Mostra fotografica "Captivi"

 

La mostra "Captivi", dal carcere di Bollate

 

La mostra "Captivi", dal carcere di Bollate

Il progetto "Captivi"

Fotografia in carcere - I corsisti

Il carcere e la fotografia, di Gigliola Foschi

"Le due città": linee di comunicazione

Casa di Reclusione di Milano Bollate - Scheda tecnica

Provincia di Milano: lavoro e attività economiche

La mostra "Captivi", dal carcere di Bollate

 

Inaugura sabato 13 dicembre alle ore 16.00 presso la Galleria San Fedele di Milano la mostra Captivi, curata da Gigliola Foschi e da Andrea Dall’Asta S.I., Direttore della Galleria San Fedele. L’inaugurazione prevede diversi interventi: oltre a quello dei curatori, l’intervento della direttrice del Carcere di Bollate, Lucia Castellano, di Francesco Borroni, Presidente della Sesta Opera San Fedele Onlus e di Erri de Luca, saggista e scrittore, che è già intervenuto diverse volte su temi legati alla condizione detentiva.

La mostra è nata da un corso di fotografia tenuto all’interno del carcere di Bollate da Gigliola Foschi e da Andrea dall’Asta S.I. ed è stata realizzata grazie al contributo della Provincia di Milano, del Comune di Bollate e del Comune di San Donato Milanese. Il corso, promosso dalla Direzione della Seconda Casa di Reclusione di Bollate, dalla Sesta Opera San Fedele - Associazione di Volontariato Carcerario Onlus e dalla Galleria del Centro Culturale San Fedele di Milano, con il patrocinio di Fondazione Italiana per la Fotografia, si propone di raccontare la realtà carceraria attraverso l’incrocio di due sguardi: quello "interno" dei detenuti che vivono direttamente la reclusione e attraverso la fotografia riflettono sulla loro esperienza; e quello "esterno" di fotografi (Marco Delogu, Luigi Gariglio, Sergio Lovati, Paola Mattioli, Alessandro Mencarelli, Nino Romeo) che con partecipazione hanno lavorato approfonditamente sul tema della detenzione.

Protesi a far conoscere all’esterno la loro vita, i loro desideri e i loro stati d’animo, i detenuti hanno realizzato immagini estremamente diversificate, ma mai polemiche o rivendicative: qualcuno ha documentato i lavori che si svolgono all’interno del carcere (dagli arredamenti costruiti dagli stessi detenuti per rendere più accoglienti le celle alla funzione della spesa, dai corsi di falegnameria a quelli di videoimpaginazione); altri hanno puntato a evocare il loro desiderio di liberà mostrando il cielo dietro le sbarre o "tutto quello che vedono i miei occhi ma dove i miei passi non possono arrivare" (come spiega uno di loro): altri ancora raccontano la loro vita quotidiana oppure gli incontri con i propri cari segnati dal desiderio di "non far soffrire i figli quando vanno a trovare il padre in carcere". I lavori dei fotografi, che si affiancano a quelli dei detenuti, evitano a loro volta il reportage di denuncia, per mostrare i detenuti come persone e al contempo documentare la realtà del carcere senza ideologie preconcette. Marco Delogu realizza, nel carcere di Rebibbia di Roma, intense immagini capaci di evocare il senso di solitudine, di chiuso e oppressione determinato dallo spazio detentivo. Luigi Gariglio accompagna rigorose immagini di spazi carcerari con ritratti dove i detenuti si mostrano senza finzioni. Sergio Lovati crea immagini silenziose, sospese, dove il tempo dilatato e uniforme del mondo carcerario sembra permeare anche le cose, gli arredi, gli spazi. Paola Mattioli è entrata nel carcere femminile di Monza e ha costruito un racconto visivo su più livelli, dove ritratti in bianco e nero si alternano a immagini a colori di oggetti e arredi capaci di suggerire la quotidianità della vita carceraria.

Alessandro Mencarelli, con la serie Colloqui racconta i suoi incontri con i detenuti a partire dalla sua esperienza di avvocato (osserva lo spazio della sala dei colloqui, poi le gambe dei suoi assistiti che dalla postura rivelano i loro stati d’animo). Nino Romeo, infine, espone un efficace reportage sullo spettacolo la Nave dei folli, realizzato dalla Compagnia teatrale del carcere di San Vittore di Milano. come a suggerire che l’esperienza del carcere, nei casi migliori, può divenire un momento di maggior consapevolezza e non solo di mera contenzione.

In primavera la mostra sarà ospitata in altre sedi, come Cascina Roma a San Donato Milanese, la Biblioteca Civica di Bollate e la Comunità Casa del Giovane di Pavia.

Provincia di Milano: lavoro e attività economiche

 

Cosma Gravina, Assessore al lavoro, attività economiche della Provincia di Milano, a fronte delle nuove competenze in materia di Politiche del lavoro, si è attivato per realizzare azioni di supporto all’integrazione lavorativa delle persone detenute ed in esecuzione penale esterna. Infatti, il Settore Politiche del lavoro della Provincia di Milano, ha finanziato direttamente alcuni progetti di orientamento e accompagnamento al lavoro rivolte ai detenuti dei quattro Istituti Penitenziari per adulti del territorio provinciale: Milano - S. Vittore, Monza, Opera e Bollate Progetti "Cercare lavoro" nel 2001 e "Prosecuzione Orfeo" nel 2003/2004. Ha partecipato ad apposite Associazioni Temporanee di Scopo (ATS) con una ricca rete di soggetti del "privato sociale" (Consorzio Nova Spes, Consorzio SIS, Consorzio CSeL, Agenzia di Solidarietà per il lavoro, Fondazione ENAIP) per condividere la progettualità e la realizzazione di percorsi di integrazione lavorativa di adulti e minori ristretti, nonché di sensibilizzazione e coinvolgimento del sistema produttivo locale - Progetto "Orfeo" 2002/2003 finanziato dal FSE; Progetto "Euridice" 2002/2004 co-finanziato da Provincia, Regione e Ministero della Giustizia.

