Rassegna stampa 16 novembre

 

Livorno: "morte per cause naturali", le foto della vergogna

 

Anarcotico.net, 16 novembre 2004

 

"Marcello Lonzi, deceduto per cause naturali", con questa laconica affermazione era stata richiesta al Gip presso il Tribunale di Livorno, da parte del pubblico ministero, l’archiviazione per la morte del giovane livornese deceduto nel carcere delle Sughere la sera dell’11 luglio 2003, ad appena 30 anni. Così non è stato, invece, grazie all’opposizione presentata dal sottoscritto difensore e sulla quale si dovrà pronunciare definitivamente il Gip in data 10 dicembre 2004.

Del resto le foto del corpo di Marcello parlano da sole e raccontano di un uomo che doveva scontare ancora appena 4 mesi di carcere e che nemmeno sotto ad un Tir poteva ridursi in queste condizioni. Marcello è stato torturato a lungo, sul suo corpo sono ben visibili i segni del martirio e secondo il nostro perito di parte anche le impronte dei tacchi dei suoi carnefici. Questo crimine non resterà impunito.

 

Guantanamo o Livorno?

 

Dopo la pubblicazione su www.anarcotico.net, ora le foto della vergogna, le foto che ritraggono il cadavere martoriato di Marcello Lonzi, sono ben visibili anche nella home-page di www.radicalidisinistra.it. I radicali di sinistra hanno quindi raccolto e fatto proprio l’appello partito dal sito anarchico di divulgare le foto quale arma di denuncia sociale.Desidero, per questo, e non solo, ringraziarli pubblicamente per il loro alto senso civico e coraggio, perché, al contrario, c’è chi non se l’è sentita di pubblicarle. A loro ricordo che certi crimini possono essere consumati solo con l’omertà dei codardi. Le foto sono state spedite anche ad Amnesty International, che da Londra ha pure contattato la madre di Marcello ed alle principali testate europee.

 

Vittorio Trupiano, Avvocato

Nuoro: un comunicato dai detenuti di Badu ‘e Carros...

 

Anarcotico.net, 16 novembre 2004

 

Alla cittadinanza nuorese. Denunciamo il fatto che nell’istituto di Nuoro non si sconta solo la privazione della libertà ma anche una reclusione in un ambiente difficile ed ostile, angusto e malsano, con condizioni igieniche terribili (nelle celle e nei passaggi siamo costretti a fare i bisogni corporali davanti agli altri senza nessuna riservatezza).

In questo carcere sono insufficienti gli educatori, gli assistenti sociali, i medici (il dentista non opera da più di un anno). Le strutture sono fatiscenti, i rapporti con l’amministrazione sono difficili e discrezionali, le opportunità di lavoro all’interno quasi nulle. Viviamo, in poche parole, in un ambiente dove non esiste alcun presidio di tutela dei diritti e della legalità, a parte l’ufficio di Sorveglianza di Nuoro, ma i provvedimenti del magistrato di sorveglianza non vengono applicati e né presi in considerazione. Ma come è possibile questo?

La direzione del carcere può permettersi di ignorare ciò che scrive il magistrato? È perché il sindaco e il consiglio comunale di Nuoro non eleggono un difensore civico dei diritti dei detenuti di Badu ‘e Carros, come hanno già fatto i sindaci e i consigli comunali di Roma e di Firenze e come stanno facendo altri comuni italiani?

Per farci sentire e per sensibilizzare i soggetti a cui è stata inviata questa nostra lettera e tutta la cittadinanza di Nuoro abbiamo deciso in modo pacifico e costruttivo, noi detenuti che proveniamo dal "continente" (non partecipano i detenuti sardi, anche se sono solidali con questa nostra iniziativa, perché non vogliamo che corrano il rischio di essere deportati fuori dalla loro regione, lontani dalle proprie famiglie, come è accaduto a noi…), a partire dalla mezzanotte del primo dicembre attueremo per tre giorni una battitura notturna della durata di 15 minuti. Battitura ai cancelli come forma di protesta pacifica.

 

Cosa chiediamo?

 

Il federalismo penitenziario (tanto caro all’ingegner Castelli, Ministro della Giustizia), ossia la fine della deportazione dei detenuti, quelli del continente in Sardegna e quelli sardi nel continente. È un diritto dei detenuti, espresso chiaramente nell’Ordinamento Penitenziario (art.28) e ribadito nel Nuovo Regolamento Esecutivo (art. 115), quello di scontare la pena in un carcere che sia nella stessa regione o il più vicino possibile a dove vive la propria famiglia.

