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Minori responsabilità di Tilde Napoleone
4.1 Numeriamo la cosiddetta "emergenza sociale"
In Italia negli ultimi 10 anni, la delinquenza minorile non è aumentata, anzi è addirittura diminuita. Secondo i1 35° Rapporto CENSIS 2001, i minori denunciati alle forze dell'ordine sono diminuiti del 17,4 % passando da 26.783 a 22.132. Se, inoltre, si guarda ai dati relativi ai ragazzi denunciati alle procure, che comprendono sia i soggetti denunciati direttamente dai cittadini sia quelli per cui si procede d'ufficio, si nota anche qui un trend decrescente: si passa da 44 .977 a 43.897 casi con una variazione percentuale in negativo del 2,4 % . Passando a esaminare la composizione c.d. penale della devianza minorile, cioè la tipologia di reati commessa più frequentemente, si nota che i crimini che più dovrebbero allarmare l'opinione pubblica rappresentano una quantità insignificante rispetto al totale. Gli omicidi sono diminuiti del 60 %; se nel 1991 sono state 35 le denunce per questo tipo di reato, nel 1999 si sono ridotte a 4. Anche per quanto riguarda i furti si nota una diminuzione. In ascesa sono invece gli scippi e i borseggi, le rapine e i reati connessi alla produzione e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Aumentano infatti del 46 % le estorsioni, del 61 % le rapine e del 65,4 % lo spaccio di stupefacenti. Soprattutto in quest'ultimo caso è facile cogliere il segnale del coinvolgimento non in ruoli di leadership di giovanissimi nelle attività di cosche mafiose. Solo il 10 % dei minori coinvolti in fatti penalmente rilevanti ha commesso delitti contro la persona, ed in predominanza si tratta di ragazzi italiani. Sono stati 36 invece in tutto il 2000 i casi di omicidio, di cui 7 commessi da stranieri. Se consideriamo un diverso arco temporale, ossia il periodo tra il primo luglio 2000 e il 30 giugno 2001 e alcune grandi città, vediamo che a Roma sono stati commessi da ragazzi minorenni 7 omicidi volontari e 38 violenze sessuali, a Milano 7 omicidi e 63 violenze sessuali, a Bari 9 omicidi e 11 tentati omicidi, a Reggio Calabria 3 omicidi e 8 violenze sessuali. Se i ragazzi italiani compiono meno reati, aumentano invece le denunce a carico dei minori stranieri; questo fenomeno è legato alla crescita dell'immigrazione a cui non si è risposto con la predisposizione di strutture di accoglienza. Altri numeri confermano gli eccessi di preoccupazione: ancora secondo il CENSIS la situazione dell'Italia in materia di criminalità minorile è migliore rispetto a quella di altri paesi; infatti in Italia i minori entrati in contatto con il sistema giudiziario sono il 2,8 % del totale dei soggetti denunciati dalle forze dell'ordine, contro il 13,1 % della Germania, il 21,3 % della Francia e il 23,9 % del Regno Unito. Nel nostro paese la percentuale di minorenni denunciati è la più bassa rispetto alle altre nazioni europee, tranne che per l'omicidio e i reati legati alle sostanze stupefacenti, per i quali solo in Spagna i valori sono più bassi.
4.2 Il dibattito sull'imputabilità
4.2.1. Le parole del dibattito
L'art. 97 del codice penale afferma che il ragazzo minore di 14 anni non può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, perché è considerato incapace di intendere e di volere. Solo se considerato "pericoloso" il minore di 14 anni può essere sottoposto a misure di sicurezza. Tra i 14 e i 18 anni, invece, dice il successivo art. 98, il minore può essere punito ma solo dopo che, con ogni mezzo di prova, sia accertata la sua capacità di intendere e di volere. Secondo la consolidata giurisprudenza minorile, è capace di intendere e di volere, e quindi imputabile, il ragazzo sano di mente, psicologicamente equilibrato, che ha acquistato un complesso di valori idonei a determinare socialmente il suo comportamento, sa interiorizzare e far proprio il senso di un ordine e di un divieto, è capace d'autocontrollo in ordine a una certa situazione come se fosse già un diciottenne. C'è anche chi definisce la capacità di intendere e di volere come la responsabilità nel prendere decisioni in modo indipendente e con adeguata fiducia in sé, la prospettiva temporale nell'assumere le proprie decisioni e infine la capacità di autoregolarsi, esercitando un controllo sui propri impulsi. La Corte di Cassazione nel lontano 1984 ha invece affermato che "l'accertamento della capacità di intendere e di volere del minore [...] si risolve in un giudizio di natura psicologica alla cui formazione deve concorrere ogni elemento che possa risultare utile perché un siffatto giudizio ha tutte le caratteristiche della delicatezza e della complessità propria delle indagini psicologiche". In seguito ad alcuni fatti particolarmente gravi, come il delitto di Novi Ligure, si è riaperto il dibattito sulla responsabilità penale dei minori. Le motivazioni che stanno spingendo ad una modifica del codice penale fanno riferimento ai temi della difesa sociale, della tutela dalla devianza, oltre che all'inutilità degli attuali interventi rieducativi. Alfredo Carlo Moro, a tal proposito, afferma: "la difesa sociale dalla devianza minorile si realizza non tanto attraverso interventi penali sempre stigmatizzanti, ma cercando con forme diverse di ricostruire un itinerario educativo che, non sempre per colpa del ragazzo, è stato interrotto. Inoltre l'attuale insufficienza di interventi rieducativi nei confronti del preadolescente - che nessuno disconosce - impone non la soppressione degli stessi, ma una riforma sostanziale, senza imboccare la scorciatoia del ricorso all'intervento penale, il quale, a sua volta, se privo di strutture serie di