Ha portato i propri operatori dei Servizi per l’impiego all’interno del sistema penitenziario per facilitare l’acquisizione dei dati amministrativi delle persone detenute, al fine di acquisirli nelle banche dati provinciali per il collocamento al lavoro. É capo fila di un’ATS volta a supportare un percorso sperimentale di autoimprenditorialità come impresa sociale presso l’istituto di Bollate - Progetto "Virgilio" 2003/2004, finanziato dalla Regione Lombardia.

Promuove modalità di confronto e di coordinamento delle molteplici iniziative presenti nel sistema penitenziario, ed un dialogo collaborativo con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e con il Centro Giustizia Minorile.

 

Cosma Gravina, Assessore al lavoro, attività economiche

Casa di Reclusione di Milano Bollate - Scheda tecnica

 

Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria della Regione Lombardia dott. Felice Bocchino

Direttore: dott.ssa Lucia Castellano (dal marzo 2002)

Vice Direttore: dott.ssa Cosima Buccoliero

Comandante: ispettore Antonino Giacco

 

La Casa di Reclusione di Milano Bollate è un Istituto penitenziario a custodia attenuata di tipo sperimentale che privilegia l’aspetto del recupero del condannato su quello prevalentemente di custodia. Il nuovo regolamento di esecuzione della legge penitenziaria, all’art. 116, prevede infatti espressamente tale circuito penitenziario differenziato.

La struttura, tra le più grandi d’Europa, ha 870 posti disponibili. Attualmente vi sono reclusi 790 detenuti condannati almeno in primo grado. Si compone di cinque reparti detentivi: quattro di questi fanno parte di un unico corpo centrale e comunicano tra di loro grazie a un lungo corridoio centrale ricco di murales realizzati da alcuni ospiti dell’Istituto; poco lontano c’è la sezione detta "Staccata", luogo principe della sperimentazione del trattamento avanzato.

Il concetto base della sperimentazione della "Staccata" è quello dell’autogestione della giornata detentiva da parte degli ospiti della struttura, i quali anzi che subire la detenzione vengono guidati a viverla in modo responsabile ed autonomo, compatibilmente con la restrizione della libertà personale. Allo stato attuale solo alla "Staccata" è stato realizzato il progetto - sicuramente perfettibile - del regime a custodia attenuata, grazie alla presenza di detenuti selezionati che hanno scelto di seguire un percorso personalizzato tendente al reinserimento sociale e lavorativo. Su questa scia, è stato avviato anche l’adeguamento progressivo del primo e del terzo reparto, dove - come nella sezione "Staccata" - le camere restano aperte dalle ore 8.30 alle ore 20.00.

Il secondo e il quarto reparto sono stati adibiti ad ospitare i detenuti (circa 250) che provengono dall’Istituto di San Vittore, quasi tutti extracomunitari e con pene molto brevi. Per questi ultimi gli interventi sono, oltre che di sostegno morale, prevalentemente tendenti a garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali: il breve fine pena, infatti, non consente di redigere programmi trattamentali.

 

Progetti Trattamentali: Scuola

Sono organizzati corsi scolastici di ogni ordine e grado (di alfabetizzazione, di lingua straniera, nonché percorsi di formazione professionale).

 

Progetti Trattamentali: Lavoro

Sono presenti veri e propri capannoni industriali, all’interno dei quali sono impiegati al momento circa cinquanta detenuti, destinati ad aumentare progressivamente nel corso del prossimo anno. Un immenso salone è adibito a laboratorio informatico dove si svolgono attività qualificate, regolarmente retribuite, che preparano i detenuti a un migliore reinserimento nella società. Anche il lavoro autonomo viene favorito in ogni modo; all’interno del carcere sono state costituite le prime due cooperative sociali (falegnameria e manutenzione del verde) che impegnano attualmente 12 detenuti.

 

Progetti Trattamentali: Attività culturali

Si è costituito un comitato di redazione, cui partecipano oltre ai detenuti anche operatori esterni, che si occupa della pubblicazione del giornale dell’Istituto Carte Bollate, stampato presso il Comune di Bollate.

Tra le iniziative di maggiore rilevo, un posto di primo piano occupa 10 sportello giuridico gestito da operatori in possesso di comprovata esperienza: tale sportello offre ai detenuti un aiuto gratuito nell’affrontare i problemi giuridici legati alla condizione detentiva. Autentico fiore all’occhiello è la biblioteca organizzata dai volontari dell’associazione "Mario Cuminetti" e gestita dai detenuti. É dotata di circa 14 mila volumi. Uno spazio polivalente capace di ospitare fino a 800 persone viene utilizzato per il teatro: con notevole successo sono stati organizzati diversi spettacoli, seguiti anche da un pubblico esterno.

 

Contatti con le Famiglie

Sono favoriti al massimo i contatti con le famiglie: i colloqui si svolgono in spazi gradevoli, anche all’aperto, così da consentire una notevole riservatezza. In collaborazione con l’Associazione Telefono Azzurro è stata allestita una ludoteca che permette ai reclusi di poter trascorrere un po’ di tempo con i figli minori, recuperando in tal modo il rapporto genitore/figlio.

 

Attività Sportive

Oltre alle palestre attrezzate in ogni reparto, vi sono un campo di calcio regolamentare e due campi da tennis, utilizzati costantemente dai detenuti. È in fase di costituzione la squadra di calcio dell’Istituto.