L’applicazione dei provvedimenti dell’Ufficio di Sorveglianza, per esempio, quelli relativi alla riservatezza e all’igiene dei bagni sia nelle celle che nei passaggi; alla forma del contratto di lavoro, cioè che sia rispettata la forma scritta richiesta dalla legge per il contratto di lavoro parziale; alla verifica semestrale dell’assegnazione dei detenuti nella speciale sezione di elevato indice di vigilanza come previsto nell’art. 32 del Nuovo Regolamento Esecutivo e ribadito dal decreto del Magistrato di Sorveglianza di Nuoro. Una riflessione: non vi sembra un po' strano che noi "delinquenti" dobbiamo protestare (rischiando eventuali rapporti disciplinari), per il rispetto della legge, dei regolamenti e dei provvedimenti del magistrato di sorveglianza!

Un’ispezione nel carcere di Nuoro da parte del ministero per accertare queste numerose illegalità.

Un’incontro con i consiglieri regionali e con i parlamentari eletti nella regione Sardegna.

Solidarietà da parte della società esterna e soprattutto da parte delle associazioni e dei singoli cittadini di Nuoro.

Martedì 30 novembre 2004, dalle ore 19.00, si terrà un banchetto informativo presso i giardini di P.zza Vittorio Emanuele, a Nuoro.

Dorigo: da 50 giorni non tocca cibo, situazione molto critica

 

Anarcotico.net, 16 novembre 2004

 

Oramai sono 50 giorni che digiuna, è ancora lucido anche perché animato da una forte componente nervosa. La mia istanza di sospensione della pena langue dal 26 ottobre sulla scrivania del magistrato di sorveglianza di Spoleto. Domani mattina, comunque, il dottor Luigi Comite Mascambruno, perito di parte, si recherà a visitarlo, stenderà una perizia sulla sua attuale compatibiltà o meno col regime carcerario, dopo di che ognuno si assumerà le proprie responsabilità penali in caso di decesso del prigioniero politico comunista condannato senza giusto processo e che è in carcere ininterrottamente dal oltre 11 anni.

Si sappia che è stata proprio l’amministrazione carceraria di Spoleto a contattare i difensori ed il Dottor Comite Mascambruno affinché si recasse con urgenza ad effettuargli un prelievo del sangue. Si procederà anche a prelevare campioni del dna. Ricordo a tutti che se il Difensore dello Stato italiano ha proposto la concessione (rifiutata) di una grazia presidenziale per rimediare al grave torto subito da Dorigo (sono sue parole, e non mie), non è stato certo per cercare di chiudere il contenzioso in sede europea: l’emendamento Finocchiaro che impedisce la riapertura dei processi di condanna per terroristi e mafiosi è legge solo alla Camera, non ancora al Senato, per cui, essendo il nostro sistema parlamentare bicamerale, niente e nessuno avrebbe ancora oggi impedito allo Stato Italiano di ottemperare ai dettati della Corte Europea, Comitato dei Ministri e Consiglio d’Europa.

 

Dorigo, le sue attuali condizioni

 

Il nostro medico di parte, Comite Mascambruno, lo ha visitato a lungo oggi pur omettendo il prelievo del sangue in quanto è carente all’interno del carcere il centrifugatore (se fosse stato ricoverato presso l’Ospedale civile di Spoleto e non presso il centro clinico del carcere di Pisa, il problema sarebbe stato risolto). Il medico, viceversa, e questo è importantissimo, è riuscito a prelevare il campione del bulbo capillare e della saliva per far procedere un genetista, la cui identità resta segreta, all’esame del dna. Il medico è riuscito ad accedere a visita solo dopo aver contattato il Direttore del carcere, visto che gli facevano difficoltà a farlo entrare...dopo che era stato convocato proprio dal carcere.

Paolo pesa kg. 59,400 x cm. 1,79. Vi è presenza di extra-sistole coronariche. Lo ripeterò fino alla noia: in casi del genere (unico in Europa!), almeno gli arresti ospedalieri extracarcerari vengono concessi, senza esserne nemmeno richiesti. Per il nostro medico, che quantomeno vale quanto gli altri, andava scarcerato già ad ottobre del 2003, stiamo facendo l’impossibile per farlo tornare a nutrirsi e per evitare l’irreparabile. Ci risponde che non vuole morire, ma che lo hanno costretto a tanto e la sua storia oramai la conoscete tutti. Perché non lo mandano almeno all’Ospedale di Spoleto, invece che a Pisa dove teme il bis di Livorno? Ognuno si assuma le proprie responsabilità, per noi sono già ben chiare e delineate.

