Rassegna stampa 15 settembre

 

Padova: "Ristretti" aderisce a giornata boicottaggio spesa

 

La Redazione di Ristretti Orizzonti aderisce “moralmente” alla giornata di boicottaggio della spesa contro gli aumenti speculativi.

 

I maggiori quotidiani italiani parlavano ieri di “gruppi di acquisto” e “manuali di sopravvivenza” per combattere il carovita. Ma come sopravvive al carovita un detenuto, che spesso non ha fonti di reddito e non può cercarsi il negozio più conveniente e le offerte più vantaggiose? Non sopravvive.

 

Anche la redazione di Ristretti Orizzonti, giornale scritto e pubblicato dai detenuti della Casa di Reclusione di Padova e dalle detenute dell’Istituto Penale Femminile della Giudecca, con volontari e operatori sociali, aderisce “moralmente” alla giornata “Boicottiamo la spesa”, indetta dalle associazioni dei consumatori per il 16 settembre 2004.

Il tema del carovita è particolarmente sentito nelle carceri italiane, dove la stragrande maggioranza dei detenuti non può contare su fonti di reddito e finisce per pesare gravemente su un bilancio familiare già falcidiato dagli aumenti, quando c’è una famiglia a sostenerli.

Il problema è anche che, per ragioni di sicurezza, nei penitenziari del nostro paese i famigliari possono portare ai detenuti poco o nulla; per intenderci, se qualcuno volesse portare le famose arance a un parente recluso, se le vedrebbe respingere all’ingresso. Per la propria sussistenza, quindi, i detenuti sono costretti ad acquistare i generi di sopravvitto da un’impresa appaltatrice la quale ha l’unico obbligo di tenere i prezzi conformi a quelli del supermercato (non “superdiscount”, i discount non esistevano quando è stata fatta la legge) più vicino al carcere, escluse le offerte speciali. Inoltre non è prevista la possibilità di un “doppio listino” che, oltre al prodotto di marca, consenta l’acquisto anche di un prodotto di marca meno nota e pubblicizzata, decisamente più economico. Quindi, ancorché non si possa eccepire nulla dal punto di vista legale, quando un recluso acquista un pacco di caffè è in pratica costretto a pagare il massimo prezzo, perché sicuramente anche nello stesso supermercato di riferimento, il medesimo caffè sarà periodicamente disponibile in offerte “tre per due” o simili, decisamente più convenienti. Per questo motivo i detenuti, pur costituendo sicuramente una categoria disagiata, possono fornire un’adesione solo morale all’iniziativa, in quanto ogni possibilità di scegliere prodotti più convenienti ed economici è loro preclusa.

Sofri: l’indultino? Una beffa, nelle carceri c’è solo disperazione

 

Il Corriere della Sera, 15 settembre 2004

 

"Da molto tempo ormai le prigioni italiane sono diventate una scuola di non violenza". Adriano Sofri, in cella a Pisa perché condannato a 22 anni di reclusione come mandante dell’omicidio Calabresi, difende le lotte dei carcerati delle scorse settimane: gli scioperi della fame e le proteste di chi sta in prigione in condizioni disumane.

"Sì, la cella è oggi un luogo privilegiato di addestramento, speranza e coltivazione della non violenza. Poi però succede che c’è una lotta esasperata di un braccio di Regina Coeli e allora ecco la predica: così facendo non fate che danneggiare voi stessi. Ma così non facendo non succede proprio nulla".

La memoria torna alla prima riforma carceraria, quella del 1975, che portò i primi elementi di "civiltà" nelle carceri italiane: venne solo dopo una stagione di rivolte violente. Erano i tempi dei "dannati della terra" (una definizione presa a prestito dal sociologo Frantz Fanon, teorico della liberazione violenta dei popoli colonizzati). Ma le rivolte estive degli anni Settanta con i detenuti sui tetti a scagliare tegole sulle irruzioni degli agenti in tenuta antisommossa sono ormai soltanto immagini d’archivio.

"Ripeto - dice Sofri - quella di Regina Coeli non è stata una sommossa. Rivolte vere non succederanno più. Sì, ogni tanto ci saranno ancora queste fiammate brevi e localizzate. Ma non esiste più la popolazione carceraria che era in grado di fare rivolte organizzate e contagiose come in quegli anni. Ora c’è solo disperazione".

 

È la disperazione la molla di queste fiammate?

"Cose come quella di Regina Coeli succedono ininterrottamente. Succede dovunque, nelle carceri italiane, che ci siano dei disperati per l’astinenza, o disperati imbottiti di terapia, o semplicemente disperati che incendiano il materasso e rischiano così di soffocare assieme ai loro compagni. Disperati che si tagliano, che sanguinano, che ingoiano qualunque oggetto, che fanno risse all’ora d’aria perché non hanno altro modo di sfogare la vita che vivono in condizioni spaventosamente provocatorie in una cella".