 

La fotografia ferma la realtà a un’immagine che resta nel tempo. L’operazione che abbiamo tentato nell’Istituto di Bollate è quella di permettere alle persone detenute di fermare ulteriormente il tempo, già fermo, della detenzione e far parlare le immagini prodotte, portandole all’esterno. I detenuti hanno percorso i luoghi dove temporaneamente sono costretti a vivere e li hanno fotografati: un sovvertimento delle logiche sottese alla carcerazione, che obbligano a subire il tempo, lo spazio, senza appropriarsene, senza poterli descrivere.

Hanno descritto spazi che non amano, che li costringono a movimenti programmati e sempre uguali. Lo hanno fatto perché questa parte della loro vita sia conosciuta fuori. L’Istituzione si è lasciata fotografare non senza traumi, perché l’operazione ha compromesso il rapporto controllore - controllato; l’esperienza è stata vissuta come una novità di faticosa realizzazione, come un altro passo nel percorso che cerca un senso alla detenzione. È stato bello per gli autori delle immagini, nuovo per gli operatori istituzionali; di sicuro sarà entusiasmante per tutti noi vedere esposta in una Galleria d’arte la nostra realtà, mostrata con la dignità di un luogo dove le persone vivono, lavorano e sono capaci di produrre cultura, e di mostrarla a tutti.

Ringrazio in primo luogo la Sesta Opera San Fedele e la Galleria San Fedele, che hanno voluto condividere questa scommessa; la Provincia di Milano, che l’ha sostenuta economicamente, con la fiducia che da sempre connota i nostri rapporti di lavoro, insieme ai Comuni di Bollate e di San Donato Milanese. Un grazie agli sponsor tecnici: Fotomagiche, Kodak, Minolta. Un grazie particolare agli operatori tutti della Seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate, che quotidianamente mi seguono (a volte mi precedono) in percorsi difficili ma di qualità umana e professionale. Grazie, infine, al sig. Provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria di Milano, dott. Felice Bocchino, per aver condiviso e approvato il progetto.

 

Lucia Castellano, Direttore della Seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate

Fotografia in carcere - I corsisti

 

Uno di noi ha chiamato il proprio progetto "con la fotografia arrivo là dove i miei piedi non possono arrivare". Roberto ha usato le parole giuste per definire il pensiero di noi tutti, il desiderio di partecipare alla vita che sta fuori da quelle mura dove non c’è porta per i nostri passi. Tutti noi corsisti ci siamo avvicinati all’iniziativa con grande entusiasmo ma anche con scetticismo, consapevoli delle difficoltà di fotografare la realtà quotidiana del carcere in modo significativo. Il luogo dove entrare è proibito a chi è "di fuori". Concessione importante e stimolante perché consentiva di comunicare con l’opinione pubblica attraverso le foto scattate da noi: fin dall’inizio sapevamo, infatti, che il laboratorio aveva anche come esito finale la mostra.

Maneggiare macchine fotografiche, circolare - pur accompagnati - quasi liberamente tra i reparti, sentirsi autorizzati a uscire dai limiti normalmente consentiti, benché inizialmente irreale, è diventata invece un’esperienza che ha incoraggiato forti entusiasmi e si è accompagnata a pensieri positivi. Ha aperto, anche se solo per un tempo a termine, il gusto della libertà espressiva. Pellicole come ali per volare e in quella dimensione sospesa sulla realtà del carcere, superarla: sensazione, condivisa, di uno di noi. Produrre, studiare, organizzare autonomamente la scelta di un piccolo progetto, e quindi scattare foto: immagini che raccontino ciò che siamo, come viviamo, cosa sogniamo: come dire la tristezza, la malinconia, la ribellione, la frustrazione, la depressione, in ai tre parole il vero contenuto della pena, la fatica e la volontà di uscirne? Dall’inizio alla fine ci siamo sentiti interpellati come persone che pensano, "scelgono". E proprio a questo ci è sembrato fosse diretta la scansione del corso.

Dodici incontri: per i primi cinque flash di storia dell’arte e della fotografia con diapositive. In un vivace dialogo Padre Andrea Dall’Asta ci ha mostrato come, fin dagli antichi maestri bizantini, ogni rappresentazione sia comunque una visione. Quindi le diapositive di grandi fotografi che Gigliola Foschi illuminava con incisivi brevissimi commenti, guidandoci a scoprire - molti non ci avevano mai pensato- "perché una foto è bella". Di fatto, quasi tutti avevamo già adoperato la macchina fotografica, ma capire con una docente di storia della fotografia il criterio per giudicarne la riuscita ci ha mobilitato e ha fortemente motivato l’elaborazione del progetto individuale, ciascuno discutendone la messa a fuoco con i docenti.

E ha avuto inizio la parte pratica: l’aspetto veramente nuovo nella vita carceraria. Il sostegno della "Sesta Opera" è stato a questo punto determinante per la concreta realizzazione del laboratorio. Allora è intervenuto, con i suoi strumenti, anche Sergio Lovati, il giovane (simpatico) fotografo che ha vinto il Premio San Fedele di quest’anno. Malgrado il purtroppo rigido calendario si è cominciato a girovagare, con la macchina in mano, nei reparti, tra i corridoi del piano, nelle aree comuni di lavoro e di socialità, ciascuno nel prezioso tempo previsto, cercando di realizzare il proprio progetto. E’ stata un’autentica novità nella vita del carcere perché il controllo tradizionalmente comporta anche l’invisibilità: ci è stato invece possibile raccontare in immagini, scattate dentro il nostro luogo quotidiano, come ci ricostruiamo, addomesticando il vuoto angoscioso del tempo, uno spazio personale e come si cerchi di utilizzare le occasioni di riflessione che questo carcere ha attivato. Anche questa stessa iniziativa: insolita ma intelligente, da continuare e allargare. Ci sarà un laboratorio fotografico nella Casa di Reclusione di Bollate? C’è infine orgoglio e soddisfazione: mettere fuori immagini - concentrati di pensiero - che non usano il codice delle parole ma attraverso questa operazione culturale raggiungono comunque l’opinione pubblica, è un’opportunità preziosa per affermare che non si vive in carcere, ma si vive il carcere.