 

Avv. Vittorio Trupiano, Avv. Sergio Simpatico

Una denuncia della grave situazione dei detenuti ammalati

 

Famiglia Cristiana, 16 novembre 2004

 

Un detenuto scrive: "Qui ci sono giovani che non stanno bene, ma la Direzione e il sistema sanitario non fanno nulla: la galera viene usata al posto di terapie o luoghi di cura". Caro padre, sono un detenuto, assiduo lettore della sua rivista che viene distribuita in carcere. Ho letto nella rubrica "Lo specchio della salute" l’articolo sul diritto d’essere curati dei carcerati. Io sono affetto da "epatite C" e da una patologia rara, la "porfiria cutanea tarda".

Ho un accumulo di ferro e, prima che mi arrestassero, ero in cura presso il reparto di ematologia del Policlinico di Napoli. Nel carcere dove mi trovo ci sono seri problemi sanitari, dovuti allo scarso finanziamento da parte delle autorità competenti. Non chiedo che, per la mia malattia, mi venga scontata la pena: la mia patologia non giustifica il reato che ho commesso. Chiedo, però, il diritto alla salute, perché - come ho letto in quella rubrica - lo sancisce la Costituzione.

Io ho cominciato ad avere problemi con la giustizia da quando avevo 13 anni. E di carceri ne ho conosciute tante. Quello in cui mi trovo ora è assurdo: sembra di essere in Turchia. Qui dentro esistono detenuti di serie A e di serie B, alla quale io appartengo. Ci sono i privilegiati, che al minimo problema vengono ricoverati in ospedale; e quelli come me che, invece, possono morire tranquillamente, tanto sono delinquenti...

Qui sono reclusi dei giovani che hanno fatto uso di stupefacenti e hanno commesso piccolissimi reati. Non stanno bene psichicamente. Vengono riempiti di pillole e sonniferi, e rimangono tutto il giorno in cella, a dormire. Li tengono qui, come se questo fosse il posto adatto per "guarire" i loro problemi. La direzione e il sistema sanitario fanno finta di nulla: la galera viene utilizzata al posto di terapie o luoghi di cura. Soluzione che pare vada bene a tutta la società. Questi miei compagni non possono reagire né difendersi: sono stati abbandonati dalle loro famiglie e non hanno alcuna disponibilità di soldi. Io sento le loro "urla del silenzio". E per questo le ho scritto.

 

Lettera firmata

 

L’attenzione alla condizione dei carcerati non può lasciarci indifferenti. Sia personalmente, sia come rivista. Per coerenza con il nome che portiamo, "famiglia cristiana", il nostro orizzonte si allarga a tutti coloro che consideriamo come fratelli e sorelle. In particolare, in questo abbraccio, che nasce dalla generosità del cuore, vogliamo includere i fratelli e le sorelle che sono in maggiore difficoltà.

Non dimentichiamo, poi, che la dottrina cattolica tradizionale ci insegna che, per riconoscere i veri credenti, bisogna guardare anche alle "opere di misericordia corporale" che essi fanno. Sono queste che stabiliscono la differenza tra coloro che si limitano a invocare: "Signore, Signore", e coloro che, invece, fanno davvero la volontà di Dio. E che sono – come leggiamo nel racconto del giudizio universale (cfr. Matteo 7,21) – cittadini a pieno diritto del Regno dei cieli.

Tra le opere canoniche di "misericordia corporale" è inclusa la visita ai carcerati. Oggi, certo, i regolamenti carcerari non permettono le visite spontanee, salvo in condizioni molto regolamentate (ma anche queste opportunità non vanno sottovalutate: esistono associazioni di volontariato che permettono a chi ha tempo da dedicare e buona volontà di entrare nel carcere e di fornire mille piccole forme di aiuto ai detenuti).

Possiamo, tuttavia, visitare i carcerati in molte forme, non puramente simboliche. Anzitutto, non escludendoli dalla comunità umana. Rifiutiamoci, intanto, di chiudere le orecchie e di distrarre l’attenzione, disinteressandoci di ciò che avviene in carcere, come se la vita che vi si svolge riguardasse degli "alieni". Se non possiamo materialmente visitare i carcerati, lasciamo, almeno, che siano loro a visitare noi, con le notizie che li riguardano.