 

E disperati che si ammazzano. Gli ultimi dati sui suicidi in prigione sono allarmanti.

"Quando si parla dell’aumento dei suicidi in carcere bisognerebbe in realtà rovesciare la domanda: come mai se ne ammazzano così pochi? Come riescono a sopportare quella disperazione quotidiana?".

 

Ogni volta che "riemerge" come un fiume carsico la "questione carceraria" si torna a parlare di provvedimenti di clemenza per alleggerire l’affollamento.

"Amnistia, indulto. Nelle carceri continuano a risuonare queste due parole ormai esauste. Quello che fa più impressione è che di fronte allo stato clamoroso delle condizioni delle carceri (compreso il sovraffollamento, ma non è l’unica emergenza), di fronte a questo stato di dissipazione e dilapidazione di corpi umani per la prima volta nella storia repubblicana e pre-repubblicana, da 13 anni non c’è stata nessuna misura di clemenza".

 

E il cosiddetto indultino?

"Non è stata una misura di clemenza, è stata una beffa, lo dicono gli stessi addetti ai lavori. Ha provocato solo quella specie di buriana allarmistica, con i giornali che titolavano: "Domani saranno liberati 10 mila detenuti". Ebbene sono stati liberati ufficialmente 5 mila detenuti nell’arco di un anno e nell’arco di questo stesso anno molti di quelli che sono usciti per l’indultino sarebbero comunque stati rimessi in libertà perché la clemenza valeva solo per quelli che erano sotto i due anni di pena. No, l’indultino non è servito a niente".

 

Perché il Parlamento non riesce a trovare un accordo sulla clemenza?

"Per esorcizzare l’accusa di votare degli atti d’indulgenza in particolare per se stessa e di essere troppo clemente in particolare con se stessa, la classe politica italiana si è data una legge che non ha uguali, per cui le misure di clemenza sono le uniche norme che hanno bisogno della maggioranza di due terzi in Parlamento. Una maggioranza introvabile soprattutto in un Parlamento ricco di veti incrociati come quello italiano (mentre per cambiare la Costituzione basta il 50 per cento più uno dei voti)".

 

Ma è indubbio che tocchi alla politica risolvere la questione.

"Sì, ma la politica democratica contemporanea (che speriamo di conservare e di esportare in tutto il mondo con le buone) è prigioniera dell’immediatezza della verifica, del consenso, dei sondaggi. Il sondaggio scandisce il tempo che va da un’elezione all’altra. Mentre i problemi che la vera politica dovrebbe affrontare sono tutti problemi di lungo respiro, che necessitano di lungimiranza. Le carceri sono l’evidente contraddizione tra la necessità della lungimiranza e la soggezione all’immediatezza".

 

Un politico "lungimirante" da dove comincia?

"Dalla giustizia. Infatti quella che viene chiamata "questione carceraria" è la quintessenza della "questione giustizia". Si continua a separare il momento del pronunciamento della giustizia dal momento del trattamento dei corpi. La giustizia si ferma al momento dell’emissione di un verdetto. Poi l’imputato diventa un corpo che viene passato agli esperti del trattamento del corpo, che lo buttano in una cella. Invece la chiave di volta è imparare a tenere in cella solo chi è davvero pericoloso. La vera modernità è mettere la gente fuori, non metterla dentro. Puntando sulla reciproca trasparenza della società esterna e dei luoghi chiusi".

 

Come?

"Per esempio migliorando il sistema delle pene alternative e dei permessi, che è assolutamente inadeguato. Anche per colpa della miopia e della sciocca cattiveria di chi applica queste leggi. I carcerieri. Perché sono loro che, come si dice in gergo carcerario, "scrivono". Cioè ti fanno un "rapporto" se ti capita un qualunque piccolo incidente. Poco importano le tue ragioni. Il "rapporto" automaticamente ti toglie qualunque beneficio. Non dei magistrati, ma alcune persone qualunque che si trovano a fare gli agenti di custodia in una prigione decidono della tua libertà, delle tue speranze, delle tue aspettative. È giusto?".

Polizia Penitenziaria: Sofri ci ha offeso, intervenga Castelli

 

Ansa, 15 settembre 2004

 

L’annuncio di azioni legali contro Adriano Sofri e il Corriere della Sera e soprattutto la richiesta di un intervento della magistratura e del ministro della Giustizia "affinché venga ridimensionata, se non addirittura vietata, la smisurata cassa di risonanza concessa ingiustificatamente" ad un "condannato e detenuto per gravissimi reati".

