Cittadini dappertutto

 

Cittadini dappertutto

 

Cittadini dappertutto, mensile di relazioni interculturali

(Numero 40, gennaio 2004)

 

 

 

"Cara mamma ti scrivo… qui pensano solo a soldi e lavoro"

Lettere degli immigrati ai familiari

Io ho gratitudine per gli italiani ma a loro vorrei dire qualcosa…

Documenti stranieri: ecco come si possono legalizzare

"Cara mamma ti scrivo… qui pensano solo a soldi e lavoro"

 

Sergio Frigo

 

Una società in cui "le persone restano chiuse nelle loro case" e "la gente ti rispetta (solo) se ti vede lavorare". In cui "c’è chi ti odia soltanto per il colore della tua pelle o per il modo in cui credi al tuo Dio". In cui "per andare a trovare gli amici bisogna avvisarli prima, perché è possibile che non abbiano tempo per te": è così che ci raccontano gli immigrati, con un misto di stupore, di commiserazione e di rabbia, nelle lettere che scrivono a casa, ai loro parenti ed amici rimasti al paese. Un Nordest fatto di "tasche ricche e anime vuote", in cui si vive con disagio per una quotidianità difficilissima, per il dolore di un’identità negata, per la nostalgia di rapporti spezzati.

Pochi reperti, perché i telefoni hanno ormai "colonizzato" la comunicazione a scapito della scrittura, ma sufficienti per stabilire un filo rosso di continuità con quello che rivelavano - ottanta, novanta anni fa - le lettere spedite a casa dai nostri emigranti in America, in Brasile, in Australia. Ci sono le attese infrante, come allora, e la vergogna per il riscatto mancato, la determinazione di riprovarci. E c’è lo stupore e la gratitudine per il gesto di aiuto di "una buona famiglia" vicentina.

Alcune lettere, di cui proponiamo alcuni stralci, sono state raccolte negli anni scorsi da una giornalista del Gazzettino, Donatella Vetuli, presso uno "scrivano" senegalese residente a Verona, Moustapha Wagne, che ha messo a disposizione il suo tempo e la sua conoscenza di tre lingue a tanti altri "compagni di viaggio" nel Nordest; altre provengono da mediatori culturali e linguistici, e sono state raccolte nelle rispettive comunità; altre ancora sono state da noi ricostruite assieme agli autori.

È una lettura che commuove e sconvolge, perché frutto di uno sguardo ingenuo e disinteressato, ma attento ed essenziale, sulla nostra vita quotidiana; uno sguardo libero dal bisogno - tipico di tanti immigrati - di raccontare il "ce l’abbiamo fatta" ai propri compaesani; ma libero soprattutto dalle lenti colorate che noi spesso indossiamo per guardarci allo specchio; uno sguardo che si meraviglia delle strade asfaltate "fino ai piccoli villaggi", che si scandalizza dei vestiti e degli elettrodomestici "lasciati nella spazzatura", che si stupisce dei bambini "abbandonati nelle mani di estranei", delle donne lasciate sole dopo un parto, o sconsolate dopo un lutto.

Perché non c’è più tempo, perché tutti lavorano sempre. Fa male, scoprirsi d’un tratto così. No, non solo perché ci credevamo migliori. Ma perché non pensavamo di avere immolato una fetta così grande dei nostri sentimenti e dei nostri valori sull’altare del benessere e dello sviluppo. E perché ci disturba che a scoprirlo, e a rinfacciarcelo, sia una Rosemary della Nigeria, o un Mohamed dalla Tunisia.

Dovrebbero pensarci, i cultori del localismo e delle piccole patrie, quando lamentano che gli immigrati stanno cambiando la nostra identità.

Nelle lettere degli immigrati ai familiari il racconto di una società che ha

smarrito i propri valori: "Prima di andare a trovare un amico bisogna telefonare perché potrebbe non avere tempo per te"

 

Abdonlaye Cadara, 33 anni, Guinea, residente a Verona

 

Cara famiglia, da quando sono partito dalla Francia ci siamo sentiti solo per telefono per potere raccontare la mia vita qui a Verona che non è oro e diamanti, però è una bella città turistica con tanti stranieri. Verona è una città antica dove il vescovo una volta era nero. È una città dove le persone non sono molto aperte, forse dipende dalla loro cultura. (…) Se la città è cattiva non posso dire che l’Italia è tutta così (…).

L’integrazione è molto forte tra gli immigrati, ma con gli italiani non è ancora possibile perché qui ti guardano certe volte male, ma al Sud, in Puglia, Sicilia e Calabria, siamo tutti cugini, perché sono più umani e meno ricchi.