recupero, può solo ridursi ad una segregazione carceraria che lascia irrisolti tutti i problemi del ragazzo. Infine, la maggiore flessibilità dell’intervento penale non significa che esso abbia perso le caratteristiche dell'intervento sanzionatorio che presuppone sempre un minimo di maturità del soggetto[...]". Non sono dello stesso parere quei senatori dell'area di centrodestra, che il 10 ottobre 2001 hanno presentato un disegno di legge proprio diretto ad abbassare la soglia di imputabilità. Secondo loro la criminalità minorile - che, spesso, trova la sua fonte nel reclutamento di minori ad opera della criminalità organizzata - rappresenta ormai, nel nostro paese, non soltanto un fenomeno visibile ma, altresì, una vera e propria emergenza sociale. Stiamo, tuttavia, assistendo anche alla commissione di atti criminosi - spesso tanto efferati, quanto meramente episodici - da parte di minori che nulla hanno a che vedere con la criminalità organizzata, in quanto maturati in ambienti socialmente estranei a questa realtà. In effetti, in questi ultimi anni, si sono moltiplicati i fatti di reato di cui i minori si sono resi protagonisti attivi e la collettività, ormai profondamente scossa, chiede un deciso intervento del Parlamento volto a sanare e, ancor prima, a arginare tale fenomeno. Appare, a questo punto, inderogabile ed improcrastinabile un intervento del Parlamento sul piano sociale ed educativo volto al recupero del minore, autore e, spesso, autore-vittima di episodi criminosi, attraverso la creazione di strumenti educativi e formativi in grado, da un lato, di eliminare ovvero colmare i disagi esistenziali causati dai mali sociali della nostra epoca quali, ad esempio, l'incomunicabilità tra genitori e figli, così come l'incapacità di trasmettere ai giovani valori morali essenziali -, dall'altro, di emarginare il fenomeno della criminalità organizzata. Così come riteniamo necessario procedere ad un aggiornamento della normativa penalistica e processual-penalistica alla luce della precoce maturità che, ormai, ai giorni nostri, i minori costantemente manifestano. Sono quindi l'emergenza sociale causata dalla criminalità minorile insieme alla considerazione che i ragazzi oggi sono più maturi rispetto al passato, a spingere verso la modifica del codice penale. L'emergenza sociale, d'altronde, sta già portando alla predisposizione di strumenti di controllo invasivi come ad esempio le telecamere nelle scuole. La prefettura di Napoli, infatti, nel corso di un Comitato per l'ordine e la sicurezza, ha adottato la decisione di sorvegliare con telecamere 700 istituti scolastici, come deterrente a scippi, furti e rapine. La proposta di legge vorrebbe abbassare l'imputabilità del minore da 14 a 12 anni, mentre la soglia massima sarebbe portata a 16. Ciò significa che: al di sotto dei 12 anni il minore non sarebbe imputabile, che tra i 12 e i 16, la sua imputabilità dovrebbe essere sempre valutata in base alla capacità di intendere e di volere e infine che sopra i 16 anni sarebbe sempre imputabile e quindi sempre punibile, come succede per gli adulti. I dati esaminati non evidenziano però una recrudescenza del fenomeno della criminalità minorile. I dati non sono tali da giustificare il clamore che si sta sviluppando e che si sta amplificando grazie e attraverso i media. Ciò che forse in questo momento spaventa è la violenza con cui alcuni reati sono commessi o il fatto che avvengano in zone prima non a rischio, su terreni difficili da esplorare, all'interno delle così dette "case per bene". I dati sopra esaminati dicono piuttosto che i ragazzi in questo momento devono essere protetti più che criminalizzati. La maggioranza, si sa, pensa al "diritto penale essenzialmente come uno strumento di difesa sociale, di difesa degli interessi della maggioranza contro gli attentati alla sicurezza recati dalla minoranza dei devianti". Nella relazione introduttiva al disegno di legge citato si legge infatti che "è indispensabile ed urgente tener conto di tale emergenza sociale sotto il profilo penalistico e processual-penalistico". Ancora Luigi Ferrajoli ricorda che l'idea della difesa sociale ha come esito inevitabile il terrorismo penale e quindi una massimizzazione della penalità, della punibilità. È questo a cui sembra tendere la proposta di legge in discussione al Senato. A parte, cioè, la riflessione su quanto possa essere giusta o meno la specifica modifica, quello che si teme è la messa in gioco di un sistema, come quello minorile, che ha in sé abbastanza radicato ed esaltato l'aspetto non afflittivo, bensì rieducativo della pena, in linea con quanto affermato dalla nostra Costituzione che all'art. 31 prevede una speciale protezione per l'infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo. Tutto il sistema attuale, soprattutto nella sua parte processuale è improntato sul concetto di rieducazione. La stessa organizzazione del processo, con tutte le cautele prescritte per la tutela del minore, ha alla base questa finalità. L'art. 28 del codice di procedura penale minorile, per esempio, che disciplina la sospensione del processo con messa alla prova afferma che il giudice "può impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minore con la persona offesa dal reato", rendendo evidente la finalità fortemente educativa. Anzi, proprio l'istituto della mediazione penale, va oltre, implica un superamento innovativo sia del modello basato sulla sanzione-afflizione sia di quello basato esclusivamente sul concetto di rieducazione tramite il trattamento, introducendo le nozioni di riparazione e di conciliazione. Ma rientrano in quest'ottica anche quelle disposizioni