Il Sappe (sindacato autonomo della polizia penitenziaria) reagisce con durezza all’intervista di Adriano Sofri al Corriere della Sera, che giudica "offensiva" per l’intero corpo della polizia penitenziaria e con cui ritiene che l’ex leader di Lotta Continua abbia "veramente superato ogni limite".

"Il Sappe, e tutta la Polizia Penitenziaria si ritengono offesi e vilipesi dalle gravi accuse di "miopia e sciocca cattiveria" indirizzate dal detenuto Sofri al Corpo, per il solo fatto che i poliziotti penitenziari (e non "agenti di custodia" o "carcerieri" come ironicamente ci definisce il carcerato) compiono il proprio dovere elevando rapporti disciplinari a detenuti che infrangono il Regolamento penitenziario - spiega in una nota il sindacato -.

Non è più possibile per la Polizia Penitenziaria continuare a subire i farneticanti attacchi che un "signore", condannato e detenuto per gravissimi reati, continua a portare contro un Corpo di Polizia dello Stato è non più tollerabile che grazie all’uso di mass-media compiacenti un detenuto condannato definitivamente possa continuare ad offendere lo Stato ed i suoi rappresentanti".

Di qui l’intenzione di promuovere "immediate azioni legali nei confronti di Sofri e del Corriere della Sera a tutela dell’onore e del prestigio del Corpo di Polizia Penitenziaria, auspicando che anche il ministro Castelli intervenga a difesa del decoro del Corpo di Polizia che da lui dipende".

Milano: detenuto morto per infarto, incriminati due cardiologi

 

Corriere della Sera, 15 settembre 2004

 

Cardiopatico ischemico con già un infarto alle spalle, quattro by-pass, gravemente obeso, tabagista, iperteso e diabetico: nell’estate 2001, a 52 anni, quando doveva scontarne 3 a Opera dov’era rinchiuso da 2 per ricettazione, il detenuto Pasquale Squeo continuava a ripetere di essere malato, troppo malato per restare in cella. Inascoltato.

Fino a quando, respinte dal Tribunale di Sorveglianza tutte le istanze di scarcerazione sulla base delle relazioni mediche che garantivano invece la compatibilità delle sue condizioni di salute con la reclusione, Squeo si è sentito male in carcere. È morto in ospedale il 6 settembre 2001 per una "acuta insufficienza ventricolare sinistra". Ora, a distanza di tre anni, la Procura di Milano incrimina i due medici specialisti chiamati dal carcere di Opera a visitarlo nei giorni precedenti, uno pneumologo di 41 anni e un cardiologo di 44 anni: e li accusa di "omicidio colposo" del detenuto, cioè di aver "cooperato a cagionarne la morte" per averne sottovalutato lo scompenso cardiaco, ignorato una radiografia, omesso di curarlo adeguatamente e di farlo ricoverare tempestivamente in ospedale.

 

Non "eccellente"

 

Le difese dei due medici contestano la consulenza tecnica che costituisce il presupposto dell’imputazione, contenuta nell’"avviso di conclusione delle indagini" che viene notificato agli indagati tutte le volte che il pm non intenda archiviare ma si prepari entro 20 giorni alla richiesta di rinvio a giudizio. Ma sullo sfondo, comunque finisca il procedimento penale, resta l’amara sensazione di una vicenda nella quale, se il detenuto fosse stato appena un po’ "eccellente", forse già un decimo di quei sintomi sarebbe bastato a propiziargli una scarcerazione a razzo.

 

"Compatibile"

 

In quel 2001, le ripetute crisi cardiache avevano imposto, per due volte in un mese, il ricovero d’urgenza di Squeo in un ospedale esterno. Cinque mesi prima gli avevano messo quattro by-pass, operazione dopo la quale aveva maturato anche problemi polmonari. Per questo aveva chiesto più volte il "differimento", cioè la sospensione dell’esecuzione in carcere della pena per motivi di salute, o almeno un nuovo ricovero in un ospedale specializzato, ma tutte le istanze erano sempre state respinte: l’ultima il 10 agosto, quando il giudice di sorveglianza si era nuovamente attenuto alla perizia medica che dichiarava le sue condizioni fisiche "compatibili" con la detenzione. Che finisce invece di colpo il 6 settembre, all’ospedale San Paolo, quando termina anche la corsa del cuore di Squeo.