A cominciare da quelle relative alla loro salute. L’articolo della rubrica "Lo specchio della salute", cui si fa riferimento nella lettera (cfr. FC n. 8/2004), denuncia, senza mezzi termini, il degrado dei servizi sanitari a disposizione dei carcerati. Tagli impietosi nei bilanci hanno portato alla diminuzione di professionisti sanitari, di farmaci disponibili, di interventi preventivi. Le prigioni ridotte a serbatoi di malattie virulente, perché non trattate o trattate in maniera inadeguata, dovrebbero preoccuparci almeno per motivi egoistici, quand’anche fossimo insensibili a quelli umanitari.

Quelle patologie, infatti, sono destinate a travasarsi dal carcere al resto della società. Così sta avvenendo per ceppi di tubercolosi resistenti agli antibiotici. Per non parlare, poi, del pericolo che costituiscono per la società le malattie psichiche che il carcere non ha saputo curare o che ha indotto: quelle persone malate costituiscono un pericolo per sé e per gli altri.

Anche se le ragioni della carità cristiana o della giustizia non riescono a indurci a prendere sul serio la questione della salute dei carcerati, basterebbero le considerazioni di salute pubblica. Ci rendiamo conto che il nostro potere di convincere gli amministratori ad ampliare questo capitolo di spesa è poco più che velleitario: si gioca tutto sulla "pressione" che possiamo fare con l’informazione e sull’esortazione che fa appello al comune sentire morale. Ma promettiamo al lettore che ci ha scritto e ai tanti lettori che abbiamo nelle carceri che, come giornale, non perderemo occasione per far sentire la loro voce e per perorare la loro causa.

Emilia Romagna: Rfc Pdc e Verdi sostengono protesta detenuti

 

Adnkronos, 16 novembre 2004

 

La Regione Emilia Romagna si impegni ad attivare una ricognizione sulle effettive condizioni di disagio denunciate dai detenuti e dagli agenti di custodia in tutte le carceri dell’Emilia Romagna. È il sollecito contenuto in risoluzione presentata all’Assemblea regionale dai consiglieri Daniela Guerra (Verdi), Rocco Giacomino (Pdci) e Leonardo Masella (Prc), in seguito all’appello lanciato dall’associazione di detenuti "Papillon- Rebibbia", che dallo scorso 18 ottobre sta organizzando forme di protesta pacifica in oltre 100 istituti di pena su tutto il territorio nazionale.

Pesaro: carcere Camerino primo tra quelli da finanziare

 

Il Messaggero, 16 novembre 2004

 

A rafforzare le speranze per la realizzazione del nuovo carcere di Camerino interviene il senatore Alessandro Forlani che rassicura anche sul fatto di una realizzazione in tempi brevi.

 

Senatore, può fare chiarezza sulle reali prospettive?

"Da tre anni a questa parte ho ricevuto numerose sollecitazioni dagli amici di Camerino, in particolare l’ex vice sindaco Giorgio Bottacchiari, ad interessarmi direttamente del carcere, al quale la città assegna un significativo interesse. Ho potuto seguire da vicino, presso il ministero di Grazie e Giustizia, le varie fasi fino alla situazione attuale. C’è da premettere che il Ministero ha affidato la vendita e l’edificazione di nuove carceri che non rientranti nel piano ordinario di finanziamento ad una società di sua proprietà, la Dike Aedifica spa. Il provvedimento si è reso necessario per ragioni di riservatezza relative alla natura delle strutture. La società ha avuto perciò l’incarico di vendere le carceri dismesse e di realizzare le nuove. Nel piano definitivo delle nuove strutture, elaborato dalla Dike Aedifica, il carcere di Camerino risulta al primo posto della graduatoria fra quelli da finanziare e realizzare".

 

Vuol dire che sarà costruito dopo quelli previsti nel piano ordinario di edilizia penitenziaria?

"No. Le graduatorie del Ministero nelle quali la struttura di Camerino occupa il dodicesimo posto, il primo dei non finanziati e della Dike Aedifica sono indipendenti l’una dall’altra, perciò il carcere verrà realizzato non appena saranno disponibili le risorse derivanti dalle vendite in corso di alcuni edifici simili".

 

Ci sono altri ostacoli per questa realizzazione?

"L’ultimo scoglio burocratico era quello della localizzazione, che è stato superato di recente con la delibera del consiglio comunale di Camerino che ha scelto di farlo nei pressi di Morro e mi risulta sia già pervenuta sul tavolo del Ministero e su quello della ditta".

 

Quali le procedure dopo il reperimento dei fondi?

"Quelle che seguirà la Dike Aedifica sono rapide e semplificate rispetto alle ordinarie. Un’ipotesi è quella del project financing. In sostanza, una volta ottenute le risorse finanziarie dalla vendita degli immobili da dismettere, si procede a un appalto integrato ad una ditta privata che, dopo aver costruito il carcere, lo darà in affitto al ministero della Giustizia. Si dovrebbe impiegare circa la metà del tempo necessario per la costruzione di un carcere con procedura ordinaria".

