Rassegna stampa 16 settembre

 

Parma: morto un detenuto 32enne affetto da grave obesità

 

Il Mattino di Padova, 16 settembre 2005

 

Leone Simonato è morto. Il trentaduenne pluripregiudicato del peso di oltre 200 chili (figlio peraltro del fruttivendolo sequestrato dai suoi creditori siciliani a fine luglio) si è spento mercoledì nel carcere di Parma, dove stava scontando una delle ultime condanne.

Sembra che il giovane sia morto a causa di problemi di cuore derivanti dal suo stato fisico. Ma i problemi di peso, Leone Simonato non se li scrollerà di dosso nemmeno con la morte. Ora si pone infatti il problema della sepoltura. È già stata realizzata una cassa su misura, ma ora bisognerà verificare se sarà in grado di entrare in un loculo del cimitero di Anguillara. In alternativa la salma dovrà essere inumata nel terreno

Leone Simonato era detenuto nel braccio ospedaliero del carcere di Parma, dove il suo peso è arrivato a sfiorare anche i 270 chilogrammi. Doveva scontare una somma di condanne per truffa e ricettazione. Un caso, quello di Leone Simonato, già venuto alla ribalta nel 2000 quando il giovane era detenuto a Padova. All’epoca stava un po' meglio di salute. Leone almeno era in grado di camminare. Ora non più: le gambe non lo reggevano affatto. Una disfunzione ormonale è stata l’origine dell’abnorme obesità, risultata incompatibile con la condizione carceraria.

Ultimamente Leone Simonato aveva cominciato ad accusare una grave insufficienza cardio-respiratoria che impediva al personale sanitario del carcere di provvedere alle necessarie cure. Il suo conto con la giustizia era ancora tutto aperto. Aveva collezionato ben 24 sentenze passate in giudicato, per un totale di 12 anni e 9 mesi di carcere per reati di truffa, ricettazione, emissione di assegni a vuoto ed evasione. Molti ricordano i suoi appelli per uscire dal carcere perché sofferente. Leone Simonato lascia il padre Giuliano, la madre, quattro fratelli e una sorella. Il funerale verrà celebrato nella chiesa parrocchiale di Anguillara, non appena la Procura di Padova concederà il nulla osta per la sepoltura.

Perugia: muore un detenuto, otto medici indagati per omicidio

 

Il Messaggero, 16 settembre 2005

 

La presunta malasanità pare non risparmiare nessun ambiente. Neanche quello già difficile del carcere. E così otto medici perugini, tre del Silvestrini e cinque del centro sanitario del carcere, fanno il loro ingresso nel registro degli indagati per un’inchiesta in cui si ipotizza il reato di omicidio colposo. Titolare dell’indagine è il magistrato Dario Razzi il cui primo passo è stato quello di disporre l’autopsia sul corpo di un detenuto tunisino morto qualche giorno fa all’ospedale Silvestrini forse per un’emorragia interna. Una morte apparsa subito misteriosa.

Ma per capire i contorni del caso occorre fare un passo indietro. E tornare a qualche settimana fa, cella numero 120 del nuovo penitenziario di Capanne, quello inaugurato a luglio. Un detenuto tunisino, già condannato per reati legati allo spaccio di droga, si lamenta da tempo di un problema sanitario: non riesce a dormire e stare seduto perché afflitto da emorroidi.

La direzione del carcere decide di accogliere le lamentele del detenuto e quindi dispone il suo trasferimento al centro clinico. La struttura sanitaria non si trova a Capanne, ma è ancora attiva nel vecchio carcere di piazza Partigiani. Tutto è pronto per l’intervento, anestesia compresa.

Il tunisino viene sottoposto all’intervento e, apparentemente, non ci sono problemi. Dopo alcune ore di degenza al centro clinico viene riaccompagnato in carcere a Capanne. Lui dice di non sentirsi bene, ma gli viene spiegato che sono solo i postumi dell’operazione appena effettuata. Il malessere però non si placa e raggiunge il suo apice con una prima emorragia. La direzione del carcere nuovo decide quindi di chiedere l’immediato intervento del pronto soccorso del Silvestrini. Il detenuto viene trasportato nella struttura di primo intervento e viene sottoposto alle cure possibili per fermare l’emorragia. ma ogni tentativo appare inutile e il detenuto muore.

Scatta l’inevitabile inchiesta, partono gli avvisi di garanzia e ieri mattina si è tenuta l’autopsia sul cadavere. Riserbo sul risultato, ma conferma per morte da emorragia interna. Dovuta a cosa? Dall’indagine è attesa la risposta.