 

Tre accuse

 

Ora il pm Fabio De Pasquale ipotizza, a carico dei due medici che visitarono Squeo il 31 agosto e il 4 settembre, tre condotte viziate da "negligenza, imprudenza e imperizia". Primo: non aver rilevato, nell’ambito delle rispettive visite, i segni dello scompenso cardiaco già in atto. Secondo: non aver esaminato (questo riguarda solo il cardiologo) la radiografia toracica svolta tra il 31 agosto e il 4 settembre. Terzo: aver omesso di prescrivere le terapie necessarie, a cominciare dal ricovero in una struttura extracarceraria e dal costante monitoraggio delle condizioni del detenuto.

 

Quattro difese

 

I due medici - che sono difesi dagli avvocati Luigi Liguori e Giuseppe Alaimo e nei prossimi 20 giorni potranno chiedere di essere interrogati o presentare memorie - mettono invece in discussione la perizia dei consulenti medici della Procura, che per Liguori peccherebbe di almeno quattro lacune. Sottovaluterebbe la causa della morte, l’infarto improvviso, che ogni anno (dati Istat) colpisce 70 mila persone in Italia, e di cui non c’era alcuna avvisaglia neppure nella cartella clinica siglata dall’ospedale San Paolo alle 6.30 del 6 settembre, cioè appena 3 ore prima che il detenuto morisse. Inoltre i consulenti del pm non avrebbero tenuto conto che il cardiologo non avrebbe potuto, nella visita del 4 settembre, esaminare la radiografia fatta sì prima, ma depositata soltanto dopo, il 6 settembre, cioè il giorno stesso della morte.

I periti avrebbero poi sottovalutato il fatto che il 31 agosto, 6 giorni prima della morte di Squeo, nella cella del detenuto fossero state trovate 90 pastiglie delle medicine che in passato gli erano state prescritte ma che Squeo non aveva evidentemente assunto. E infine ci sarebbe discrepanza sulla natura di uno dei sintomi lamentati dal detenuto al cardiologo nell’auscultazione della zona cardiaca: "rantolo" (che avrebbe dovuto destare timore) o soltanto "crepitìo" (che invece non sarebbe stato allarmante in un paziente con by-pass).

 

Malattia e assistenza dietro le sbarre

 

Secondo dati della Direzione generale detenuti e trattamento, nel 1995 la spesa sanitaria per ogni recluso era di circa 1.846 euro (839 euro per un cittadino libero). Nel 2003, per gli italiani in libertà venivano erogati 1.378 euro, per i reclusi 1.498.

Da gennaio 2002 a settembre 2003 in cella sono morte 250 persone. Solo in pochi casi è nota la causa del decesso: 83 morti per suicidio, 23 per inadeguata assistenza sanitaria, 9 per overdose. Per 19 vittime le cause sono "non chiare", per le altre neanche quello.

I tagli alla spesa sanitaria disposti in passato dal governo hanno comportato una riduzione delle ore di lavoro di medici e infermieri. Secondo il Dap oggi i medici di guardia sono 1.177, gli specialisti 1.982, gli infermieri di ruolo 580.

Milano: Al Ansar, appello dal carcere per rilascio italiane rapite

 

Corriere della Sera, 15 settembre 2004

 

"Nel nome di Allah, nel nome dell’onnipotente unico Dio, liberate Simona Pari e Simona Torretta". E ancora: "Il loro rapimento non è una cosa ammissibile nell’Islam". Di più: "Ci è stato insegnato di non uccidere mai un bambino o una donna, né un anziano. Ma in televisione ho visto quello che avete fatto...". A invocare il rilascio delle due ragazze italiane sequestrate in Iraq, a esporsi in prima persona, a lanciare un appello che i loro rapitori forse faticheranno a ignorare, stavolta è un integralista dichiarato e conosciuto da decine di mujaheddin che stanno combattendo in Iraq.

Il suo nome è Radi Al Ayashi, per gli amici "Merai", nato in Egitto il 2 gennaio ‘72, arrestato a Milano il 31 marzo 2003 per terrorismo internazionale e tuttora detenuto in regime di massima sicurezza. Secondo l’accusa, era il capo di quella cellula di Al Ansar (prima presunta filiale di Al Qaeda in Iraq) che ha reclutato tra Italia e Germania decine di giovani combattenti, pronti a morire nella guerra contro gli occupanti americani.

Il 29 luglio scorso, davanti al pm Armando Spataro, proprio Merai è stato il primo dei 12 coimputati a confermare che "alcune accuse sono vere", ma "noi non siamo terroristi": "Ho aiutato alcuni fratelli ad andare in Iraq per combattere contro gli americani - ha detto - e per fare la jihad spirituale e materiale nel significato che è scritto nel Corano: ogni musulmano ha il dovere di opporsi agli invasori, di reagire per difendere i territori musulmani aggrediti". Rivendicato così il diritto di "resistenza contro l’occupazione", Merai ha condannato, nello stesso interrogatorio, sia gli attentati suicidi che le stragi di civili.