che impongono al giudice e ai servizi di predisporre un progetto processuale oltre che un progetto educativo, o ancora tutte le disposizioni che richiedono una preparazione e una professionalità specifica di tutti i soggetti che operano nel processo minorile. Rendere punibili anche ragazzi di 12, 13, 14 anni, e soprattutto equiparare dal punto di vista penale, un ragazzo di 16 anni ad un adulto totalmente in grado di rispondere dei propri atti, sembra essere il segnale della volontà di tornare a una idea retributiva della pena. Alla domanda sociale di repressione, al più diffuso sentimento di insicurezza, anche questa volta si risponde con il ricorso alla risorsa penale come strumento di stabilizzazione del sistema sociale, di orientamento pratico e di istituzionalizzazione delle aspettative indipendentemente dalla sua reale efficacia. Ma se anche di allarme sociale si trattasse è proprio vero che un abbassamento della soglia di imputabilità servirebbe a riportare indietro i tassi di criminalità minorile? Perché, poi, una maggiore responsabilità dei giovani dovrebbe portare ad una loro imputabilità? Ed è proprio vera l'affermazione dei senatori per cui oggi i ragazzi sono più maturi? L'altra motivazione, infatti, che spinge opinione pubblica, operatori del diritto e politici di destra alla riforma del sistema della giustizia minorile è la considerazione che in questa fase storica i giovani sono più maturi, sanno quello che vogliono e quindi possono essere ritenuti pienamente responsabili delle loro azioni. È inutile sottolineare la semplificazione che vi è dietro queste affermazioni: quella che è solo maggiore informazione, viene in mala fede confusa con maturità psicologica, che, invece, non si può ancorare in modo stereotipato a un'età e che in ogni modo in questo momento appare ritardata e non anticipata. Adesso i ragazzi sono più informati, non più maturi. Piuttosto, quello che si registra è l'aumento di un malessere, che sfocia spesso in forme di autolesionismo. Sempre in base a dati forniti dal CENSIS sono stati 328 i ragazzi tra i 15 e i 24 anni deceduti per suicidio nel 1991, mentre nel 1997 (anno per cui sono disponibili i dati più aggiornati) sono diventati 394. La risposta giudiziaria più dura non è mai servita a ridurre la criminalità, né a prevenire la commissione di reati, anche quelli più gravi. E questo a maggior ragione nel caso degli adolescenti. Lavorare, allora, per rendere il sistema più duro risponde solo a un desiderio di vendetta. Non risale d'altronde al lontano 1700 l'intuizione di intellettuali illuminati per cui la lotta al crimine e quindi la tranquillità dei cittadini non dipendevano dalla severità della pena? Perché ritornare su ipotesi ormai così superate? "Un diritto non violento è un diritto che non riproduca dentro di sé la violenza che dice di combattere e che quindi si ponga come differenza rispetto alla violenza [ . . . ]. Bisogna mostrare che il crimine si produce dentro la società e che sempre dentro la società bisogna trovare i rimedi, invece di affidare la soluzione del problema al diritto penale, considerato il modo "di alleggerire la società del problema che essa stessa ha prodotto"". L'aumento di penalità, di punibilità, non risolve, anzi potrebbe portare all'incremento degli episodi di violenza che si vorrebbero combattere. Non si possono infatti non considerare gli studi più recenti in merito a criminalità e devianza, secondo i quali l'atto deviante si inserisce in una processualità complessa che include i significati sociali, le valutazioni personali, le reazioni sociali, le etero e autoattribuzioni di ruoli, la coincidenza di aspettative. "La qualità criminalizzante dei processi di risposta istituzionale alle devianze dei giovani", è da tempo rilevata. Il pericolo, sempre presente è che una risposta volta a punire di più, confini definitivamente i devianti in un ambiente criminale, rendendo gli steccati sempre più invalicabili. Non si comprende che ciò che serve è piuttosto il coordinamento tra servizi e istituzioni, nuove progettualità, il coinvolgimento più forte della comunità intera e non semplicemente l'aumento della sfera penale. A parte queste considerazioni generali, va detto che la modifica proposta è contraria a tutti gli strumenti internazionali fatti propri dall'Italia (la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989, le Regole minime di Pechino ONU per l'amministrazione della giustizia minorile del 1985, la raccomandazione 20/87 del Consiglio d'Europa sulle risposte sociali alla delinquenza minorile) che convergono nell'assegnare al sistema penale minorile lo scopo determinante della tutela del minore, nel ridurre al massimo la privazione della libertà individuale, nell'attribuire al giudice la massima flessibilità nell'applicazione delle misure. In particolare le Regole di Pechino prevedono all'art. 4 che "in quei sistemi giuridici che riconoscono la nozione di soglia della responsabilità, tale inizio non dovrà essere fissato ad un limite troppo basso, tenuto conto della maturità affettiva, mentale ed intellettuale", e all'art. 2.2.a che "un minore è un ragazzo o una giovane persona che, nel rispettivo sistema legale, può essere imputato per un reato, ma non è penalmente responsabile come un adulto". Infine, se tutte queste considerazioni non dovessero convincere, c'è ancora da dire che il sistema attuale è perfettamente in grado di rispondere anche a gravissimi reati o a recidive reiterate. Infatti, e questo ci è stato dimostrato nel caso del delitto di Novi Ligure, la discrezionalità di cui i giudici dispongono, consente loro di condannare anche a molti anni di detenzione.