 

Odille, 34 anni, Madagascar, residente a Vicenza

 

Cara mamma e fratelli, (…) qui la vita è molto diversa da quella del villaggio. Ci sono pochi contadini e tanta gente lavora in fabbrica. Una cosa bella è vedere tutti i bambini che vanno a scuola e sono seguiti dai genitori. Qui tutte le strade sono asfaltate persino nei villaggi più piccoli. Ci sono molte macchine e treni e in una giornata si possono fare anche mille chilometri. (…) Ci sono molte comodità, però per avere tutte queste cose bisogna lavorare tutta la giornata e alla fine il tempo che rimane per la famiglia è poco. Le persone restano chiuse nelle loro case e per andare a trovare gli amici bisogna avvisarli prima, perché è possibile che non abbiano tempo per te. In certe situazioni restano sole con i loro problemi come quando una donna torna a casa dopo il parto. Qui è difficile trovare amici e parenti che vengono ogni giorno ad aiutarti e confortarti quando c’è un lutto (…). Ho sempre nostalgia per la nostra terra, soprattutto per i rapporti più semplici e calorosi.

 

Mamadou Ndiae, 38 anni, Senegal, residente a Verona

 

Caro fratello, come ti avevo detto al telefono, qui c’è l’inverno e fa molto freddo. La vita è un po’ difficile perché gli italiani non vogliono dare la casa agli stranieri e le case che sono affittate agli stranieri sono molto care oppure fatte male. Per il momento sono alloggiato da un amico simpatico. (…) Mi manca il sole dell’Africa.

 

Mohamed Sahah, 36 anni, Tunisia, residente a Verona

 

Cara mamma, la vita in Italia non è rose e fiori. Mi sento così lontano dalle mie origini, dai cibi fatti dalle tue mani, dal tè alla menta, e dall’affetto della famiglia. Ho sempre nella mente i tuoi proverbi: la sofferenza permette all’uomo di sviluppare le sue capacità morali, fisiche e spirituali. I tuoi consigli mi stanno aiutando moltissimo in questo periodo perché finalmente ho trovato un lavoro in una fabbrica e potrò realizzare i miei e tuoi sogni. Ma qualche volta è così difficile perché vivi in un mondo dove il tuo presente non è piacevole. Qualcuno ti rispetta, qualcuno ti odia soltanto per il colore della tua pelle oppure per la tua razza. Anche per il modo con cui credi al tuo Dio.

 

Diene Bassiru, 41 anni, Senegal, residente a Verona

 

Caro zio, (…) vi presenterò prima di tutto le mie scuse per non avervi messo al corrente della mia partenza per l’Italia, in quanto ero alla ricerca di un lavoro migliore all’estero.

Ora sono a Verona, dove ho trovato il mio amico e cugino Salif che mi ha dato ospitalità a casa sua in attesa di trovare un lavoro.

Oggi sto lavorando come ambulante per non rimanere senza soldi da mandare a casa. Sono senza documenti e non posso lavorare regolarmente nelle fabbriche, allora ogni mattina mi alzo, dico le mie preghiere e vado a bussare alle case per potere vendere qualcosa. Tutto questo è pesante e faticoso perché non conosco bene l’italiano, perché è molto freddo e non ho la macchina. Ora vi manderò dei soldi perché la famiglia possa vivere, un po’ anche alla zia e alla moschea per le benedizioni.

 

Rosemary, 39 anni, Nigeria, residente a Vicenza

 

Cara mamma, caro papà non è facile a Vicenza per me che sono rimasta senza lavoro per tanti mesi. Qui c’è tanta gente onesta, ma anche tanta gente cattiva, gente a cui non piace il colore della pelle. Mi sono sentita dire per la strada sporca nera. Ma ho anche conosciuto tanta gente buona.

Quando sono stata male una famiglia italiana mi ha aiutata, ogni giorno veniva a farmi da mangiare. Non è facile trovare una casa, qui costa troppo e bisogna vivere tutti insieme per pagare l’affitto. (…) Qui c’è tanta gente ricca, mangiare non è un problema. C’è tanta gente che butta via il frigorifero, la televisione e i vestiti per i bambini. E tanti stranieri vanno a prenderli nella spazzatura. Vi mando i soldi, divideteveli.

 

C.H., 39 anni, Tunisia, residente a Negrar (Vr)

Cara sorella, ora sono più tranquillo perché ho tutta la famiglia vicino a me. (…) Negrar è una città piccola, ma la gente se ti vede lavorare ti rispetta. Ormai il mio problema maggiore è che i miei due figli parlano in italiano.