 

Ubaldo Baldini nasce a Firenze il 27 gennaio 1962. Ha partecipato al laboratorio per sviluppare e ampliare la propria esperienza fotografica. Le sue immagini raccontano alcuni luoghi del carcere dove maggiore si fa sentire la relazione con l’esterno, come nella redazione di Carte Bollate.

 

Adel Ben Ali nasce in Marocco il 16 luglio 1967. Non ha avuto precedenti esperienze fotografiche.

Si è impegnato a raccontare il carcere seguendo i percorsi da lui compiuti abitualmente dalla cella all’orto situato nel cortile del carcere.

 

Ciro Bruno nasce a Napoli il 27 ottobre 1961. Ha deciso di partecipare al laboratorio con l’obiettivo d’imparare i segreti del mestiere di fotografo e ha voluto raccontare le attività sportive presenti all’interno del carcere.

 

Francesco Cappello nasce a Vittoria il 12 giugno 1964. Francesco Carriero nasce a Mottola il 18 ottobre 196l. Hanno già fatto precedenti esperienze fotografiche e hanno partecipato al laboratorio, oltre che per passione, per migliorare la loro tecnica. Hanno deciso di lavorare insieme e di formare una piccola equipe. Nel buio, ci può essere uno spiraglio di luce: si tratta di uno Spiraglio di libertà.

 

Mario Coco nasce a Catania il 14 maggio 1960. La sua esperienza fotografica è amatoriale.

All’interno del carcere svolge il lavoro di spesi no che ha voluto documentare con la sua ricerca fotografica.

 

Paolo Ele nasce a Milano 1’8 giugno 1958. Ha partecipato al laboratorio per migliorare la propria tecnica.

Il titolo del lavoro è Mani: se gli occhi sono lo specchio dell’anima, le mani comunicano, infatti, giorno dopo giorno, il nostro modo di vivere e la volontà del "fare" quotidiano.

 

Emilio Franco nasce a Sarno (Salerno) il 21 agosto 1955.11 suo desiderio di apprendere lo ha avvicinato alla fotografia di cui ha un’esperienza elementare. Il suo progetto, Saturo di Niente, racconta il senso di vuoto comunicato dagli spazi carcerari.

 

Luis Augusto Ferro nasce in Argentina il 30 gennaio 1956. La fotografia era il suo lavoro.

La sua ricerca, dal titolo Gang Stars, è composta da una serie di ritratti dove gli altri detenuti sono visti come persone, grazie alla relazione amicale e scherzosa instaurata con loro.

 

Giovanni Gentile nasce a Castelvetrano il 28 novembre 1978. Ha partecipato al laboratorio per migliorare la propria tecnica e ha voluto raccontare il suo desiderio di libertà, fotografando cieli azzurri non più segnati da muri e sbarre.

 

Roberto Raniolo nasce a Gela il 2 novembre 1973. Il titolo del suo lavoro è Quello che vedono i miei occhi ma i miei passi non possono raggiungere. L’autore ha fotografato, quindi, cieli irraggiungibili attraverso le grate ma anche luoghi e persone che vorrebbe avvicinare ma ne è impedito.

 

Fabrizio Ratti nasce a Como il 27 giugno 1 %4. Il desiderio di migliorare 10 spinge a frequentare il laboratorio fotografico. poiché crede che il lavoro restituisca dignità, ha voluto raccontare i lavori che si svolgono all’interno del carcere.

 

Massimo Uliano nasce a Milano 17 maggio, 1971. La sua ricerca, La libertà dell’occhio, ha lo scopo di sensibilizzare le persone alla vita carceraria. Nelle sue immagini domina "il limite". L’occhio, incontra sempre un ostacolo: un muro, un’inferriata... Attraverso i luoghi racconta lo stato d’animo di chi è "dentro".

 

Giuseppe Vacante nasce a Lentini il 5 maggio 1953. Per molto tempo la fotografia è stata il suo hobby. L’ autore mostra I’ ingegnosità e la fantasia con cui i detenuti, utilizzando i materiali più impensabili, costruiscono una serie di piccoli arredi per cercare di migliorare la vita all’interno delle celle.

 

Roberto Vincenzetto nasce a Milano il9 agosto 1973. Ha già avuto precedenti esperienze fotografiche.

La sua ricerca vuole fare comprendere la sofferenza dei figli e delle mogli nel vedere i propri cari in carcere e, allo stesso tempo, il legame che il detenuto prova nei loro confronti.

Il progetto "Captivi"

 

Il progetto "Captivi", promosso dalla Direzione della Seconda Casa di Reclusione di Bollate (MI), dalla Sesta Opera San Fedele, Associazione di Volontariato Carcerario Onlus, e dalla Galleria San Fedele del Centro Culturale San Fedele di Milano si è articolato in due fasi: un corso di formazione fotografica, costituito da un corso teorico e pratico, e una mostra itinerante. Un’occasione, dunque, non solo per avvicinare alla storia della fotografia (e dell’arte) e alle tecniche fotografiche un piccolo gruppo di detenuti ma per articolare una riflessione su un tema oggi troppo spesso dimenticato o trattato con grande diffidenza sospetto: quello della detenzione carceraria.

La mostra s’inserisce in un preciso programma d’impegno politico e sociale del Centro Culturale. Infatti, oltre a una riflessione spirituale e culturale sui temi fondamentali dell’uomo e a un’attenzione al mondo artistico giovanile, la Galleria San Fedele intende promuovere un dibattito su alcuni problemi centrali della società contemporanea.