4.2.2. Che succede negli altri paesi?
La tendenza di cui parliamo, comunque, non è prerogativa dell'Italia. Ormai un po' dovunque l'allarme sociale, il clamore provocato da certi fatti eclatanti, la paura e i sentimenti di insicurezza diffusi tra la gente orientano le politiche della giustizia anche rispetto al trattamento della devianza minorile. In Inghilterra c'è chi, per esempio, non riesce ad accettare che si spendano 15 miliardi per rieducare e proteggere la vita di due giovanissimi assassini, e quindi grida alla "giustizia fai da te" nel momento in cui, dopo una sentenza giusta e civile, i due giovani vengono scarcerati. È il caso di Robert Thompson e Jon Venables che nel febbraio 1993, all'età di 10 anni, uccisero un bambino di due anni. Dopo otto anni e quattro mesi di detenzione, sono stati messi in libertà perché considerati "riabilitati". Per loro, però, non è stato possibile ricominciare una vita normale; hanno dovuto cambiare nome e insieme ai loro genitori sono stati costretti a cambiare residenza per sfuggire ai desideri di vendetta di una opinione pubblica inferocita. Eppure, non si può dire che la giustizia inglese sia stata morbida con loro; trattati come adulti durante lo svolgimento del processo, subirono i violenti attacchi della folla e della stampa, nonostante le norme interne e internazionali impongano la riservatezza di tutti gli atti procedurali in cui sono coinvolti minorenni. La Gran Bretagna è il solo paese in Europa in cui si può essere processati e puniti già dall'età di 10 anni: ma questo sembra non basti, la richiesta di buona parte dell'opinione pubblica, la cui voce è continuamente amplificata dai media, è di punire sempre di più. Aumenta il numero di teenager che finisce in prigione; uguale risposta si ha anche nei confronti delle così dette bad girls, ragazze giovanissime che si riuniscono in bande nelle periferie delle principali città inglesi. Dipinte dai giornali come pericolose criminali, armate di coltelli, violente e picchiatrici professioniste, in realtà le storie di queste ragazze raccontano di vite difficili, dove la violenza è l'unica via di uscita da situazioni insostenibili. Anche le città francesi applaudono la politica della "tolleranza zero": nessuno protesta, per esempio, di fronte all'ordinanza del sindaco di Cannes in cui si impone il coprifuoco dopo la mezzanotte per i minori di 13 anni. L'iniziativa era stata presa già da altri sindaci di comuni della Costa Azzurra per tranquillizzare i ricchi turisti di fronte a episodi di borseggio e vandalismo operati da bande giovanili. In realtà, anche in queste zone, la criminalità minorile non è affatto aumentata. "La decisione è dettata da buon senso e dalla necessità di proteggere i minori perché non si aggreghino alle bande dei più grandi o non siano vittime di violenza, droga, prostituzione, pedofilia", precisa il capo della polizia municipale, Jey Heron. L'emergenza giovani in questo momento è tra le principali preoccupazioni dei francesi. Anche qui l'insicurezza collettiva domina i sondaggi d'opinione sulle paure nazionali e spinge allo stanziamento di fondi per aumentare la presenza delle forze di polizia nei quartieri più a rischio. Negli ultimi anni i cambiamenti più significativi in materia di gestione della criminalità minorile sono consistiti in un aumento di penalità senza precedenti: è aumentato il numero dei processi, la risposta giudiziaria è sistematica, è aumentato il numero delle pene inflitte e la durata di quelle detentive. Le sole soluzioni proposte sono quelle penali e anche qui si parla di abbassare da 13 a 10 anni la soglia dell'imputabilità. Invece "bisognerebbe ammettere che il problema della delinquenza minorile non si riduce solo ad atti delinquenziali; c'è oggi in questa delinquenza una parte non elaborata, un terreno di rivolta. Infatti, malgrado alcuni sforzi intrapresi, bisogna constatare che il fossato si è approfondito, che la delinquenza è il sintomo di una frattura sociale che si è allargata, di una società a due velocità, di disuguaglianze che si concentrano nei quartieri". Anche in Giappone l'età della responsabilità penale è stata abbassata dai 16 ai 14 anni, in seguito ad alcuni delitti commessi da adolescenti e dopo una violenta campagna di criminalizzazione della gioventù attuata dalla stampa; allarme in buona parte ingiustificato dato che il tasso di criminalità giovanile in questo paese è inferiore rispetto a quello degli altri paesi industrializzati. Passando brevemente in rassegna le responsabilità penali in altri paesi del mondo, questi sono i dati: in India, Irlanda, Stati Uniti e Sudafrica già a 7 anni si è considerati penalmente responsabili; in Australia, Nuova Zelanda a 10 anni; in Canada, Corea del Sud e Marocco a 12 anni; in Algeria, Polonia e Tunisia a 13 anni; in Cina, Germania, Israele e Italia a 14 anni; in Danimarca, Egitto e Svezia a 15 anni; in Argentina, Portogallo e Spagna a 16 anni; in Belgio, Brasile e Messico a 18 anni.
