Rassegna stampa 1 gennaio

 

Caso Dorigo: lettera di Luigi Manconi al ministro della giustizia

 

Onorevole Roberto Castelli, io e lei - per così dire - non ci amiamo. Lei me ne ha dato più di una prova e io - non sto qui a fare la mammoletta - altrettante. Non ci amavamo quando eravamo vicini di banco, sugli scranni del Senato, e mal ci sopportiamo oggi. Tanto più che lei, ora, è ministro della Giustizia e io, ora, Garante dei diritti dei detenuti per il comune di Roma: e ho la vaga sensazione che lei ritenga del tutto superfluo, e un tantino molesto, quell’incarico (successivamente istituito anche a Firenze, Bologna e Torino) e il fatto che sia io a ricoprirlo. Ma perché un approccio così soggettivo, dal momento che non è, certo, di faccende personali che intendo parlarle?

Proprio perché vorrei evitare qualunque ipocrisia e, dunque, sottoporle quanto devo sottoporle senza ricorrere alla liturgia cerimoniosa delle convenzioni politiche.

Qui, come vedrà, è tutta e sola questione di sostanza. Oltretutto, credo di avere le carte in regola, dal momento che la mia militanza garantista - ritengo di poterlo dire senza tema di smentite - mai è stata faziosa o unilaterale. Un esempio solo. Ricorderà, forse, di quando promossi un documento a proposito dei cosiddetti Serenissimi (responsabili dell’azione contro il campanile di San Marco, a Venezia), per chiedere di distinguere nettamente tra fatti penalmente rilevanti e reati di opinione (di cui si chiedeva l’abrogazione) e per criticare il protrarsi della loro detenzione. Non un solo leghista volle firmare quel testo, e si può capire il perché: a quei tempi, Umberto Bossi definiva i Serenissimi "agenti dei servizi segreti" e "provocatori al soldo dello Stato centralista". Il che, ovviamente, non mi impedì di interessarmi dei Serenissimi e di scriverne e di presentare interpellanze e interrogazioni sulle loro condizioni di reclusione.

Non voglio, certo, vantare un merito (un merito?): intendo solo affermare - esibendo le prove, com’è giusto - che mai ho distinto tra detenuti "di destra" o "di sinistra", tra secessionisti e brigatisti. E chi, più del ministro della Giustizia, può convenire su questo? Dunque, non potrà farle velo, nel considerare la vicenda che sto per esporle, il fatto che il detenuto in questione, Paolo Dorigo, si definisca "militante comunista" e "prigioniero dello Stato". Lei, infatti, come ministro della Giustizia, è il tutore dell’incolumità e dello stato di salute anche di Paolo Dorigo. E in questo momento, e da tempo, Dorigo soffre: e soffre molto. Le ricordo, e ricordo ai lettori, la sua vicenda.

Nato a Venezia il 24 ottobre 1959, Dorigo sta scontando - in regime di Elevato Indice di Vigilanza - una condanna inflittagli dalla Corte di Assise di Udine con sentenza del 3 ottobre 1994 (fine pena al 23 aprile 2007), per i seguenti reati: lancio di una bottiglia incendiaria contro la recinzione della base militare di Aviano, associazione sovversiva, rapina finalizzata all’organizzazione dell’attentato in questione .

La Commissione europea dei Diritti dell’Uomo ha censurato quel procedimento per palese violazione del diritto al contraddittorio (si veda la Decisione finale del 9 settembre 1998), previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (diritto a un processo equo).