Una mostra le cui fotografie sono state scattate dai detenuti stessi e in seguito accostate ad altre immagini di fotografi professionisti. Quale il senso? Siamo portati a pensare il mondo del carcere come al luogo in cui si condensano e si concentrano i mali di una società civile. Nell’immaginario individuale e collettivo, il carcere è spesso considerato come il luogo dei captivi, come lo spazio in cui proiettare i malesseri, le povertà e le fragilità che non sappiamo accettare in noi stessi. "Cattivi". Uomini che si sono allontanati o che sono stati respinti. Uomini indesiderati, ricoperti da una macchia indelebile. Segregati senza possibilità di riscatto. Spesso, "capri espiatori" di un malessere molto più ampio e diffuso che questi uomini hanno vissuto con minori difese e sostegni, rispetto ai cosiddetti "liberi".

L’esperienza all’interno del carcere di Bollate ha messo al contrario in luce un mondo di uomini attraversati da dolori, drammi, sofferenze. Uomini che vivono la solitudine del distacco dai loro familiari, dai loro amici. Uomini "come noi", desiderosi di apprendere, di vivere, di riflettere. Uomini ai quali è data un’ opportunità per pensare a un nuovo progetto ci vita. Per cambiare. Il carcere non può, infatti, limitarsi a configurarsi come un luogo di segregazione, di semplice reclusione, ma al contrario deve aiutare a pensare un futuro diverso. Deve esistere una speranza, uno spiraglio di luce, come afferma un autore.

Che i detenuti abbiano potuto fotografare all’interno del carcere in cui vivono è stata senza dubbio un’esperienza singolare. In questo senso, non si può tacere il coraggio della Direzione della Casa di Reclusione di Bollate.

Un carcere rifiuta di rinchiudersi in se stesso ma si dirige verso la città, per dire che non si tratta di un luogo che dimenticare o da cancellare ma di uno spazio del quale ciascun uomo è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Di un luogo che occorre conoscere. Senza paura. É significativo che la quasi totalità dei detenuti abbia deciso di apparire nel catalogo e nella mostra col proprio nome. . . Un appello? Una richiesta d’incontro?

"Che cosa vuoi che io ti faccia?", dice il Cristo al cieco di Gerico. "Che io abbia la vista", risponde prontamente Bartimeo. Ai detenuti di Bollate in qualche modo è stata donata la vista, la possibilità di vedere grazie all’obbiettivo fotografico. Ma non basta semplicemente aprire gli occhi. Occorre sapere "vedere", andare al di là del limite, degli ostacoli... dei muri, delle grate, delle inferriate. Occorre esercitarsi alla visione, per comprendere che anche quanto appare scontato e marginale, può assumere una valenza simbolica precisa. Un semplice oggetto della nostra vita quotidiana, ripreso in un determinato modo, può esprimere un senso preciso per noi. Un mondo ricco di affetti e di emozioni. Il nostro passato. Un appello a vivere il futuro.

Coloro che sono continuamente controllati, dalla polizia penitenziaria. dallo sguardo impersonale e indiscreto delle telecamere, sono divenuti, da osservati, a osservatori. Da oggetti d’interpretazione a soggetti interpretanti. Da "prigionieri", meglio da captivi, a uomini liberi in condizione di dire una parola su quel mondo, sui propri sentimenti, sulla propria vita. Quale mondo? Le fotografie scattate non sono certo di denuncia. di violenze da esorcizzare, di rivendicazioni da dichiarare.

Si tratta piuttosto d’immagini che lasciano emergere desideri, sogni, attese. L’intimità della quotidianità della propria esperienza di vita. Se alcuni hanno rappresentato il modo con cui vivono il loro senso del limite, attraverso immagini d muri che svettano alti e irraggiungibili verso il cielo, o attraverso interni bui e soffocanti dai quali una luce stenta a entrare attraverso la griglia spietata delle sbarre, altri hanno manifestato il loro desiderio di libertà attraverso "cieli", in cui potere sognare, proiettare liberamente i propri pensieri. Il cielo non è forse della stessa materia delle nostre speranze, dei nostri sogni, delle nostre attese? Altri hanno rappresentato la realtà del carcere attraverso piccoli oggetti creati da loro per "arredare" le loro "celle-stanze". Li hanno fotografati con intimità, affetto, come a suggerire la loro voglia d normalità, di speranza. Il luogo, da anonimo, si fa intimo, v-issuto. Si fa spazio di una buona vita di relazione, fatta d affetti, di un tempo che, sia pure lentamente, scorre. Di un tempo "comunque" da vivere. Amici con cui parlare, dialogare. Compagni di viaggio.

Alcuni hanno ancora rappresentato il momento della ricreazione attraverso lo sport, altri il loro lavoro, o il percorso compiuto per andare a lavorare, quasi in modo cinematografico, fotogramma dopo fotogramma. Il lavoro restituisce la dignità all’uomo dice il progetto di un detenuto. Non ci si può fermare. Fermarsi è come un gettare la spugna. Credere che la vita è impossibile. Non si può perdere la speranza del proprio riscatto. Altri ancora hanno rappresentato "mani". Mani nobili che dipingono, giocano, lavorano. Mani che spesso possono solo limitarsi a toccare immagini, come quelle di una donna o della propria città natale, eterni simboli dei propri ricordi, degli affetti, delle persone care che aspettano un ritorno. Ciascuno di noi non compie forse un viaggio di ritorno alla propria ltaca? Una luce ci aspetta, ci precede, ci annuncia un cammino di liberazione, un Esodo da percorrere.