4.3 Piccole carceri e piccoli carcerati: l'esecuzione della pena
4.3.1. Fotografie
Nel primo semestre 2001 il totale degli ingressi è stato pari a 833 unità di cui 718 maschi e 115 ragazze. Sono stati 476 gli stranieri entrati negli IPM. Delle 115 ragazze entrate negli istituti, 104 sono straniere; sono quindi solo 11 le ragazze italiane. Sono stati 1.886 nel 2000 gli ingressi nei 20 IPM per esigenze di custodia cautelare o per esecuzione di pena. Di questi 779 italiani e 1.107 stranieri. Alla data del 30 giugno 2001 erano 506 i detenuti presenti, di cui circa i1 50 % aveva un'età compresa tra i 18 e i 21 anni. Il governo, con un proprio d.d.l. presentato agli inizi del 2002, ha previsto che questi ultimi siano trasferiti nelle carceri per adulti. Nello stesso d.d.l. viene ridotta l'attenuante della minore età e vengono ridimensionate le prerogative dei Tribunali per i minorenni. In 506 detenuti minori 263 sono gli italiani e 243 gli stranieri. Solo 37 sono le donne di cui 29 sono straniere. Nel primo semestre 2001 sono stati 1.950 gli ingressi nei centri di prima accoglienza, di cui 941 italiani e 1.009 stranieri. In tutto il 2000 i minori entrati nei CPA sono stati 3.994. I dati del 2001 sembrano quindi confermare la tendenza rilevata nel 2000. Gli stranieri hanno raggiunto quasi il 50 % della popolazione detenuta minorile ristretta negli IPM e superato tale percentuale nei Centri di prima accoglienza. Nel sistema penale minorile italiano non è prevista alcuna distinzione nel trattamento degli stranieri. Ma nella sostanza la disuguaglianza esiste. Per problemi oggettivi, per mancanza di strutture di accoglienza, per disinteresse delle istituzioni e per la tendenza diffusa a trattare la questione dell'immigrazione rinchiudendo, allontanando, segregando, quello che succede è che gli stranieri sono i principali ospiti dei nostri istituti.
4.3.2. Il viaggio del Comitato europeo per la prevenzione della tortura
Nel febbraio 2000, una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha visitato gli istituti penali minorili di Bari, Nisida e Bologna. In seguito alla visita, il comitato ha prodotto una serie di osservazioni e raccomandazioni a cui l'Italia dopo alcuni mesi ha dato risposta. Nelle osservazioni preliminari, il Comitato ha criticato l'assenza di un regolamento specifico per gli istituti minorili, mancanza che "ostacola notevolmente l'efficacia e la coerenza dei servizi offerti ai giovani detenuti". In effetti, nonostante l'art. 79 della legge 26 luglio 1975, n. 354 disponesse che l'ordinamento penitenziario per adulti, dovesse essere applicato anche nei confronti dei minori sottoposti a misure penali "fino a quando non sarà provveduto con apposita legge", a tutt' oggi l'Italia non dispone di una normativa specifica. Anche la Corte Costituzionale con sent. 25 marzo 1992, n. 125 ha affermato che tale mancanza è in contrasto con i principi costituzionali. Il CPT, dunque, "raccomanda l'adozione immediata di un regolamento completo per gli istituti per minori". Durante le visite non è stata raccolta nessuna dichiarazione di tortura; per quanto riguarda le altre forme di maltrattamenti, a Bari è stato denunciato l'uso del cosiddetto "schiaffo pedagogico" da parte del personale, nei confronti dei ragazzi che "si comportavano male". li CPT ritiene "che nell'interesse della prevenzione di maltrattamenti, tutte le forme di castigo corporale, compresi gli schiaffi, debbano essere al contempo vietate ed evitate nella pratica. I minori che si comportano male dovrebbero essere trattati unicamente secondo le procedure disciplinari previste. Il Comitato raccomanda alle autorità italiane di garantire il rispetto di questi precetti".