Perugia: detenuto muore in ospedale, otto medici indagati

 

La Nazione, 16 settembre 2005

 

Otto medici indagati. Un caso a metà tra la sanità e la giustizia ancora difficile da risolvere. Come le eventuali colpe mediche da individuare. C’è tutto questo nell’inchiesta - avviata dal pubblico ministero Dario Razzi - in seguito alla morte di un detenuto tunisino in seguito ad un intervento chirurgico effettuato nel centro clinico del vecchio carcere di piazza Partigiani. Ieri mattina sono stati i professori Tristaino di Perugia e Gabrielli di Siena ad effettuare l’autopsia sul cadavere dell’extracomunitario. Con loro i consulenti medico-legali nominati dai medici raggiunti da un’informazione di garanzia: i dottori Patumi, Verdelli, Oricchio, Giammiti e Rossi.

Dovranno individuare se e dove si è creata la complicazione post-operatoria che ha portato il detenuto alla morte per emorragia. Nel registro degli indagati sono finiti tutti i sanitari che si sono occupati del caso: cinque medici del carcere e tre dell’ospedale Silvestrini. Un modo per accertare, appunto, eventuali responsabilità. Per questo l’indagine si svolge a vasto raggio. Il tunisino, ristretto nel carcere di Capanne, era stato sottoposto ad un intervento chirurgico nel centro clinico martedì scorso. L’iniziale decorso post-operatorio sembrava essere andato bene. Poi però tra mercoledì e giovedì la situazione era precipitata tanto da richiedere l’immediato ricovero in una struttura ospedaliera dove però la notte dopo lo straniero è morto.

Appena mercoledì una nota dell’ordine dei medici di Perugia aveva invitato ad "evitare le generalizzazioni, a tutela di quei professionisti impegnati quotidianamente, con completa e coerente dedizione personale, nell’esclusivo interesse dei cittadini che necessitano di assistenza sanitaria". E, il vicepresidente, Fortunato Berardi aveva aggiunto: "Noi difendiamo chi lavora. Certo se ci sono delle mele marce saremmo i primi a prendere provvedimenti".

Monza: noi, medici in trincea nell’ospedale del carcere

 

Il Giorno, 16 settembre 2005

 

Mestiere duro quello del medico dietro le sbarre. Duro perché stai sempre fra l’incudine e il martello. Da una parte ci sono i detenuti, che si portano in cella problemi, paranoie e malanni, che arrivano pure a ingoiare tappi di bottiglie pur di uscire. Dall’altra c’è un sistema penitenziario che costringe i camici bianchi a muoversi sempre coi piedi di piombo. "Non è facile gestire un detenuto con gravi problemi sanitari - spiega Francesco Bertè, direttore sanitario della casa circondariale di Monza -. Ed è complesso arrivare a stendere una relazione di compatibilità o meno di un carcerato con la galera". Un mestiere in trincea. Nell’ospedale del carcere non hai un attimo di tregua. Ti capita di tutto, su una popolazione di oltre settecento reclusi. "Qui a Monza abbiamo ogni tipo di patologia - riferisce Bertè, che da oltre vent’anni lavora nella sanità oltre le sbarre -. Mediamente in un anno abbiamo una ventina di detenuti affetti da Hiv in terapia antiretrovirale.

In un anno soltanto loro ci costano oltre 110 mila euro". A questi si aggiungono altri 34 carcerati affetti da Hiv ma non in terapia. E poi i tossicodipendenti quasi non li conti: 221 ce ne sono in questi giorni, 22 sono donne, 66 stranieri. Ci sono anche gastropatici, cardiopatici, malati di epatite, quelli con la cirrosi, e pure qualche caso di distrofia. "Di malati psichici ne abbiamo venti mentre quelli che soffrono di disagio mentale sono quasi cinquanta". Loro vengono seguiti dallo psichiatra del carcere, Francesco Guerrieri. E in questi giorni, proprio a Monza, sarà inaugurata una sezione di osservazione psichiatrica: alcune celle singole, ricavate vicino all’infermeria, dove vengono portati i malati detenuti in carceri lombarde che non hanno un servizio giornaliero di psichiatria. Ci resteranno per un mese e poi, con la relazione del medico, se ne ritorneranno nel vecchio carcere.