Sassari: Asinara, levata di scudi contro il carcere

 

L’Unione Sarda, 16 novembre 2004

 

La notizia della possibile riapertura di un carcere nella diramazione di Fornelli all’Asinara fa andare su tutte le furie il gruppo Ds del consiglio comunale di Porto Torres. A rendere maggiormente incandescente l’atmosfera intorno ai rappresentanti della minoranza dell’assemblea turritana, più che la notizia della riproposizione dell’idea ministeriale di riaprire un carcere nell’ex Cayenna sarda, è l’atteggiamento scarsamente combattivo del sindaco, di fronte all’ipotesi recentemente riproposta dai rappresentanti del ministero di Giustizia.

Al di là della possibilità di riaprire il carcere dell’Asinara "quello che sconcerta di più - scrivono al presidente del consiglio comunale gli esponenti dei Ds - è l’ennesima dichiarazione del sindaco che, sempre attenta ad attaccare la giunta regionale su eventuali ingerenze nell’isola, pare che nel caso in questione non voglia contestare l’atteggiamento del ministero, ma tutt’altro". Sull’ipotesi di riapertura di un carcere, seppure attenuato, in cui ospitare cioè detenuti per reati minori, il sindaco Gilda Usai Cermelli aveva scelto la via del "no comment", sostenendo che ogni decisione sull’argomento spettava alla città, la quale verrà informata puntualmente di quanto potrà succedere. "Signor sindaco - scrivono ancora i rappresentanti dell’opposizione in seno al consiglio comunale - la città ha già deciso e ottenuto quanto voleva nel 1997, quando si è istituito il parco nazionale dell’Asinara su tutta l’isola e si è chiuso definitivamente il carcere, e definitivamente significa per sempre".

E, d’altronde, un incontro sull’argomento con il provveditore regionale per le carceri senza coinvolgere il consiglio comunale rappresenterebbe, per i consiglieri dell’opposizione, un atto di scorrettezza. Per questo motivo, chiedono al presidente del consiglio comunale "l’immediata convocazione della conferenza dei capigruppo per portare la discussione in consiglio, affinché si blocchi immediatamente una procedura che può portare solo danni a questa città". Se i rappresentanti politici in seno all’assemblea turritana appaiono abbastanza sconcertati, per quanto sta avvenendo a loro insaputa, altrettanto perplesso si dimostra l’ex presidente del comitato provvisorio di gestione del Parco dell’Asinara: "Non si capisce quali accordi possano essere presi in un incontro fra ministero di Giustizia e sindaco di Porto Torres - sostiene con forza Eugenio Cossu -: il mandamento di Fornelli, se lo tolgano dalla testa, è della Regione sarda. Ed è l’unico soggetto che ha voce nella destinazione delle aree dell’isola, naturalmente di concerto con l’Ente Parco nazionale.

E, d’altronde, è ora di finirla, con questa storia del ritorno di una carcere all’Asinara. È una storia annosa ed, oserei dire, anche molto noiosa: non è il ministero di Grazia e Giustizia che può decidere sull’uso di porzioni del territorio dell’isola". Su queste posizione, in particolare, è l’intera cittadinanza del centro turritano, che vede di mal occhio la riproposizione di barriere e di reticolati in alcuni siti del proprio territorio, dopo essere riusciti a scrollarsi di dosso la presenza asfissiante del penitenziario nell’isola, anche in considerazione del fatto che il Parco, nella sua interezza, è per la città un fatto economico di grande interesse.

Diritti umani: gli Usa accusati di organizzare "voli della tortura"

 

Vita, 16 novembre 2004

 

I movimenti di un jet Gulfstream (numero di registrazione N379P) sono riportati nei diari di bordo pubblicati dal Sunday Times e documentano oltre 300 voli in 2 anni.

La Cia e l’intelligence militare americana si servono di un jet Gulfstream per portare sospetti terroristi in paesi che usano la tortura nelle loro carceri. I movimenti dell’aereo sono riportati nei diari di bordo di cui è venuto in possesso il Sunday Times, che documentano più di 300 voli in due anni. Fra i paesi a cui gli americani hanno consegnato prigionieri figurano l’Egitto, la Siria e l’Uzbekistan. Tali destinazioni rafforzano il sospetto che la Cia e i servizi del Pentagono pratichino una sorta di "tortura per procura" portando i sospetti in paesi dove vengono estorte informazioni con metodi proibiti dalla legge americana. Washington ha sempre negato le accuse, avanzate da alcuni ex agenti della Cia e attivisti per i diritti umani.