Nisida
L'ispezione ha evidenziato una serie di miglioramenti rispetto alla situazione evidenziata durante la visita compiuta nel 1995, sia rispetto alle condizioni materiali che al programma di attività proposto. Per quanto riguarda le attività trattamentali tutti i minori frequentavano una scuola la mattina, corsi di formazione professionale e corsi di musica e danza e avevano accesso quotidianamente ad attività sportive. Vi era anche un laboratorio di falegnameria e uno di ceramica. Più ridotte le attività rivolte alle ragazze. A tal proposito il CPT sottolinea che è importante che le giovani donne abbiano accesso alle attività nelle stesse condizioni dei ragazzi e non soltanto ad attività catalogate come "appropriate" per loro (cucina e cucito). Alla luce delle osservazioni compiute, il CPT raccomanda "che siano compiuti sforzi per sviluppare maggiormente il ventaglio di attività ricreative e di formazione professionale e per garantire che tutti i minori siano impegnati tutta la giornata in attività motivanti. Che siano prese misure per garantire alle ragazze sedute quotidiane di esercizio fisico all'aria aperta e per mettere a loro disposizione uno spazio passeggio più ampio". Inoltre "invita le autorità italiane a predisporre una palestra per i ragazzi detenuti". È stato notato un disinteresse per i progetti individualizzati di detenzione. L'organizzazione delle cure sanitarie è stata valutata positivamente, anche se si è constatata l'assenza durante la notte di medici o infermieri. Inoltre alcuni ragazzi si sono lamentati per la difficoltà di accesso alle cure dentali. Il CPT "raccomanda alle autorità italiane di adottare misure per garantire che una persona qualificata sia sempre presente nell'istituto, compresi la notte e il fine settimana, per garantire l'accesso alle cure dentali". Per quanto riguarda il ricorso alla misura disciplinare dell'isolamento, il CPT ritiene che tale misura dovrebbe essere applicata per un periodo molto breve durante il quale i ragazzi dovrebbero comunque beneficiare di contatti umani, di letture e di almeno un'ora di esercizio fisico. Secondo la risposta fornita dal governo italiano, l'Ufficio centrale per la Giustizia minorile e l'Istituto di Nisida avrebbero prontamente messo in atto delle iniziative ad hoc per eliminare i problemi evidenziati dal Comitato. Vediamo in che modo. In collaborazione con il settore tecnico dell'Istituto, sarebbe stato messo a punto un piano di interventi sia nel campo dell'animazione musicale, con la predisposizione di un atelier di musica, sia nel campo della formazione tramite laboratori di giardinaggio e di informatica durante la mattina. Alcune iniziative sarebbero state intraprese per assicurare alle ragazze detenute dei luoghi adeguati per svolgere le loro attività, mentre la possibilità di permettere loro di svolgere le stesse attività formative dei ragazzi, sarebbe in fase di valutazione. L'Istituto starebbe per ricevere una moderna apparecchiatura odontoiatrica donata dalla ASL di Napoli che assicurerebbe anche la presenza di un medico specializzato. Per quanto riguarda la presenza di un infermiere durante la notte, il problema - si dice - sarà risolto entro breve. Infine per quanto riguarda il problema dell'isolamento, si sottolinea che, in caso di ricorso a questa misura disciplinare, sarebbero sempre garantiti il sostegno quotidiano del personale, l'accesso alla biblioteca e un tempo sufficiente all'aria.
Bari
L'istituto era in fase di ristrutturazione al momento della visita. I ragazzi erano sistemati in stanze collettive pulite che offrivano uno spazio vitale soddisfacente. Le stanze, però, erano scarsamente ammobiliate (non vi erano né tavoli, né sedie) ed erano piuttosto austere. Dei tendaggi opachi e una grata metallica alle finestre, pur lasciando penetrare la luce del giorno, diminuivano l'aerazione e ostruivano la visuale. Secondo gli ispettori del CPT "il motivo addotto a giustificare tale misura - impedire lo scambio di oggetti vietati e le comunicazioni con l'esterno - era difficilmente accettabile dato che un alto muro di cinta impediva ogni comunicazione con l'esterno. Tutte le stanze erano dotate di servizi igienici; tuttavia non vi era acqua calda al momento della visita. Inoltre, il riscaldamento centrale era spento, nonostante il freddo". "Il CPT raccomanda che siano prese misure aggiuntive per migliorare le condizioni materiali nell'istituto. I luoghi di vita e di detenzione dei minori dovrebbero essere correttamente ammobiliati, arredati in maniera adeguata e offrire uno stimolo visivo altrettanto adeguato. Anche il riscaldamento e l'acqua calda dovrebbero essere garantiti, considerate le condizioni climatiche esterne e le necessità igieniche. Inoltre il CPT invita a eliminare i tendaggi alle finestre. La delegazione nutre preoccupazioni riguardo alla prassi di sistemare giovani di età diverse in stanze collettive, prassi che aumenterebbe il rischio di violenza e di sfruttamento. Il CPT raccomanda alle autorità italiane di prendere misure per garantire che i residenti siano sistemati in funzione delle loro esigenze individuali e del loro grado di maturità". Il regime in vigore è stato considerato soddisfacente. Tutti i minori erano impegnati in attività durante la giornata, comprese attività scolastiche e corsi di arte plastica, musica, falegnameria e ceramica. Dopo le I7,30 potevano dedicarsi alle attività sportive o potevano accedere alle sale per le attività collettive attrezzate. Per quanto riguarda le cure mediche l'istituto disponeva delle prestazioni di un medico e di un infermiere, ma non vi era personale durante la notte e nei fine settimana. Le osservazioni della delegazione fanno pensare che il rispetto del segreto professionale e l'autonomia professionale non erano garantiti nella struttura; infatti il registro delle visite del medico era regolarmente controllato e firmato dal direttore e certe informazioni ottenute durante le visite erano comunicate al personale non medico. "Il CPT raccomanda alle autorità italiane di prendere misure per garantire