"Fortunatamente - tira il fiato Francesco Bertè -, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, Luigi Pagano, ci ha fatto arrivare altri soldi per sostenere le spese del nostro "ospedale". La farmacia che soltanto qualche mese fa era ridotta all’osso, adesso è al gran completo. Siamo riusciti anche a comprare le macchine per l’aerosol, evitando così di impiegare agenti per accompagnare in ospedale i detenuti, nuovi lettini e presto ci arriverà anche un ecografo". Secondo Bertè basterebbe un po’ più di attenzione delle istituzioni verso il problema salute all’interno delle carceri per far quadrare il cerchio. Per questo insieme al presidente dell’associazione medici penitenziari, Francesco Ceraudo, e al medico legale Osvaldo Morini, professore dell’Università degli studi di Milano Bicocca, ha organizzato per il 24 settembre al Teatrino della Villa Reale, un convegno su "La gestione del detenuto con gravi problemi sanitari: implicazioni interdisciplinari dell’incompatibilità". "Ho invitato anche il ministro Roberto Castelli, speriamo che sia disponibile ad affrontare il problema", annuncia Bertè, che comunque è riuscito a chiamare a Monza medici penitenziari, dirigenti di istituti di pena, magistrati, avvocati da tutta Italia. Parteciperà anche don Antonio Mazzi, da sempre vicino alle problematiche dei detenuti e delle carceri.

Bologna: allarme del Vescovo; i detenuti si sentono abbandonati

 

La Repubblica, 16 settembre 2005

 

Si sentono abbandonati persino da Dio, oltre che dai parroci, i detenuti della casa circondariale della Dozza. A sollevare il problema è stato l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, nel discorso di conclusione della tre giorni del clero al seminario di Villa Revedin. "A chiedere che tutti i parroci possano trascorrere più tempo nel carcere sono gli stessi detenuti con lettere che - ha confidato Caffarra - a leggere mi sono sentito tremare". L’opera di Don Renzo infatti, unico cappellano alla Dozza, non è sufficiente per un sovraffollamento di circa il 200 % (pari a oltre 800 detenuti) e per una situazione che peggiorerà sicuramente con l’inclusione imminente del 41bis femminile. Non sono più garantiti neppure i servizi essenziali, una messa settimanale per tutti diventa un’impresa impossibile visto che non possono, per ovvie ragioni, assistervi insieme. "L’ideale - ha continuato l’arcivescovo - sarebbe affiancare a don Renzo un altro cappellano", già legalmente contemplato nell’organico.

Ma l’appello più forte, qualora non venisse accordato un "aiutante" per Don Renzo, è rivolto a tutti i sacerdoti. " Chiedo loro di passare del tempo in carcere, ma solo se con continuità", esorta Caffarra e intanto confida nella disponibilità dell’attuale direttrice della casa circondariale Manuela Ceresani. Il problema insomma non sembra essere quello di realizzare con urgenza una moschea all’interno del penitenziario, come è stato chiesto a più voci nel mese di agosto, ma quello di garantire una assistenza religiosa al numero sempre crescente di detenuti alla Dozza.

Giustizia: Casini riceve Corleone, Garante per i detenuti di Firenze

 

Apcom, 16 settembre 2005

 

Il Presidente della Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini, ha ricevuto questa mattina a Montecitorio il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone. Il Presidente Casini ha espresso la massima attenzione per le condizioni di vita nelle carceri, con particolare riferimento alla questione del sovraffollamento, riservandosi di sottoporre all'attenzione dei Capigruppo talune proposte di legge in materia all'esame della Camera. Ne dà notizia una nota.

Potenza: un piano per i detenuti e l’inserimento lavorativo

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 16 settembre 2005

 

Creare una rete per favorire il reinserimento di detenuti ed ex detenuti nel mondo del lavoro. È questo il contenuto di un progetto, promosso dai Ministeri di Lavoro e Giustizia, che si inserisce nel Programma operativo nazionale (Pon) "Azioni di sistema per le politiche di inserimento al lavoro". Nella prima fase, saranno svolti dei corsi di formazione per gli operatori dei Centri per l’impiego delle quattro province interessate. In un secondo momento sarà poi realizzata una banca dati con le caratteristiche e le attitudini lavorative dei detenuti ed egli ex detenuti. "Queste informazioni - ha spiegato la project-manager del Centro Servizi (la società che cura il progetto), Simona Orsi - saranno poi trasferite ai terminali del Centri per l’impiego".