Il Gulfstream, numero di registrazione N379P, parte sempre da Washington e si è diretto in 49 destinazioni all’estero, fra cui il centro di detenzione di Guantanamo, diverse basi americane, l’Egitto, la Giordania, l’Iraq, il Marocco, l’Afghanistan, la Libia e l’Uzbekistan. Non serve solo per il trasporto prigionieri, ma anche per missioni di funzionari dell’intelligence della difesa. "Se si vuole un interrogatorio serio si manda il prigioniero in Giordania, se si vuole farlo torturare lo si manda in Siria, se si vuole far sparire qualcuno lo si manda in Egitto", afferma Bob Baer, un ex agente della Cia in Medio Oriente.

Il primo trasferimento documentato di prigionieri è stato segnalato in maggio dalla televisione svedese, anche se i fatti risalivano al dicembre 2001. Agenti americani arrivarono a Stoccolma sul Gulfstream per prelevare due sospetti terroristi e portarli in Egitto, in quella che fu presentata come un’estradizione verso il paese arabo senza citare il ruolo degli Stati Uniti. Alcuni testimoni hanno riferito che gli americani avevano il volto coperto. I prigionieri furono ammanettati e vestiti di arancione dopo che era stato dato loro a forza un sedativo. Ahmed Agiza, 42 anni, e Muhammad Zery, 35, (quest’ultimo poi prosciolto dalle accuse) hanno poi riferito di essere stati torturati in Egitto con percosse e scosse elettriche. Un altro "viaggio" del Gulfstream riguarda Jamil Gasim, uno studente yemenita sospettato di legami con al Qaeda, prelevato in Pakistan e portato in Giordania. Nel gennaio 2002 Muhammad Saad Iqbal, 24 anni, sospettato di legami con Al Qaeda, è stato portato da Giacarta in Egitto. Di entrambi non si è più avuta notizia.

Ancona: inserimento lavorativo, parte la concertazione

 

Corriere Adriatico, 16 novembre 2004

 

Si terrà questa mattina, a partire dalle 9,30 presso la sala consiliare, il primo tavolo di concertazione sul servizio di inserimento lavorativo dopo l’accordo siglato da ambito territoriale sociale, zona territoriale 5 e Centro per l’impiego e la formazione.

L’incontro, dopo il saluto del sindaco Belcecchi e gli interventi del coordinatore d’ambito Riccardo Borini e dell’assessore provinciale al lavoro Massimo Pacetti, si incentrerà sulla presentazione ufficiale dell’accordo per un percorso congiunto sul servizio di inserimento lavorativo rivolto a tutte le persone svantaggiate (e dunque disabili, ex tossicodipendenti, ex detenuti...), "nella piena consapevolezza", è scritto in una nota della giunta comunale, "che l’occupazione è l’elemento cardine dell’integrazione sociale".

In tale contesto relazioneranno i tecnici di Asl, Provincia e Comune, con le conclusioni affidate al vicesindaco Paolo Cingolani. L’incontro è rivolto in particolare alle imprese e alle cooperative sociali, alle organizzazioni sindacali e di categoria, agli enti pubblici ed a tutti quei soggetti che, a vario titolo, si occupano dei vari aspetti di marginalità sociale. Per tutti l’occasione di conoscere le sinergie e le strategie che saranno attivate nei prossimi sei mesi per rendere più efficace il servizio di inserimento lavorativo. Il tavolo di concertazione è infatti l’organismo che si riunisce due volte all’anno per imprimere gli indirizzi futuri, a cui poi fanno seguito i conseguenti atti del nucleo operativo appositamente costituito.

Usa: prima volta in 30 anni, diminuiscono condannati a morte

 

Corriere della Sera, 16 novembre 2004

 

Scende, per la prima volta dal 1974, ai minimi storici il numero dei condannati alla pena capitale nelle Stati Uniti. Secondo quanto riporta il ministero della Giustizia, i detenuti rinchiusi nel "braccio della morte" sono diminuiti per il terzo anno consecutivo. Nel 2003, sempre secondo le statistiche ufficiali americane, 144 arrestati sono stati condannati a morte dalle giurie popolari contro una media che tra il 1994 e il 2000 era stata di 297 condanne capitali l’anno. Alla fine del 2003, c’erano 3.374 persone in attesa di esecuzione, 188 meno dell’anno precedente.

