avvengono nei posti di lavoro, nelle strade, negli uffici pubblici, nelle metropolitane.

E speriamo di non trovarci mai di fronte un controllore aggressivo, o, in un futuro non troppo lontano, di non essere per qualche motivo "diversi" dall’ambiente circostante: di non avere i capelli troppo ricci o un cappellino stravagante, un simbolo religioso non conforme o un accento troppo strano perché potremmo venire aggrediti a nostra volta senza che nessuno lo trovi strano.

 

Naga, Arci, Todo Cambia, Sincobas

 

 

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