A Dorigo sarebbe stato impedito, fra l’altro, di esercitare la facoltà inalienabile di «interrogare, o far interrogare dai suoi avvocati, in pubblica udienza, le persone che risultavano aver rilasciato, durante le indagini o l’istruzione, dichiarazioni a suo carico». Le dichiarazioni di costoro, dunque, dovevano esser considerate nulle, poiché non sottoposte a contraddittorio. E invece la Corte d’Assise di Udine le aveva considerate senz’altro «testimonianze valide», basando su di esse la motivazione della sentenza. La condanna nei confronti dell’Italia da parte della Commissione europea è stata poi confermata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (decisione del 15 aprile 1999); successivamente, il Governo italiano, nel corso di una seduta del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, avvenuta il 19 febbraio 2002, assicurava che avrebbe provveduto affinché le violazioni accertate fossero legislativamente sanabili: e che, quindi, avrebbe sollecitato il Parlamento a modificare le norme procedurali italiane, mettendole in linea con quelle della Convenzione europea e con le decisioni della Corte europea di Strasburgo. Così, sappiamo, non è stato. E, appena qualche giorno fa, il 14 dicembre scorso, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa è intervenuto nuovamente sul caso, annunciando l’invio di una lettera al ministro degli esteri italiano, Gianfranco Fini, "per richiamarne l’attenzione sull’urgenza di metter fine rapidamente, nel caso Dorigo, alle conseguenze della violazione del diritto ad un equo processo penale, conseguenze di cui il ricorrente continua ad essere vittima oltre cinque anni dopo l’accertamento della violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo".

Dorigo, ribadisce ancora il comunicato del Consiglio d’Europa , "sta ancora scontando la detenzione alla quale era stato condannato nel 1993 sulla sola base di dichiarazioni unilateralmente rese da co-imputati pentiti, in assenza di esame contraddittorio a favore del ricorrente".

Pertanto, l’organizzazione di Strasburgo rinnova la richiesta al governo italiano di "adottare (...) ogni misura necessaria al fine di rimediare adeguatamente la situazione dei ricorrenti e di prevenire nuove violazioni simili in futuro".

Dunque, per quella condanna, Dorigo, dal 1993, è stato detenuto negli istituti di Belluno, Padova, Novara, Opera, Biella, Livorno, Spoleto, Sulmona, Spoleto, dove attualmente si trova. Da diversi anni, Dorigo denuncia la violazione di un altro diritto fondamentale, quello, sancito dall’art. 11 dell’ordinamento penitenziario, all’integrità fisica. Tale norma, com’è noto, detta pure le disposizioni volte ad assicurare l’attuazione degli interventi terapeutici resi necessari dalla condizione di salute del detenuto, recependo i dettami dell’articolo 32 della Costituzione.

Sempre lo stesso art. 11 dell’ordinamento penitenziario prevede espressamente che, nel caso in cui si rendano necessari cure o accertamenti diagnostici che non possono essere forniti dai servizi sanitari degli istituti, i soggetti siano trasferiti in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura. Ma, nel maggio 2002, Dorigo, all’epoca nel carcere di Biella, aveva chiesto di poter effettuare una Risonanza magnetica e una Tomografia Assiale Computerizzata (TAC), entrambe al cranio, nonché una serie di esami audiometrici. L’esigenza era motivata dall’insorgere, in forme sempre più acute, di emicranie e disfunzioni del sistema uditivo, che oltre ad impedirgli il sonno, lo facevano - e lo fanno tuttora - soffrire di alcune patologie, assimilabili agli effetti di forme di acusia o di poliacusia, ma più complessi e prolungati. Tale richiesta ottenne il solo effetto di farlo trasferire nel reparto di osservazione psichiatrica della Casa circondariale di Livorno. Neppure allora sono stati compiuti gli accertamenti medici richiesti; al contrario, Dorigo denuncia di avere subito una serie di "trattamenti", culminati in pestaggi (anche col manganello) che avrebbero interessato soprattutto la testa.

Le sue condizioni di salute sono ormai gravi e - secondo il parere di alcuni medici - sono destinate a peggiorare.