Ma non potendo escludere che qualche suo "fratello" nella fede, una volta in Iraq, abbia fatto il salto estremo nel terrorismo, si è limitato a prenderne le distanze, assicurando che i kamikaze islamici sono anche per lui "un fenomeno nuovo": "Io ho mandato in Iraq questi fratelli, Mahdi il tunisino, Ibrahim il marocchino, Mohammed il tunisino, per andare a combattere contro gli americani. Se poi loro hanno deciso di fare azioni suicide, o se erano disposti a farlo, questo non lo so".

Sono queste premesse a misurare il peso dell’appello che il detenuto Merai aveva deciso di lanciare già una settimana fa, dalla sera del sequestro a Bagdad delle volontarie italiane e dei loro due collaboratori iracheni. Su consiglio del suo avvocato, Sandro Clementi, Merai ha scritto il testo di suo pugno, in quell’arabo classico che è la lingua del Corano, per documentare che non si tratta di manipolazioni giornalistiche.

Il fax con la sua firma porta la data di ieri perché non è facile far uscire da una cella d’isolamento il documento di un presunto terrorista islamico: solo nelle ultime ore Merai è riuscito a contattare il suo legale, che era impegnato in processi lontani dal penitenziario di Asti, e a trasmettergli lo scritto.

"Con questo appello il signor Radi Al Ayashi conferma ciò che ha sempre sostenuto - spiega l’avvocato Clementi - come tutti i suoi fratelli nella fede detenuti in Italia, lui rivendica il diritto alla jihad intesa solo come legittima resistenza contro le potenze militari straniere che hanno invaso territori sacri all’Islam".

Giusta o sbagliata che sia questa linea difensiva, l’appello di Merai è forse tra i pochi ad avere chance di essere preso in considerazione da quei guerriglieri iracheni che lui stesso ammette di aver reclutato. Il loro "ex capo", pur di aiutare "le due ragazze italiane che erano in Iraq solo per aiutare il popolo e i bambini iracheni", ha accettato di dare per scontato che i sequestratori siano davvero integralisti islamici, come nei rapimenti precedenti, benché ancora si attendano prove e gli ulema di Bagdad lo escludano.

La sua speranza, "in nome di Allah il misericordioso" e della sola "jihad giusta", è che i rapitori, qaedisti, ex saddamisti o sadristi che siano, possano ascoltare, se non lui, almeno i suoi "fratelli" guerriglieri in Iraq, come Mahdi, Mohammed o Ibrahim.

Sappe: finanziaria sia attenta a sistema carcerario e agenti

 

Ansa, 15 settembre 2004

 

Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria ha inviato oggi una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi ed ai ministri Roberto Castelli (Giustizia) e Domenico Siniscalco (Economia e Finanze) auspicando "che la prossima Legge Finanziaria 2005, il cui testo È in corso di stesura, riservi particolare attenzione al sistema carcerario del Paese e ai poliziotti penitenziari".

Nel documento la segreteria nazionale del Sappe afferma: "non si può pensare di aprire nuovi penitenziari nei prossimi anni senza prevedere, in Finanziaria, un adeguato aumento di organico. Riteniamo debbano essere previsti adeguati stanziamenti per retribuire i fondi incentivanti del Personale di Polizia Penitenziaria, atteso che per assurdi ritardi dell’Amministrazione Penitenziaria ancora non sono stati liquidati quelli relativi agli anni 2002 e 2003, per gli straordinari e le missioni fuori sede dei Baschi Azzurri, per i bisogni vitali del settore penitenziario e, infine, per quanto concerne il riordino delle carriere degli appartenenti alle Forze di Polizia".

"È un dato di fatto - conclude il sindacato - che sono urgenti ed impellenti interventi di natura economica per il carcere e chi in esso lavora. Ed auspichiamo, per tanto, che la legge Finanziaria 2005 tenga nel debito conto tali priorità".

Polizia Penitenziaria: Sappe, nuovi fondi in finanziaria

 

Agi, 15 settembre 2004

 

La prossima Finanziaria dovrà riservare "particolare attenzione al sistema carcerario del Paese e ai poliziotti penitenziari. Certo non si può pensare di aprire nuovi penitenziari nei prossimi anni senza prevedere un adeguato aumento di organico".

È quanto chiede il Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, in una lettera inviata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e ai ministri della Giustizia, Roberto Castelli, e dell’Economia, Domenico Siniscalco.