Il Centro Culturale San Fedele ringrazia la dott.ssa Lucia Castellano, direttore della Casa di Reclusione di Bollate, che ha creduto e reso possibile la realizzazione del laboratorio fotografico e della mostra, la Polizia Penitenziaria e gli Operatori dell’area pedagogica della Casa di Reclusione di Bollate, per la sua disponibilità nell’organizzazione dei diversi appuntamenti e nell’accettazione serena dei diversi disagi provocati dalle evidenti difficoltà di operare all’interno di un carcere. Un sentito grazie alla Sesta Opera, c in particolare ad Adriana Loaldi per la sua generosità incondizionata nel rendere possibile i diversi incontri all’interno del carcere e nel coordinamento dei vari soggetti istituzionali. Grazie ancora ai detenuti per la loro collaborazione, per il loro desiderio di "giocarsi", di mettersi in discussione ed raccontarsi attraverso l’uso dell’obbiettivo fotografico. Il Centro Culturale San Fedele ringrazia ancora tutti i vari sponsor (Minolta, Kodak, Fotomagiche) oltre i Comuni di Bollate e di San Donato Milanese.

 

Andrea Dall’ Asta S.I. - Direttore Galleria San Fedele, Milano

"Le due città": linee di comunicazione

 

È difficile immaginare un confine tracciato con maggiore evidenza di quello che separa il carcere dal mondo esterno, dai "liberi". Oltre questo confine - con mura, cancelli e torrette che ne fanno l’icona dell’istituzione totale - si stende la "discarica sociale": metafora dirompente e tragica con cui si rappresenta lo spazio d marginalità, di esclusione, di stigmatizzazione in cui bandiamo tutti i problemi ai quali la nostra società non sa dare soluzione e che facciamo oggetto di una cultura dell’indifferenza, del rifiuto, della rimozione, del "gettar via la chiave". Ancor più che fisica, questa linea di confine è culturale: una frontiera della disattenzione se non dell’ostilità, tracciata con pregiudizi, stereotipi, campagne di emergenza e allarme sociale che attraverso risposte sterilmente simboliche e slogan semplificatori, eludono i problemi complessi della "città dell’uomo". Una complessità che l’istituzione carceraria non può certo contenere, risolvendo ben pochi dei problemi che in essa sfociano e ristagnano. Questo contenitore di marginalità e disagio, non riesce nemmeno a svolgere una reale funzione di deterrenza né di prevenzione (speciale o generale), come dimostrano I ‘entità della cifra oscura della criminalità (cioè del numero altissimo di reati che non vengono scoperti e perseguiti) e i tassi di recidiva che toccano punte del 70-80%.

Più carcere non significa, quindi. più sicurezza ma solo più spazio per le ossessioni sicuritarie prodotte da forme di vita sociale e orientamenti di politica criminale incapaci di pratiche preventive non fittizie e non demagogiche, di scelte che improntate a inclusione. solidarietà. accoglienza siano dirette all’empowerment degli esclusi, alla ricostruzione della domanda di sicurezza sociale come domanda di sicurezza di tutti i diritti.

Il carcere è lo strumento - in Italia quasi esclusivo - con cui una giustizia di tipo retributivo rende male per male nella comminazione della pena; nelle attuali condizioni delle carceri - nelle quali è endemico il sovraffollamento con tutte le conseguenze sulla salvaguardia dei diritti fondamentali e della dignità della persona umana, sulla effettività dei percorsi "trattamentali" costituzionalmente tutelati - le modalità stesse dell’esecuzione penale sono divenute sempre più problematiche. Perfino il Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT), istituito nel 1987 nell’ambito della Convenzione del Consiglio d’Europa con il compito di vigilare su ogni forma ci trattamento inumano o degradante delle persone private della libertà personale, ha dovuto occuparsi dello stato delle nostre prigioni. I limiti di politica criminale e di cultura della giustizia, combinati con le croniche carenze d risorse dell’istituzione penitenziaria, gravano i detenuti di quote aggiuntive di afflizione e mortificano gli operatori nella loro professionalità e nella qualità della loro vita lavorativa.

La pena, allora, finisce per assumere le forme ritorsive dell’emarginazione e dell’esclusione che rischiano di ridurre il carcere- contraddicendola Costituzione e la volontà del legislatore - a spazio di mero contenimento e neutralizzazione, a tempo di passività e sterilità quando non di fermenti criminogeni. La punizione, invece, deve essere intesa sempre come intervento pedagogico e mai come vendetta; la valenza deterrente della pena, senza un adeguato impegno educativo, afferma il card. Martini, è un’ideologia pericolosa e deresponsabilizzante. Questo non significa sottovalutare il problema della salvaguardia e della tutela del più debole: "La preoccupazione per la tutela della società - che è grave dovere dell’autorità pubblica - non è per nulla in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità del condannato. Ne va dimenticato che, in termini di prevenzione generale, risulta più produttiva una politica criminale tesa a investire sulle capacità dell’uomo di tornare a scegliere il bene, che non una politica fondata sul solo fattore della forza e della deterrenza" (C. M. Martini, Non è giustizia, Mondatori 2003). Chi subisce una sanzione deve poter percepire anche nella condanna e nella pena di restare pur sempre un soggetto della comunità, un "fratello"; sanzioni che abbiano effetti escludenti e discriminanti non sono cristianamente giustificabili: la loro legittimità dipende dalla capacità di ricostituire un legame fra l’agente di reato e il contesto sociale. La privazione della libertà non può ulteriormente accrescere la forza centrifuga della colpa in se, ma deve inserirsi in un movimento che, al contrario, abbia una finalità centripeta, il ristabilimento della comunione turbata e ferita dal reato.

L’uomo, nella visione antropologica che ne propone la Bibbia, è un essere che dipende nella sua stessa struttura esistenziale dal rivolgersi a lui della comunità. Nella situazione limite della privazione della libertà, è allora fondamentale contrastare i processi di spersonalizzazione e di abulia relazionale, con forme umanamente ricche e stimolanti di accompagnamento al pieno reinserimento dei detenuti nella società civile, garantendo loro contesti di accoglienza che sono anche modalità primarie, razionali e efficaci, di prevenzione e di contrasto della recidiva.