Onorevole Castelli, so benissimo che la magistratura (e, in questo caso, quella di Sorveglianza) è autonoma - e la sua indipendenza mi sta molto a cuore - ma un ministro della Giustizia può fare, in ogni caso, molto. Può operare, ad esempio, affinché le indicazioni del Consiglio d’Europa siano tradotte - velocemente, il più velocemente possibile - in conseguenti atti normativi. Può dichiarare la propria disponibilità - nel caso vi sia una richiesta in tal senso - a considerare l’ipotesi della concessione della grazia.

Dorigo, a tutt’oggi, ha scontato oltre 11 anni di carcere. Gliene restano ancora due e mezzo. Dovrà passali in una cella chiusa?

Il presidente del Consiglio, qualche giorno fa, ha detto: "il centrosinistra vuole la gente in galera". In questa sede non mi interessa sapere a chi Silvio Berlusconi si riferisse. Se è vero che il centrodestra non vuole che si vada e si resti in galera se non quando è strettamente indispensabile - e 11 anni e mezzo già scontati senza reati di sangue non costituiscono, certo, una pena lieve - è l’occasione giusta per dimostrarlo. Ringraziandola dell’attenzione e della risposta che vorrà darmi, la saluto cordialmente.

Argentina: ammutinamento e incendio in carcere, sei morti

 

Ansa, 1 gennaio 2004

 

Sei detenuti sono morti oggi per asfissia in un carcere a 15 chilometri da Buenos Aires, dove si erano ammutinati bruciando materassi nell’infermeria della prigione. Lo hanno reso noto fonti della polizia.

Le stesse fonti hanno precisato che l’incendio è scoppiato attorno alle 8,30 (le 12,30 svizzere) e che è stato domato solo dopo un paio d’ore. I cadaveri dei detenuti sono stati trovati ammassati vicino alle finestre dell’infermeria. Altri reclusi ed alcuni agenti di custodia hanno riportato ferite.

Gran Bretagna: 95 i detenuti morti suicidi nel corso del 2004

 

Adnkronos, 1 gennaio 2004

 

Sono stati 95 i detenuti, tra cui 13 donne, che si sono tolti la vita nelle carceri di Inghilterra e Galles nel corso del 2004, secondo i dati resi noti dal ministero dell’Interno britannico. Si tratta di una cifra che eguaglia il record negativo raggiunto nel 2002. Appena 15 giorni fa in Gran Bretagna era stato diffuso il rapporto del Joint Committee on Human Rights, il comitato dei diritti umani di cui fanno parte anche diversi parlamentari, che lanciava l’allarme sul sovraffollamento delle prigioni e che sottolineava come quasi ogni giorno ci sia qualcuno che si suicida, che viene ucciso o che muore in circostanze non chiare in cella.

Indonesia: maremoto abbatte carcere, 200 detenuti in fuga

 

Reuters, 1 gennaio 2004

 

Più di 200 detenuti sono fuggiti da un carcere indonesiano nella provincia di Aceh dopo che un’onda di maremoto (tsunami) ha abbattuto le pareti della prigione. Lo ha riferito un funzionario di polizia. Ali Taruna Jaya, capo della polizia della città di Pidie, sono fuggiti 204 prigionieri dal carcere.

"I detenuti sono scappati dalla prigione. Sembra che alcuni lo abbiano fatto per mettersi in salvo dopo che lo tsunami si è abbattuto sull’edificio", ha detto Jaya a Metro Tv. L’ufficiale ha detto di non avere notizia di morti a Pidie dopo lo tsunami, provocato da un forte terremoto avvenuto oggi al largo dell’isola di Sumatra.

Presa in Marocco la "strana coppia" degli evasi da Bergamo

 

Corriere della Sera, 1 gennaio 2004

 

Insieme erano scappati, insieme sono stati arrestati a Rabat, in Marocco. Max Leitner ed Emanuele Radosta avevano tutte le caratteristiche per scardinare l’aneddotica legata alle evasioni dalle carceri: è pur vero che per riacquistare la libertà non si va troppo per il sottile, ma i due non avevano proprio nulla in comune. L’uno, Leitner, 45 anni, altoatesino di Bressanone, rapinatore di lungo corso, è famoso come il "Re delle evasioni", visto che è riuscito nell’impresa di fuggire per ben quattro volte dalle poco confortevoli celle italiche; l’altro, Radosta, 32 anni, siciliano di Villafranca Sicula, nonostante la giovane età ha già accumulato pene da scontare fino al 2054 per associazione mafiosa, omicidio e traffico d’armi.