"Riteniamo - scrive il sindacato - debbano essere previsti adeguamenti stanziamenti per retribuire i fondi incentivanti del personale di Polizia penitenziaria, atteso che per assurdi ritardi dell’amministrazione ancora non sono stati liquidati quelli relativi agli anni 2002 e 2003, per gli straordinari e le missioni fuori sede, per i bisogni vitali del settore penitenziario e, infine, per quanto concerne il riordino delle carriere degli appartenenti alle forze di polizia. È un dato di fatto - conclude la lettera - che sono urgenti ed impellenti interventi di natura economica per il carcere e chi in esso lavora. Ed auspichiamo, pertanto, che la Finanziaria 2005 tenga nel debito conto tali priorità".

Napoli: detenuti "giardinieri" con il Progetto Argo

 

Il Mattino, 15 settembre 2004

 

"Aree pubbliche, zone verdi, spiagge e spazi destinati allo svago collettivo riservano uno spettacolo a dir poco desolante, dove l’incuria e la scarsa manutenzione la fanno da padroni con tutto quel che consegue". A levare l’indice contro la "città pattumiera" è Roberto Celano, consigliere comunale di Alleanza nazionale che in una lettera aperta indirizzata all’assessore all’Ambiente Francesco Dambrosio, denuncia i disagi di chi è costretto a vivere in un centro che si sta trasformando poco alla volta in una "discarica periferica sudamericana". Colpa anche "della maleducazione e della poca civiltà da parte di alcuni cittadini che ignorano le regole della corretta convivenza e dell’altrui rispetto".

La sua non è solo una denuncia "cieca e becera", ma anche l’occasione per avanzare "proposte serie e costruttive nell’interesse comune". In merito al problema dei rifiuti ingombranti (mobili, elettrodomestici, suppellettili varie), Celano suggerisce - "visto che il Consorzio affidatario del servizio di raccolta su richiesta dei cittadini non è in grado di dare celere risposta alle numerose istanze provenienti da ogni zona della città" - di individuare fuori dal centro urbano apposite aree attrezzate, una sorta di "isole ecologiche", da adibire a centro di raccolta. Per quanto riguarda invece la pulizia e la tutela degli spazi pubblici, l’esponente di Alleanza nazionale ipotizza una collaborazione con le carceri. "Ritengo - scrive - che l’amministrazione debba aderire in sintonia col dipartimento penitenziario al progetto Argo varato dal Governo nazionale che consente di utilizzare, come già proposto in via sperimentale dal presidente del comitato di quartiere di Torrione, talune categorie di detenuti in lavori di pulizia e manutenzione ordinaria delle aree pubbliche".

Gorizia: braccio di ferro sul Cpt, oggi summit Illy - Galan

 

Il Gazzettino, 15 settembre 2004

 

Non si placa lo scontro sul destino della ex caserma Polonio di Gradisca che il ministero dell’Interno vuole trasformare in centro di permanenza temporanea (Cpt) in grado di ospitare fino a 400 immigrati. Il presidente della Regione Riccardo Illy a Gorizia lunedì ha ripetuto il suo no al ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, la via per uscirne potrebbe essere quella di un accordo con le Regioni vicine.

E oggi Illy affronterà la questione con il presidente del Veneto Giancarlo Galan, ricordando, senza mai nominarlo, che l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini (Lega) "si è espresso violentemente contro qualunque immigrato" e "oggi dovrebbe essere lieto di ospitare un Cpt". L’incontro era già in agenda in occasione di un’assemblea organizzata dal gruppo giovani imprenditori di Venezia e doveva servire anche per affrontare i temi dell’Euroregione.

Il muro di cemento alto quattro metri della caserma è considerato dall’assessore alla Cultura, all’Immigrazione e alle Politiche della pace Roberto Antonaz (Rc) "un muro della vergogna, agghiacciante". Il Centro? "Un corpo estraneo rispetto alla storia e alla cultura di una regione che è terra d’emigrati, sensibile da sempre ai problemi dell’accoglienza e dell’accettazione. Imporre quel Centro e farlo nonostante la contrarietà unanime e trasversale di partiti, istituzioni e società civile del Friuli Venezia Giulia è un vulnus alla democrazia".

"Tre anni fa erano loro, Prc e Sinistra, che volevano i campi di accoglienza ed era la Lega che si era opposta anche perché quel centro doveva avere una funzione non così come la dovrebbe avere oggi": così ha ribattuto il presidente dei senatori della Lega Francesco Moro. Egli ha ricordato che i centri dovrebbero essere 20, uno per regione, e invece sono soltanto 13. Nonostante la disponibilità di fondi da parte del Ministero è difficile realizzarli per l’opposizione degli enti locali. Moro sostiene che "con l’ingresso della Bossi-Fini sono mutate le condizioni di permanenza: prima era una specie di carcere e adesso è un centro di identificazione. La Lega del Friuli non ha nessun timore: noi non confiniamo con la Libia".