Anche per questo aspetto il volontariato carcerario svolge un ruolo importantissimo: nella gratuità della relazione in cui coinvolge l'altro, lungo una linea di confine resa sempre meno opaca e più permeabile, la società si apre al carcere con la forte capacità di sollecitazione umana che c’è sempre nella carica donati va dei volontari, che nel caso della Sesta Opera alla passione civile aggiungono l’ispirazione evangelica di chi riconosce in Matteo 25:36 (Ero carcerato e siete venuti a trovarmi) la propria radice più profonda.

È in questo orizzonte che va inserita e valutata l’esperienza del Corso di fotografia, così fortemente motivante per tutte le componenti della Casa di reclusione di Bollate: detenuti, agenti di Polizia penitenziaria, Direzione, volontari, Centro Culturale San Fedele. Un’esperienza così impegnativa non avrebbe potuto dispiegarsi senza l’adesione convinta e la partecipazione attiva della Direzione e degli agenti che nel "normale" rapporto tra struttura carceraria e ristretti hanno accettato s’inserisse una variante per niente scontata: una prova di matura professionalità che dimostra concretamente come un serio impegno trattamentale e risocializzante possa liberare da ogni infiltrazione retorica le parole che sul senso della pena sono scritte nella nostra Costituzione.

Non c’è niente di scontato nel fatto che dei detenuti usino la macchina fotografica riscoprendo, e per certi aspetti reinventando, il loro spazio-tempo di vita carceraria. Una sterminata letteratura, da Bentham a Foucault, ci ha reso familiare 1 ‘immagine del Panopticon, dei detenuti sempre a vista: nella inedita situazione del corso fotografico i detenuti si sono proposti come i soggetti della vista. Un Panopticon rovesciato, si direbbe... c’è materiale per riflessioni di più ampio spettro.

Il carcere, inoltre, è luogo d’opacità, il cui perimetro s’inscrive nel cono d’ombra della società; una "camera" che nel percorso fotografico si è fatta sempre meno "oscura": una "camera chiara", per riprendere l’espressione con cui Roland Barthes ha titolato il suo testo del 1980 sulla fotografia. Tanto più "chiara" dal momento che il percorso iniziato in carcere, prosegue nel cuore dello spazio urbano, della sua vita culturale, dimostrando con l’evidenza delle immagini che la comunicazione e l’integrazione tra "le due città" è possibile e feconda, che l’accresciuta trasparenza e porosità del loro confine facilita e rinforza dinamiche di responsabilità di cui tutti, dentro e fuori, beneficiamo.

 

Francesco Borroni, Presidente della Sesta Opera San Fedele

Il carcere e la fotografia, di Gigliola Foschi

 

"Potresti essere interessata a tenere un corso di fotografia nel carcere di Bollate e poi a realizzare una mostra con le immagini che hanno scattato i detenuti?" mi chiese mesi fa Andrea Dall’Asta, direttore della Galleria San Fedele di Milano. Il desiderio di dire di sì era forte: finalmente mi veniva offerta l’occasione per fare un lavoro utile socialmente, magari capace di dare speranza o nuove consapevolezze a delle persone recluse. Un lavoro per di più interessante, che mi avrebbe anche dato l’opportunità di capire le potenzialità della fotografia quando viene usata da persone non del mestiere. Contemporaneamente - lo confesso - la paura era molta, per me che non ero mai entrata in una casa di reclusione: paura del carcere, del senso di oppressione di muri e sbarre; paura nei confronti dei detenuti stessi, di una supposta atmosfera violenta o troppo sofferta e sofferente per le mie forze. Insomma non sapevo che cosa decidere.

Determinante per il mio assenso fu il racconto dell’amico scrittore Davide Pinardi in merito alla sua esperienza come insegnante nel carcere di San Vittore. "Per me insegnare là ha rappresentato un grande esperienza di vita. È incredibile come i carcerati diano importanza alla cultura quando è intesa come uno strumento per comprendere meglio se stessi e il mondo. La cosa forse più importante è non avere un atteggiamento pietistico con loro: i detenuti non sono dei poveretti da assistere o compatire, ma persone con cui confrontarsi e a cui fornire strumenti di autonomia che li aiutino a ridefinire un proprio percorso di vita", mi spiegò incoraggiante. E aveva ragione: mai nella mia carriera di insegnante mi è capitato di avere allievi così attivi e partecipi, desiderosi d’imparare e di comunicare attraverso la fotografia, capaci per di più di commentare in profondità le immagini che proponevo nelle mie lezioni di storia della fotografia. Probabilmente li aveva motivati il progetto di poter finalmente far conoscere la loro vita all’esterno del carcere, di avere l’opportunità - grazie alla fotografia - di dire la loro anziché venire raccontati dagli altri.

Da osservati avrebbero potuto divenire degli osservatori. Già, ma che tipo di osservatori? Forse che l’ebbrezza del piccolo potere dato dalla macchina fotografica li avrebbe trascinati a usarla come un occhio indiscreto e giudicante, magari un po’ aggressivo? Non avevo fatto i conti con il desiderio dei detenuti di raccontare i loro vissuti, i loro desideri, sogni, attese, e neppure con le più autentiche caratteristiche del mezzo fotografico.

Il celebre ritrattista Richard Avedon ha scritto: "È solo con la mediazione delle foto che io conosco le persone". Mentre la fotografa americana Nan Goldin - che ha sempre ed esclusivamente fotografato se stessa e i suoi amici più intimi - aggiunge per parte sua: "Fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione, un desiderio di cogliere la verità e accettarla". Come se fossero in perfetta sintonia con questi autori, per tutti i detenuti la fotografia è immediatamente divenuta uno strumento affettuoso di relazione e d’incontro con cui fissare gli sguardi degli amici e delle persone care: amici che sono stati al gioco "giocandosi", mettendosi allegramente in posa, fino a rivelare la loro verità più autentica.