che una persona qualificata per prestare le prime cure sia sempre presente nell'istituto, compresi la notte e il fine settimana". Va fatta menzione di un giovane minore di I7 anni, visto dalla delegazione, che era arrivato il giorno prima. Il ragazzo soffriva di una crisi di astinenza acuta: urlava e si lamentava di dolori generalizzati. Il medico l'aveva visitato ma non aveva prescritto niente per la sua sindrome. Il ragazzo era da solo in cella "e sembrava abbandonato al suo destino"; quando la delegazione si è informata presso il personale di sorveglianza di ciò che si faceva per il ragazzo, la risposta è stata: "Non so, questo riguarda il medico". L 'istituto aveva tre celle di isolamento disciplinare nel seminterrato che erano state messe in disuso durante i lavori di ristrutturazione e che, sembrava, fossero in fase di ristrutturazione per essere destinate ad altro uso. Il direttore ha informato la delegazione che i minori in isolamento erano sistemati in una stanza normale della sezione generale di detenzione. Il CPT ha inteso ricevere la conferma che le tre celle di isolamento disciplinare situate nel seminterrato non fossero più utilizzate per la detenzione dei minori. Ecco le risposte. L'Ufficio centrale per la Giustizia minorile e l'Istituto penale per i minori di Bari hanno affermato di aver preso in grande considerazione le raccomandazioni e i suggerimenti della delegazione, mettendo immediatamente in azione delle procedure adeguate per eliminare le situazioni problematiche riscontrate. Ecco alcuni stralci della risposta: "Le camere dei ragazzi sono dotate di tavoli, di sedie e di armadi che, al momento della visita della delegazione (15 e 16 febbraio 2000), erano stati spostati per permettere la realizzazione dei lavori di ristrutturazione. Tutte le camere sono fornite di acqua calda. Per quanto riguarda il riscaldamento centralizzato, si assicura che il suo funzionamento è regolato secondo orari differenziati sui tre piani per permettere che i radiatori siano sempre accesi nei locali dove si trovano i ragazzi nel corso della giornata. Questo tipo di programmazione giustifica il fatto che quella mattina la delegazione abbia trovato spenti i radiatori delle stanze dei ragazzi, perché infatti questi erano accesi nelle stanze e nei laboratori delle attività collettive. Per quanto riguarda il mobilio delle camere, dato che si tratta di mobili comprati 7/8 anni fa, di legno massiccio e resistenti, si è voluto procedere alla loro restaurazione di modo da renderli più belli. Per quanto concerne la sistemazione dei ragazzi, si sottolinea che normalmente è garantita la divisione tra i minori e i ragazzi di più di 18 anni, tranne casi di forza maggiore. Relativamente all'esigenza evidenziata di assicurare una presenza continua di un infermiere, si fa presente che questo settore della giustizia minorile adesso non dispone di infermieri professionisti assunti e pertanto ogni istituto si serve della disponibilità di infermieri pagati secondo i loro onorari. Ciò significa che la loro presenza, per questioni di budget, non supera le 4 ore al giorno, prevedendo però la possibilità di aggiungere ore in casi di emergenza. Si pensa che la raccomandazione del CPT potrà essere realizzata con l'esecuzione del Decreto legislativo 230/99, che prevede il passaggio graduale dell'assistenza sanitaria penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. Per quanto riguarda l'indipendenza e il segreto professionale del personale medico, si sottolinea che d'abitudine il registro delle visite viene controllato dal direttore, che ha il dovere di attivare le procedure per l'esecuzione delle prescrizioni mediche, con l'obbligo del segreto d'ufficio e della riservatezza dei dati acquisiti. Inoltre si precisa che il giovane minore di 17 anni che "sembrava abbandonato al suo destino", il giorno stesso dell'arrivo era stato visitato dal sanitario che gli aveva prescritto dei medicinali antidolorifici e degli ansiolitici. Era stato visitato di nuovo alla fine di quella stessa giornata, con la prescrizione di continuare la terapia e il giorno seguente non presentava più sintomi di crisi. Lo stesso ragazzo, destinatario degli interventi di competenza dell'equipe sociopsicopedagogica dell'istituto in data 17/02/2000, per sua domanda è stato trasferito nella Comunità terapeutica "Airone" di Manduria. Si afferma che l'agente che avrebbe detto "questo riguarda il medico", probabilmente ha voluto correttamente rinviare la questione alle competenze specifiche del medico, senza chiaramente escludere la partecipazione attiva di sostegno e di aiuto tipiche del personale di Polizia Penitenziaria. Al contrario per quanto concerne la presunta insufficiente attenzione del personale tecnico verso i progetti individualizzati di detenzione e trattamento, sono riportati dei dati a testimonianza dello sforzo compiuto nell'elaborazione di progetti e di programmi di trattamento individualizzati in favore dei ragazzi. Questo in analogia con quanto avviene in tutte le altre strutture del territorio, che tendono a orientare gli interventi verso la ricerca di misure sostitutive o alternative alla detenzione e verso strategie che facciano uscire i minori dal circuito penale il più presto possibile. Per garantire la possibilità di proseguire l'attività di formazione cominciata durante la detenzione, la Direzione, al momento della messa in libertà, rilascia un certificato che attesta la sua partecipazione alle attività. Infine riguardo alle tende alle finestre, si precisa che si tratta di protezioni visive poste solo in corrispondenza di finestre che si affacciano sulla strada, per salvaguardare i ragazzi dagli sguardi esterni. Queste protezioni che permettono sia il passaggio della luce sia l'aerazione, e che sono anche esteticamente gradevoli, sono ampiamente utilizzate nelle sezioni, per salvaguardare l'intimità dei ragazzi. Infine si ribadisce che le tre stanze situate nel sotto suolo sono utilizzate come magazzini e archivi". Non si fa nessun riferimento alla questione dello "schiaffo pedagogico".