"La verità è che oltre a essere strutture di dubbia costituzionalità i Cpt sono stati un fallimento evidente in tutta Italia" rincara Antonaz. "Il muro di Gorizia invece potrebbe restare ma ricoperto di murales per trasformarsi in un muro della speranza".

Oggi intanto approderà in commissione la proposta di legge di Antonaz sull’immigrazione e la Lega attacca: "Non ho mai avuto occasione di leggere una proposta tanto farneticante nella quale si vanno a favorire gli immigrati stranieri a scapito dei cittadini del nostro Paese" affonda il segretario provinciale della Lega Nord Trieste Massimiliano Fedriga.

Brescia: parlamentari DS, Canton Mombello deve essere chiuso

 

Giornale di Brescia, 15 settembre 2004

 

Brescia ha bisogno di un nuovo carcere. E il Palagiustizia deve aprire al più presto. Recuperare l’arretratezza strutturale della giustizia a Brescia è una priorità per Emilio Del Bono, parlamentare della Margherita e Franco Tolotti, deputato Ds. Per i due parlamentari Brescia deve sfruttare la presenza del ministro della Giustizia Roberto Castelli in consiglio comunale. Il ministro, per la verità, è spesso assente dagli scranni della Loggia, ma il suo ruolo all’interno dell’amministrazione cittadina dovrebbe essere una garanzia per un occhio di riguardo al problema.

Per Del Bono e Tolotti non c’è tempo da perdere. Da troppo tempo il problema del carcere è sul piatto della bilancia, ma una soluzione adeguata non è ancora stata trovata. Ci sono stati rattoppi e grazie alla buona volontà di molte persone il carcere ha fatto un piccolo salto di qualità, ma ciò non toglie che la struttura di Canton Mombello, per i due parlamentari, deve essere chiusa al più presto. E al posto di Canton Mombello deve sorgere un nuovo istituto di detenzione: il luogo è quello individuato tempo fa dall’amministrazione comunale, a ridosso del carcere di Verziano.

I problemi legati al carcere di Canton Mombello sono stati elencati ieri da Del Bono e Tolotti in una conferenza stampa. Per mettere a fuoco i principali problemi di Canton Mombello i due parlamentari nelle prime ore della mattinata sono entrati in carcere. Dopo un colloquio con la direttrice Gloria Manzelli Del Bono e Tolotti hanno "ispezionato" il carcere, parlato con alcuni detenuti e con alcuni agenti di polizia penitenziaria.

La visita ha avuto un esito "positivo". Per i due parlamentari la situazione di sovraffollamento è migliorata rispetto a qualche tempo fa, quando si sono raggiunti picchi di 560 detenuti, in un carcere omologato per 298 persone. "È indubbio - ha spiegato Del Bono - che è stato fatto molto e che la direttrice ha lavorato bene. La chiusura di due sezioni, dell’alta sicurezza e dei collaboratori di giustizia, ha ridotto la presenza a Canton Mombello.

I detenuti attualmente sono 430 (il numero, ovviamente, varia quotidianamente), ma c’è comunque sovraffollamento". Il primo problema per i due parlamentari è, dunque, la presenza di troppi detenuti all’interno della casa circondariale cittadina. Per Del Bono e Tolotti il numero dei detenuti deve scendere ancora: "Canton Mombello non può ospitare più di 300-350 detenuti".

Il secondo problema del carcere cittadino segnalato da Del Bono e Tolotti è la carenza cronica del personale. "C’è un solo educatore per gli oltre quattrocento detenuti - ha spiegato Tolotti - e non si possono fare assunzioni, perché non si fanno concorsi da 15 anni.

E mancano sulla carta 130 agenti di polizia penitenziaria, anche se in realtà a causa di alcuni casi di assenteismo la carenza è anche più ampia. Ma a parte alcuni casi di assenteismo c’è un buon rapporto tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria: sono gli stessi detenuti ad assicurarlo".

Il problema cornico del carcere di Canton Mobello è quello del lavoro. "Tutti i detenuti chiedono di lavorare - ha aggiunto Del Bono -, ma le imprese bresciane non sono disponibili. Sono attivi tra scuola (2 corsi di alfabetizzazione, le 150 ore e il corso geometri con il Tartaglia) e lavoro non più di 150 detenuti. Tutti gli altri devono tirare sera chiusi in cella, a parte le due ore di aria quotidiane".