Impossibile non rimanere colpiti dalla toccante e splendida immagine di Luis Augusto Ferro in cui si vede di spalle un suo amico che, seduto nel cortile del carcere, mima con le braccia il volo degli uccelli: certo, l’amico scherza, ma con questo scherzo esce dal mutismo per raccontarci, senza bisogno di discorsi, il suo desiderio di libertà. Un piccolo gioco-verità, capace di aiutarlo a sopportare la realtà, reso possibile grazie a una macchina fotografica sorretta da chi sai che condivide la tua vita, e non da un estraneo dal quale ti devi per certi versi difendere. Impossibile poi non capire che le fotografie scattate da Roberto Vincenzetto a suo figlio non sono altro che un gesto d’amore, un voler dire che suo figlio gli manca, che è lui a dargli la forza di accettare il carcere; "È proprio carino tuo figlio": gli dico quando mi porta una sua immagine che teneva appesa in cella; "Eh no, mio figlio è più che carino, è proprio-bello!": aggiunge orgoglioso.

La fotografia specchio della realtà? "Il sogno della libertà"; "La libertà dell’occhio"; "Nel tempo"; "Quello che vedono i miei occhi ma i miei passi non possono raggiungere"; "Pur avendo tutto ciò che di materiale l ‘uomo può o vuole avere, la nostra anima è immersa nel buio della solitudine": ecco solo alcuni dei titoli relativi alle immagini che i detenuti hanno realizzato. Titoli che già da soli bastano a farci capire che per loro la fotografia non è stata intesa come un freddo strumento di documentazione, ne tanto meno come un asettico "prelievo di realtà". No, tra le loro mani la fotografia è divenuta un mezzo di conoscenza non tanto dell’esterno, ma soprattutto dell’interno di loro stessi, dei loro sogni di libertà, dei loro desideri, delle loro inquietudini e sofferenze. Hanno fotografato grate e spioncini, corridoi e celle, non tanto per mostrarceli, per farci vedere come sono fatti nella loro durezza, ma per suggerire, evocare, "il buio della solitudine" della loro anima, il tempo dilatato del carcere, il senso di un’attesa dove la luce è sempre un po’ più in là. Hanno guardato il carcere per raccontare loro stessi.

Ma non hanno voluto ripiegarsi in lamenti autoconsolatori. Anzi, molti hanno usato la fotografia come uno strumento di libertà, capace di portarli, almeno con lo sguardo e il desiderio, oltre le sbarre del carcere, verso il cielo. Non a caso le immagini di Adel Ben Ali ci conducono dai corridoi e dalle celle fino all’aperto, là nel cortile dove si trova un orto coltivato con cura da alcuni detenuti. Mentre quelle di Giovanni Gentile raffigurano un luminoso cielo blu, appena solcato dalle nubi, appena incorniciato dalle mura del carcere.

Sempre non a caso, Roberto Raniolo si è autoritratto tra una cartolina di Gela, il suo paese natale, e il calendario di una procace pin up; "È quello che vedono i miei occhi ma i miei passi non possono raggiungere. A me, a noi, le donne mancano": mi rivela serio e disarmante mostrandomi le sue foto. Una voglia di speranza che a volte, come nel lavoro fotografico di Giuseppe Vacante, diviene bisogno di raccontare gli sforzi e l’ingegno spesi da alcuni detenuti nel rendere il più possibile accoglienti e intimi i propri spazi di reclusione. Nel bagno di una cella il pennello da barba e il dentifricio non sono stati abbandonati sciattamente sul lavandino: se ne stanno in bell’ordine su una colorata mensola, creativamente ricavata da una cassetta di cartone per la frutta. La vita continua, il tempo del carcere va vissuto con dignità, sembrano volerci dire alcuni pacchetti di sigarette vuoti e trasformati in piccole mensole; o i fornelletti dove cuocere il sugo della pasta; o ancora due umili ma eleganti portapenne scolpiti a mano.

Alle immagini dei detenuti - che vivono sulla propria pelle la reclusione e riflettono su tale esperienza attraverso la fotografia - si è poi voluto accostare lo sguardo "esterno" di alcuni fotografi che hanno lavorato approfonditamente sul tema della detenzione. Lavori, questi ultimi, che evitano a loro volta il reportage di denuncia, per mostrare i detenuti come persone e al contempo raccontare la realtà del carcere senza ideologie preconcette. Marco Delogu realizza, nel carcere di Rebibbia di Roma, intense immagini quasi materiche, capaci di evocare il senso di solitudine, di chiuso e oppressione determinato dagli spazi detentivi. Luigi Gariglio accompagna rigorose immagini di luoghi carcerari con ritratti dove i detenuti si mostrano senza finzioni. Sergio Lovati crea immagini silenziose, sospese, dove il tempo dilatato e uniforme del mondo carcerario sembra permeare anche le cose, gli arredi, gli spazi. Paola Mattioli è entrata nel carcere femminile di Monza e ha costruito un racconto visivo su più livelli, dove ritratti in bianco e nero si alternano a immagini a colori di oggetti e arredi capaci di suggerire la quotidianità della vita carceraria. Alessandro Mencarelli con la serie Colloqui racconta i suoi incontri con i detenuti a partire dalla sua esperienza di avvocato (osserva lo spazio delle sala dei colloqui, poi le gambe dei suoi assistiti che dalla postura rivelano i loro stati d’animo). Nino Romeo, infine, espone un efficace reportage sullo spettacolo la Nave dei folli, realizzato dalla compagnia teatrale del carcere di San Vittore di Milano, come a suggerire che l’esperienza del carcere, nei casi migliori, può divenire un momento di maggior consapevolezza e non solo di mera contenzione.

 

 

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