Bologna
L'IPM di Bologna è situato in un vecchio convento del centro della città. Il giorno della visita vi erano 5 minori nella "comunità" (prevista per permanenze di una durata massima di 6 settimane) e 22 nell'istituto penale. "Le condizioni di detenzione - secondo il CPT - non erano soddisfacenti. Le celle erano austere e in cattivo stato di conservazione (soprattutto le pareti e le tubature), il mobilio era malandato. Le finestre non isolavano bene. Anche i servizi igienici non erano in buono stato. I programmi di attività e i progetti di detenzione individualizzati erano scarsi. Al di là delle 3 ore di scuola la mattina, non vi era nessun'altra attività strutturata. Per mancanza di fondi i laboratori non erano utilizzati". Con lettera del 3 maggio 2000, le autorità italiane hanno informato il CPT che era stata destinata la somma di 14,5 miliardi di lire per la ristrutturazione dell'edificio. Il CPT ha chiesto informazioni sul progetto realizzato nell'attuazione del programma di ristrutturazione. Il CPT ha rammentato alle autorità italiane che i giovani detenuti dovrebbero beneficiare di un ventaglio completo di attività educative e ricreative. E ha raccomandato alle autorità italiane di mettere al primo posto delle loro priorità riguardanti l'istituto penale minorile di Bologna, lo sviluppo di un tale programma di attività, nonché progetti di detenzione e di trattamento individualizzati. Nella risposta, si legge: "Considerando che gli interventi strutturali necessari per il recupero di tutto l'edificio non possono essere più differiti, un edificio che ospita anche i Servizi giudiziari minorili, il Centro per la giustizia minorile, il Centro di Prima accoglienza, e l'ufficio dei Servizi Sociali, tutta la nostra attenzione è rivolta verso l'attivazione delle procedure necessarie". Viene confermata l'assegnazione dei fondi per la ristrutturazione e si informa che solo ad agosto del 2000 il progetto definitivo è stato approvato dal Comitato tecnico-amministrativo dell'Assessorato comunale ai Lavori pubblici. Coscienti della situazione di grave emergenza strutturale, l'amministrazione avrebbe sensibilizzato il direttore del Centro per la giustizia minorile per attivare le procedure necessarie alla ristrutturazione dei muri delle camere dove vivono i ragazzi, al recupero dei mobili, al fine di creare nel più breve tempo possibile le condizioni di vita più appropriate, soprattutto per ciò che riguarda l'igiene e il benessere dei ragazzi. I rapporti di collaborazione con l'esterno stati intensificati, al fine di aumentare il ventaglio di opportunità a favore dei giovani, con un'attenzione particolare alla preparazione per la messa in libertà. Le opportunità offerte andrebbero dalla scuola, alla formazione e all'animazione culturale, sportiva, ricreativa, che impegna i giovani almeno 8-10 ore al giorno. Sfortunatamente, i tempi necessari per la realizzazione dei lavori di ristrutturazione non sarebbero prevedibili, pertanto lo stesso governo chiede al CPT di sensibilizzare e responsabilizzare costantemente tutti gli organismi competenti (a tutti i livelli) al fine di procedere il più velocemente alla realizzazione di questo obiettivo.
4-3.3. Di carcere (minorile) si muore
II 19 giugno 2001 Alessio Bernardini, 20 anni, si suicida nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma. Nello stesso giorno del suo suicidio, si doveva svolgere il processo nei confronti di due persone che nell'ottobre precedente lo avevano violentato nel carcere per adulti di Regina Coeli. Arrestato per rapina con un altro detenuto tossicodipendente (poi morto), Alessio era stato condotto a Regina Coeli dove aveva subito violenze e soprusi di ogni tipo. Gli uffici centrali della giustizia minorile disposero il suo trasferimento in una struttura comunitaria emiliana. Scappato da quella struttura, venne trasferito per 30 giorni a Casal del Marmo prima di una nuova sistemazione in misura alternativa. Non c'è stato il tempo. Alessio si è suicidato prima.
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