"Siamo di fronte a un atteggiamento più prudente dei giudici popolari - ha dichiarato Richard Dieter, direttore del Centro per l’informazione sulla pena di morte -. Sono più scettici sull’efficacia di una simile condanna".

Sulmona: carcere "aperto" per la festa di San Basilide

 

Il Messaggero, 16 novembre 2004

 

Giacinto Siciliano, Direttore del Carcere di Via Lamaccio, dopo la positiva esperienza dello scorso anno, allarga ancora di più l’apertura della struttura carceraria nei confronti dei cittadini. "La realtà del carcere - ha detto - con i suoi 400 e più addetti, è un dato importante per la Città, sia nell’ambito del sociale che nello stretto senso economico; questa stessa realtà non può più essere intesa, come un tempo, un’entità da nascondere, per questo in occasione della celebrazione di San Basilide, Patrono del Corpo della Polizia Penitenziaria, d’intesa con l’Amministrazione comunale, abbiamo inteso coinvolgere la cittadinanza nelle manifestazioni che si terranno il 18 Novembre".

Queste cominceranno nella Chiesa di S. Maria della Tomba(ore 10.00), con la celebrazione di una messa da parte del Vescovo di Sulmona e Valva, Mons. Giuseppe Di Falco, e proseguiranno in Piazza Garibaldi con la presentazione dei mezzi delle attrezzature in dotazione e con una dimostrazione del gruppo cinofilo. In serata, ore 21, al Teatro "Maria Caniglia" la Banda Nazionale del Copro di Polizia Penitenziaria, terrà un concerto eseguendo musiche di Mozart, Borodin, Bizet, Offenback, Piovani, Morricone, Mameli, insomma una giornata per amalgamare ancora di più Carcere e Scuola di Formazione della Polizia Penitenziaria con la Città e i cittadini.

Sofri: Gasparri; la grazia non può essere concessa…

 

Reuters, 16 novembre 2004

 

La grazia all’ex militante di Lotta Continua Adriano Sofri "non può essere concessa" in quanto il ministro della Giustizia Roberto Castelli non la firmerà. È quanto ha dichiarato oggi il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri a margine di un convegno di Confindustria a Parma.

"La Costituzione implica una firma del ministero di Giustizia. Il ministro (Roberto Castelli) ha detto in tutte le salse che la firma non ci sarà. Quindi la grazia non può essere concessa. È una cosa banale che sanno anche i bambini". La questione della grazia a Sofri è da tempo motivo di polemica nell’ambiente politico.

Sofri è in carcere con una condanna a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto a Milano nel 1972. Il presidente della Repubblica può concedere la grazia su proposta del ministro della Giustizia, ma il Guardasigilli attuale Roberto Castelli si è sempre dichiarato contrario alla clemenza verso l’ex-leader di Lotta continua. In aprile, il leader dei radicali Marco Pannella intraprese lo sciopero della fame e della sete affinché il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi concedesse la grazia a Sofri.

L’artico 87 della Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere della Grazia, ma l’articolo 89 spiega che nessun atto è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che se ne assumono la responsabilità. Un progetto di legge che faciliterebbe il ricorso alla grazia da parte del capo dello Stato è stato bocciato in Parlamento nei mesi scorsi.

Brescia: racconti dal carcere femminile "ieri, oggi e domani"

 

Giornale di Brescia, 16 novembre 2004

 

Sono circa venti minuti che Concetta picchietta la penna sul tavolo ripensando probabilmente il suo ieri che, a quanto mi sembra, è molto doloroso. Dopo un lungo silenzio da ambo le parti, io sento che tra un po’ comincerà a parlare, perché qui è tanta la voglia di confidarci tra di noi.

 

Ieri

 

Come si può sintetizzare una vita piena zeppa di esperienze, che sono basilari per spiegare come sono arrivata ad oggi con determinate scelte di vita! Però ci provo: pensandoci bene, non sono neanche scelte di vita, ma solo frutto di una serie interminabile di conseguenze.

Nata 40 anni fa in Puglia sono stata, con i miei quattro fratelli, portata da piccolissima a Milano dove ho cominciato la mia vita. Già in età della ragione si preannunciava difficile: un’infanzia passata con una madre amorevole, ma tanto esaurita dal grande lavoro, dal crescere noi cinque figli e dal dover rincorrere mio padre che, se non era in carcere, disertava comunque i suoi doveri familiari per corre dietro ad altre gonnelle. Nei primi anni di vita scoprii presto che i periodi di magra economica coincidevano con l’assenza di mio padre, ma io francamente li preferivo a quelli dove trovavo la carne nel piatto a pranzo, ma un sacco di legnate a cena. Noi aspettavamo con terrore il suo ritorno, sapevamo che a turno toccava a uno di noi essere l’oggetto dei suoi sfoghi, e più di una volta credetemi è dovuta intervenire l’ambulanza. Non metto in dubbio che avrà avuto anche lui i suoi problemi e i suoi guai, questo comunque non giustifica il suo comportamento nei nostri confronti, ed io non ero certo in grado di capirli e tanto meno di risolverli, sapevo solo che a chi me lo chiedeva potevo solo rispondere che il mio papà non c’era perché era cattivo e per questo veniva rinchiuso in prigione.