L’obiettivo del progetto è anche quello di instaurare un rapporto con aziende ed imprese (per le quali la legge già prevede sgravi fiscali) affinchè sia facilitato l’ingresso nel mondo del lavoro dei carcerati e degli ex carcerati. Nell’ottica di favorire l’integrazione e l’ingresso nel pianeta-occupazione dei detenuti, la casa circondariale di Potenza ha avviato un corso per giardiniere manutentore rivolto a dieci persone. L’attività, promossa dalla Regione, è gestita dalla società Centro servizi Srl di Matera e vedrà impegnati i corsisti in 280 ore di formazione d’aula, 400 ore di work experience, 15 ore di orientamento e 120 ore di tutoring per l’occupazione e l’auto impiego. Alla fine del corso i detenuti riceveranno un attestato di qualifica professionale spendibile su tutto il territorio nazionale. L’iniziativa rientra in più ampio programma di risocializzazione dei detenuti, portato avanti dal provveditore regionale per l’amministrazione penitenziaria in Basilicata, Gianni Veschi.

Giustizia: il ddl sulle intercettazioni non è cambiato

 

Il Tempo, 16 settembre 2005

 

Il ddl sulle intercettazioni cambia e ricambia nell’arco di una giornata. Ieri, infatti, si era diffusa la notizia che il governo avesse nuovamente modificato il provvedimento reintroducendo il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni. Una notizia che aveva messo in allarme l’opposizione che aveva accusato la maggioranza di "vergognoso voltafaccia", ma anche parti della maggioranza con l’Udc che, attraverso il suo responsabile giustizia Erminia Mazzoni, aveva ribadito la propria contrarietà. In serata, però, è arrivata la smentita del Guardasigilli. In una nota diffusa dal ministero, il ministro Roberto Castelli ha infatti "smentito categoricamente" una possibile "reintroduzione di pene detentive da uno a tre anni per i giornalisti che pubblicano il contenuto di intercettazioni telefoniche".

Piacenza: corso di formazione per i docenti impegnati in carcere

 

Redattore Sociale, 16 settembre 2005

 

Agli studenti che in questi giorni ritornano in classe sembrerà un paradosso: le ore di scuola aiutano a trascorrere il tempo. Soprattutto se sei in carcere e davanti a te hai giornate tutte uguali. Magari per anni. Nella casa circondariale di Piacenza gli insegnanti entrano e escono, ormai da 10 anni. Annotano le presenze sul registro, tengono le lezioni e interrogano. Svolgono con i detenuti i programmi della scuola media e dei primi due anni di scuola superiore. Dal 13 settembre per loro è iniziato il primo corso di formazione per insegnanti dietro le sbarre: "Fare scuola in carcere".

Il corso, che si concluderà il 30 settembre, è organizzato dal centro scolastico agro alimentare Raineri-Marcora di Piacenza in collaborazione con il Csa (il Centro servizi amministrativi del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; ndr) e si articola in 6 moduli. I 20 professori iscritti al corso seguiranno lezioni di psicologia carceraria, processi educativi di recupero, ordinamento penitenziario, regole di sicurezza e due corsi per l’insegnamento agli adulti.

Tra i docenti in cattedra ci sarà anche il direttore del Carcere, Caterina Zurlo. "Nelle ore del mio modulo spiegherò le regole dell’ordinamento giudiziario e sottolineerò il ruolo e il valore dell’istruzione all’interno dell’istituto - spiega la direttrice -. Il lavoro in carcere non ha garanzie di continuità, spesso i progetti terminano alla fine della pena. Mentre l’istruzione è spendibile anche fuori di qui. Ti qualifica, cosa che non avviene con i lavori interni al carcere; dove il detenuto serve la struttura guadagna qualcosa, ma non ha un vero impiego".

Fare scuola in carcere nasce da un desiderio espresso dagli stessi insegnanti. Intimoriti, a volte da un senso di inadeguatezza. "Il parco docenti quest’anno si rinnova, è importante allora organizzare un corso che aiuti le new entry a conoscere il carcere e i principi che lo regolano. Anche i veterani saranno coinvolti, per loro si tratterà di un approfondimento su una realtà tanto complessa".

Per arrivare al posto di lavoro deve imboccare la tangenziale, oltrepassare 8 cancellate e mostrare la carta d’identità a una guardia penitenziaria. Andrea Vantadori, professore precario di Agraria, fa questa vita da due anni. "Ho vissuto in prima persona la difficoltà psicologica di insegnare in carcere - racconta Vantadori, 32 anni, anima dell’iniziativa-. Lo vedi ai margini della città e cerchi di dimenticare che esista, ma quando ci capiti dentro ti porti dietro paure e preconcetti. L’impatto è da film americano". Sono oltre la metà gli insegnanti precari che partecipano al progetto: la loro disponibilità vale un doppio punteggio nelle graduatorie del Ministero. "Questa motivazione non è sufficiente - spiega il docente-. Per i detenuti diventiamo un aggancio con la realtà ordinaria".