Due tipi così diversi hanno dato vita a un’inedita alleanza nord-sud finalizzata esclusivamente a evadere dal carcere di Bergamo, missione compiuta la notte del 15 ottobre scorso grazie alla determinante complicità di un agente della polizia penitenziaria, Raffaele Di Simone, allettato da una grossa somma di denaro. Ma una volta fuori, contrariamente a quel che si poteva immaginare, le strade dei due fuggiaschi non si sono divise. Chi pensava che Leitner tornasse tra le sue vallate alpine e Radosta cercasse riparo nella natia Sicilia è stato smentito.

La latitanza è durata solo 75 giorni. Anche questo, a suo modo, è un piccolo record. In negativo, ovviamente, perché Leitner era abituato a periodi ben più lunghi di libertà. Anche stavolta il rapinatore altoatesino era convinto di poter stare lontano a lungo da un carcere. Solo pochi giorni fa aveva scritto una lettera ad un quotidiano in lingua tedesca dell’Alto Adige per avvertire che la sua fuga era stata favorita da "complicità in alto loco" e non poteva certo essere merito solo di un oscuro secondino. Aveva concluso lapidario ma poco profetico: "Non mi prenderete mai".

E’ stato il suo compagno di fuga a fregarlo involontariamente. Sembra infatti che una telefonata fatta a casa in Sicilia da Radosta abbia fornito agli inquirenti la conferma che i due erano riusciti a lasciare l’Italia. Da settimane i poliziotti delle squadre mobili di Bergamo e Brescia, coordinati dal Servizio Centrale Operativo (Sco) e dalla Procura distrettuale di Brescia, erano sulle loro tracce. Dopo la telefonata di Radosta è scattato il blitz.

I due sono stati fermati nel centro di Rabat. Hanno cercato di cavarsela mostrando passaporti falsi. Ma chi li ha bloccati lo ha fatto a colpo sicuro.

Adesso Leitner e Radosta sono in attesa che vengano espletate le procedure di estradizione. Potrebbe essere questione di pochi giorni. Ma il loro ritorno non chiuderà le indagini. Gli inquirenti vogliono risalire ai complici, a quanti a vario titolo (da chi li ha attesi all’esterno del carcere di Bergamo a chi ha fornito i documenti falsi) hanno agevolato i due latitanti. La strana coppia, comunque, è destinata a dividersi per sempre. Sia l’uno che l’altro finiranno in un istituto di massima sicurezza. Ma a centinaia di chilometri di distanza, questo è poco ma sicuro.

Thailandia: anche i detenuti partecipano a recupero salme

 

Reuters, 1 gennaio 2004

 

In Thailandia, alle prese con le conseguenze della più grave calamità naturale della sua storia, le autorità hanno deciso di avvalersi della collaborazione di una cinquantina di detenuti condannati a pene inferiori ai due anni di carcere per il recupero dei corpi delle vittime del maremoto.

Si tratta di volontari che beneficeranno di uno sconto della pena residua pari a due giorni per ogni giorno trascorso nella ricerca delle salme, soggette a un rapido processo di decomposizione a causa del caldo tropicale. I detenuti assolvono il macabro compito sotto l’occhio vigile di 15 guardie carcerarie.

Padova: due semiliberi arrestati per spaccio di cocaina

 

Il Mattino, 1 gennaio 2004

 

La notte dormivano in carcere, di giorno spacciavano cocaina. E la vendevano, fra gli altri, ad un barista del "Mah nà" di Isola e a un noto commercialista di Schio, che a loro volta avrebbero provveduto a rifornire i consumatori del Vicentino. I carabinieri hanno arrestato 5 persone e sequestrato poco meno di mezzo chilo di cocaina.