Un’altra cosa che non mi entrava in testa era come una donna, per quanto fosse la madre dei suoi figli, potesse piangerlo dalla mattina alla sera; mi chiedo come si fa a sentire la mancanza di un uomo come lui? Comunque, dopo il distacco familiare, ho conosciuto anch’io l’amore. Era proprio il mio uomo ideale! L’ho conosciuto durante una carcerazione. Siamo andati avanti due anni cercando di conoscersi il più possibile per lettera, poi finalmente la libertà! Abbiamo vissuto insieme e riuscivamo a condurre una vita serena lontano dai problemi di tossicodipendenza che ci avevano portato entrambi in prigione. Ma, come tutte le cose belle, durò un soffio: la "Giustizia" venne a portarselo via per una vecchia pena definitiva, doveva scontare due anni.

All’inizio mi ero illusa di riuscire anche da sola a restarne fuori, ma dovetti ricredermi; lasciai la casa perché il mio solo stipendio non mi permetteva di fare fronte sia al pagamento del canone d’affitto che ai fabbisogni giornalieri e di conseguenza in breve tempo persi anche il lavoro. Naturalmente fu facilissimo per me ricadere nel vizio e violare così la legge. Fui riarrestata e forse questa fu la classica "goccia che fa traboccare il vaso": portò mio marito al gesto più estremo, quello di togliersi la vita! Lo fece dietro le sbarre del carcere di Modena. Io subii un colpo tremendo, dal quale non mi sono ripresa e non mi riprenderò mai.

 

Oggi

 

Sono arrivata ad oggi non so come e non so perché. Come avrete capito, sono sempre in carcere. Penso che la mia strada ha preso una direzione "diversa" e mi trovo a percorrerla a ritroso nella mia mente, cercando, come si cerca la perdita di un tubo, il mio punto di rottura. Vorrei poter porvi rimedio, ma mi chiedo se c’è davvero un punto di rottura o se semplicemente non sono stata capace di mettere insieme il puzzle della vita. Sono in attesa di una sentenza di cui non conosco l’entità, ma so che, poca o tanta che sia la pena, ne uscirò comunque come sempre con le ossa rotte.

 

Domani

 

Per il mio domani ho poco da dirvi. Vi consiglio di leggere l’articolo "reinserimento" e capirete da lì cosa mi aspetto dal domani. La storia di Concetta la faccio finire qui, anche perché penso che ci sia poco d’aggiungere. Voglio solo dire che lei non cerca una scusante nella sua infanzia per gli errori commessi. Chissà, magari con una famiglia diversa, forse oggi sarebbe una buona moglie e una buona mamma. Chissà.

Lavoro: carcere e multa per chi si finge malato…

 

Ansa, 16 novembre 2004

 

Scatta la condanna penale, con tanto di carcere e multa, per quegli insegnanti che, con la complicità di un medico compiacente, si mettono in "congedo straordinario per motivi di salute" e partono per la settimana bianca sulla neve. Così la Cassazione ha confermato la pena di un anno di reclusione - sospesa dalla condizionale - e mille euro di multa per tre professoresse e un medico colpevoli di "truffa aggravata e falso ideologico".

Le tre docenti, colleghe alla scuola statale "Michele Massa" di Piano di Sorrento, per ben sette anni di fila (dal 1991 al 1997) si erano fatte stilare un certificato da un dottore che attestava la gravità delle loro condizioni di salute. Subito dopo si erano messe in macchina per raggiungere le Dolomiti dove avevano già prenotato la vacanza invernale. Alla lunga la truffa è venuta alla luce. Il processo alle professoresse malate immaginarie si è svolto, in primo grado, davanti al Tribunale di Torre Annunziata e, in secondo grado, innanzi alla Corte di Appello di Napoli. Ora la conferma della condanna in Cassazione. La Suprema Corte non ha creduto alla versione delle insegnanti che hanno sostenute che erano effettivamente malate e che, comunque, la pena era "eccessiva".

 

 

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