Giappone: eseguita la prima condanna a morte in un anno

 

Affari Italiani, 16 settembre 2005

 

Con l’impiccagione di un pluriomicida riconosciuto colpevole di aver assassinato due donne in altrettante rapine a mano armata, il Giappone è tornato a eseguire una condanna a morte per la prima volta da un anno. Lo ha reso noto una portavoce del ministero della Giustizia di Tokyo, senza aggiungere dettagli; unico Paese oltre agli Stati Uniti tra quelli maggiormente industrializzati ad applicare con una certa regolarità la pena capitale, secondo le leggi nipponiche ai detenuti e ai loro congiunti l’imminente esecuzione è notificata con ridottissimo preavviso, in genere il giorno stesso, e senza che le generalità dei condannati siano rese ufficialmente di pubblico dominio. Stando all’agenzia di stampa "Jiji" e alla televisione statale "Nhk", tuttavia, a essere giustiziato sarebbe stato un ex agente di polizia, il 58enne Susumu Kitagawa, condannato anche per violenza carnale e delitti contro il patrimonio; i due omicidi risalivano rispettivamente all’83 e all’89.

Le esecuzioni precedenti in terra giapponese, due contemporaneamente, erano avvenute il 14 settembre 2004: tra i giustiziati un individuo già sottoposto a cure psichiatriche, che aveva fatto irruzione in una scuola elementare trucidando a coltellate otto minorenni. Il sistema seguito per applicare le sentenze capitali è considerato inumano dai gruppi per i diritti civili proprio a causa della mancanza di preavviso agli interessati, ma l’opinione pubblica non appare esserne particolarmente turbata: secondo i sondaggi essa è anzi in larga misura favorevole al mantenimento della pena di morte, di fronte all’impennata dei crimini violenti che si è registrata negli ultimi tempi.

Primarie: Realacci; voto in carcere, adesione dei Verdi

 

Apcom, 16 settembre 2005

 

"Bene. L’adesione dei Verdi al nostro appello per aprire anche nelle carceri, per i detenuti in attesa di giudizio, i seggi per le Primarie dell’Unione è un fatto che fa ben sperare, è una buona notizia". Ermete Realacci, deputato della Margherita, commenta così la notizia che anche i Verdi, sono scesi in campo, dopo l’appello partito da Pisa e firmato tra gli altri dallo stesso Realacci, in favore dell’allestimento di seggi nelle carceri per le primarie del centrosinistra. Firmatari l’appello, diffuso ieri, sono Ermete Realacci, Luciano Modica (senatore Ds), Federico Gelli (Vicepresidente della Giunta regionale toscana), Adriano Sofri, il sindaco di Pisa, e tanti ricercatori, giornalisti, associazioni (comitato Arci Pisa, Arcigay Toscana, Anpi Pisa), docenti universitari, uomini delle istituzioni e dei partiti di centrosinistra locali, comuni cittadini.

"Vorremmo che davvero tutti potessero partecipare ed esercitare il loro diritto di voto - si legge nell’appello indirizzato all’Ufficio nazionale per le Primarie dell’Unione. Lo faranno i ragazzi e le ragazze che entro la data della scadenza della legislatura, il 13 maggio, compiranno 18 anni; lo faranno i migranti residenti in Italia da almeno 3 anni. Vorremmo - scrivono i firmatari - che lo potessero fare anche le detenute e i detenuti in attesa di giudizio: aprire le porte del carcere alla politica e alla partecipazione. Vorremo che il 16 ottobre anche nel nostro carcere si organizzasse un seggio per lo svolgimento delle Primarie per la scelta del candidato a presidente del Consiglio dell’Unione". "L’adesione dei Verdi alla proposta - conclude Realacci - ci rafforza nella speranza che anche i detenuti in attesa di giudizio possano partecipare alle Primarie. Sarebbe un importante esercizio di democrazia".

Napoli: detenuto in dialisi, i Ds chiedono che intervenga il ministro

 

Il Mattino, 16 settembre 2005

 

I deputati Ds Vincenzo Siniscalchi e Aldo Cennamo intervengono sulla vicenda del detenuto Patrizio Grandelli, gravemente ammalato rinchiuso nel carcere di Poggioreale, ed hanno annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare. "La vicenda appresa dagli organi di stampa in relazione alle determinazioni che sarebbero state assunte nei confronti del detenuto napoletano gravemente affetto da patologie e sottoposto a dialisi, impone - si legge nella dichiarazione dei parlamentari - una seria riflessione. Senza operare straripamenti di competenze e nel rispetto assoluto della autonomia dell’autorità giurisdizionale, riteniamo doveroso richiedere una verifica di tale accaduto".

 

 

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