In manette Giorgio Gaetano Bortoli, 43 anni, residente a Schio in via Nogarole e domiciliato a Isola in via Vicenza, barista della discoteca "Mah nà" (che non è coinvolta nell’indagine); Piergiorgio Fraccari, 57 anni, di Verona e Alessio Dari, 35 anni, di Rovereto (Tn), entrambi in regime di semilibertà dal carcere di Padova e operai del Comune di Galliera; Franco Garbin, 43 anni, residente a San Vito di Leguzzano in via Giare, artigiano e collaboratore di un avviato studio di Schio, e infine Angelo Fazio, 42 anni, Schio, via Resecco Vecchio 8, con molti precedenti. L’indagine era partita a fine novembre con una segnalazione su Bortoli.

I carabinieri lo hanno seguito, alla fine del lavoro in discoteca, fino a Galliera, dove ha incontrato Dari e Fraccari. Al ritorno hanno fermato la sua Vw Passat a Bolzano Vicentino, lungo la Postumia: in macchina, 310 grammi di cocaina in sasso. A casa sua sono spuntate altre dosi di coca, hashish e marijuana: è stato arrestato. L’ipotesi è che avesse un giro di consumatori in grado di pagare 150 euro al grammo. L’indagine si è allargata ai fornitori di Bortoli. Martedì scorso sono scattate le manette: nel primo pomeriggio, a Rovereto, sono stati arrestati Dari e Fraccari; si stavano scambiando 130 grammi di cocaina.

 Dari è in carcere per una serie di truffe fino al 2009, Fraccari per spaccio fino al 2012. Alle dipendenze del Comune di Galliera come operai e lavoratori socialmente utili, dal 23 dicembre erano in permesso premio concesso dal magistrato per passare in famiglia il Natale e non avrebbero potuto essere in Trentino.

 Poco più tardi, a Schio i carabinieri hanno bloccato Garbin e Fazio per concorso in detenzione di droga da smerciare: sono ritenuti i destinatari della coca sequestrata a Rovereto. A Garbin, Dari e Fraccari viene contestato anche il concorso nel trasporto dei 3 etti trovati nell’auto di Bortoli.

Napoli: evade da casa, "meglio il carcere che mia moglie"

 

Il Mattino, 1 gennaio 2004

 

Meglio trascorrere il Capodanno in carcere, casomai partecipando a un cenone non ricco e in un’atmosfera non propriamente familiare, che stare ancora tra le mura domestiche. I rapporti burrascosi con la moglie, infatti, lo hanno indotto a lasciare precipitosamente la propria abitazione nonostante che fosse agli arresti domiciliari per scontare la pena di un anno di reclusione per furto. Protagonista dell’insolita vicenda è un uomo di 37 anni, di Castellammare di Stabia.

L’altra sera i militari della locale caserma hanno notato Salvatore Soldati che passeggiava per strada e quando gli hanno chiesto cosa facesse, ha replicato deciso che si stava dirigendo in caserma per chiedere di essere arrestato. E in caserma ha candidamente confessato che era insofferente per la sua convivenza forzata con la moglie, tanto da essere deciso a chiedere la separazione e di aver fatto già diversi tentativi per avere il cambio del domicilio dove espiare la condanna ad un anno.

Insomma, Soldati si è detto sull’orlo dell’esaurimento: "A Poggioreale, piuttosto che stare con lei". Il giudice, ieri mattina, ha condannato l’uomo a due mesi di reclusione per evasione, disponendo che la pena venga scontata in carcere. Alla fine, dunque, Salvatore Soldati è stato accontentato. Trascorrerà la fine dell’anno in cella. Meglio che litigare con la moglie. Chissà, forse sarà contenta anche lei.

 

 

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