Gli sforzi, oltre a ridurre il sovraffollamento, hanno consentito anche alcuni lavori di ristrutturazione. "Per la fine di aprile - ha aggiunto Tolotti - sarà pronta la nuova mensa, spostata dal seminterrato alla luce. E saranno pronti anche nuovi uffici e altri spazi per i detenuti.

Ma nonostante i miglioramenti notati per Del Bono e Tolotti non cambia nulla: il carcere di Canton Mombello deve chiudere il suo portone per sempre. "Ci aspettiamo dal ministero di Grazia e Giustizia un segno non equivoco - hanno concluso i due parlamentari -. Nel nuovo elenco dei carceri da chiudere compilato quest’estate dal ministero, Brescia non è inclusa. Il carcere di Brescia deve tornare al più presto nell’elenco dei penitenziari da dismettere e il ministro Castelli deve aiutarci a risolvere questo problema. Così come deve dare man mano alla città perché il Palagiustizia venga aperto al più presto: è pronto e mancano solo i mobili, ma non ci sono fondi. Non vorremmo dover chiamare il Gabibbo. Speriamo sia sufficiente l’appello di due parlamentari".

Rimini: sottosegretario Berselli chiede rinforzi per il carcere

 

Corriere della Romagna, 15 settembre 2004

 

Il carcere ha bisogno, assolutamente, di almeno 20 nuovi agenti. Li ha chiesti il sottosegretario alla Difesa Filippo Berselli dopo avere visitato i Casetti e dopo avere ricevuto dal segretario generale del Sappe (organizzazione sindacale di categoria) Donato Capece una lunga lettera in cui si lamentava la carenza di organico.

"Ho rilevato una consistente carenza di personale in funzione della rilevantissima popolazione carceraria soprattutto nei mesi estivi - scrive Berselli al sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Valentino -. Se è giusto occuparsi delle condizioni dei detenuti ancor più necessario è interessarsi di quelle della polizia penitenziaria dal momento che per le attuali 136 unità il carico di lavoro è davvero esorbitante".

Nella sua lettera-denuncia, il segretario del Sappe ha infatti evidenziato come gli agenti non ricoprano un solo posto di servizio, ma spesso, in contrasto con le disposizioni normative e amministrative vigenti, sono costretti a controllare più postazioni e, certamente, l’assenza o la precarietà dei controlli favoriscono tutte le negatività del carcere. Berselli ha, quindi, preso carta e penna sollecitando l’intervento del suo collega al Ministero della Giustizia. "Per venire, almeno parzialmente incontro alle generali attese, sarebbe davvero indispensabile inviare nella casa circondariale di Rimini come minimo 20 agenti".

Calabria: tre strutture collaudate e subito abbandonate

 

Quotidiano di Calabria, 15 settembre 2004

 

Tre edifici carcerari, uno a Soriano, uno ad Arena, l’altro a Mileto, tre comuni del vibonese, costati decine di miliardi di vecchie lire, dopo essere stati collaudi, sono rimasti inspiegabilmente vuoti. Non si tratta pertanto di uno scandalo delle cosiddette incompiute di cui è lastricata tutta la Calabria, ma di un caso nuovo altrettanto scandaloso e che rasenta il paradosso, quello delle opere compiute ed abbandonate quando invece in giro c’è fabbisogno di strutture da adibire bell’appunto ad edilizia carceraria.

Ma c’è di più. È difficile spiegare ai ventenni, a tanto ammontano le prime pietre ed il taglio di nastri in fascia tricolore, cosa siano quegli ecomostri con quei buchi che sembrano occhi chiusi. A spiegarlo, Rosario Pugliese, già sindaco di Arena, che ha vissuto la vicenda dall’inizio alla fine, una vicenda del resto comune a quella di Soriano e Mileto.

"Nel 1979 - dice - in tutti quei comuni che erano sede di pretura, è partito il piano denominato "Edilizia carceraria" che prevedeva la costruzione o la ristrutturazione di edifici da adibire a carceri mediante prestiti ai comuni a totale carico dello Stato. Nell’82 il progetto, nell’84, l’inizio dei lavori che, tra alterne vicende, attentati e revisione dei prezzi, sono andati avanti fino alla conclusione avvenuta nel 2001 con la consegna ai rispettivi Comuni. Ma dov’è lo scandalo?

L’errore è - prosegue Pugliese - che a metà cammino con una nuova riforma sono state soppresse le preture e quindi è venuta meno anche la loro funzione sicché, prima ho scritto e poi sono andato personalmente al ministero per chiederne la riconversione. Ma mi è stato risposto che la destinazione sarebbe dovuta essere quella iniziale. E così è stato. Al momento non si sa quale uso possano farne i sindaci, anche perché nessuno li vuole, neanche regalati".

 

 

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