Per questo motivo ho deciso di portare maman qui. I miei figli non possono recitare il corano perché non ci sono scuole arabe. I musulmani hanno tanti problemi per la religione. La comunità araba è dispersa. Il nostro datore di lavoro è una persona che sfrutta molti autisti stranieri perché facciano più ore e più consegne. (…) Qui noi musulmani siamo rispettati, ma non trattati bene perché la televisione dà delle notizie sugli integralisti. Ti manderò i miei figli in vacanza per non fargli perdere la nostra cultura.

 

Regina Nyirabaforoma, 39 anni, Congo, residente a Mestre

Cara Famiglia, in Italia siamo arrivati bene, ma adesso siamo molto lontani. Qui è tutto diverso da come mi aspettavo. lo faccio fatica, perché non capisco nulla e faccio confusione perché non conosco le cose: mi sembra di essere una persona caduta da un altro mondo.

Ogni tanto mi fermo anche mezz’ora a guardare per strada se passa un africano, e non ne vedo nessuno. Allora mio marito un giorno mi ha accompagnato a Padova a vederne qualcuno, e lì effettivamente ce n’erano tanti. Così mi sono sentita più contenta. Una volta sono anche andata all’aeroporto a vedere la gente che viaggia, e pensavo con nostalgia all’Africa. Qui ci sono le scale che tu sali sopra e ti portano su da sole, e anche le porte che quando ti presenti davanti si aprono e si chiudono da sole, e io le prime volte mi sbagliavo e dicevo "grazie" perché pensavo che ci fosse qualcuno dietro ad aprirle.

 

Magnole Lulli, Albania, residente a Venezia (lettera scritta nel ‘94, appena arrivata in Italia)

 

Cara mamma Questa lettera te la scrivo proprio una settimana dopo che sono andata via. (…) Mi manchi tu, mi mancano i parenti, e soprattutto mi mancano i miei amici. Mi mancano gli scherzi che facevamo sempre con loro e le ore di lezione. Anche qua tutti i giorni vado a lezione, ma non è lo stesso. Entri in aula, il professore inizia a spiegarti le cose, dopo che finisce la lezione ognuno per conto suo. Si salutano con ciao o arrivederci, e le amicizie non esistono e non so se riuscirò neanche ad averne.

Invece là era tutto il contrario, lo sai molto bene che le mie amiche venivano la mattina a prendermi per andare a scuola, facevamo le ore insieme, tornavamo sempre insieme, al pomeriggio studiavamo sempre insieme.

Era molto bello, mi sentivo unita, mi sentivo anch’io importante.

Io ho gratitudine per gli italiani ma a loro vorrei dire qualcosa…

 

di Jean-Pierre Sourou Piessou

 

Dico subito che guardo gli italiani con ammirazione, stima e rispetto, mentre vivo in Italia aspettando nuove primavere sociali. Una piccola metafora per dire il mio essere in Italia in questi ultimi anni: sono in Italia come essere lungo il mare guardando, scrutando le onde delle acque, sentendo su di me la brezza, il freddo vento dell’acqua e godendo delle piccole cose, compresa la sabbia che il mare accarezza. Sento voci di persone allegre e serene, ma anche il lamento dei pescatori preoccupati del fatto che da un giorno ali altro il mare potrebbe prosciugarsi e i pesci trovarsi nudi in spiaggia. Dunque fragili e lasciati alla loro sorte.

Ho trascorso la mia postadolescenza in Italia; quando sono giunto qui avevo poco più di vent’anni. A distanza di 13 anni da quella prima volta, a distanza di 5000 kilometri mi si chiede: Jean Pierre Sourou, come vedi gli Italiani? Gli italiani sono i miei concittadini.

Con loro ho fatto un percorso lungo 13 anni e qualche mese. Con gli italiani ho studiato all’università sui banchi di scuola. Con i fratelli e le sorelle italiani ho sostenuto esami di teologia, di etica, di ecumenismo, di filosofia e di antropologia. Ci siamo lasciati interrogare da maestri rigorosi e teneri. Abbiamo condiviso l’ansia e la gioia dell’essere studenti. Un amico italiano chiamato Alberto mi ha insegnato ad utilizzare lo sterzo e il freno di una Renault 4 e mi è stato maestro di guida. Degli Italiani mi hanno portato in giro per farmi scoprire la bellezza delle montagne, delle meravigliose città del nord, del centro e del sud. Con loro ho discusso a lungo di alcuni atteggiamenti che giudicavo anticultura, quella che conoscevo nella mia Africa. Erano troppo chiacchieroni, poco discreti.

Loro mi prendevano in giro scherzando ogni volta sul mio essere nero, porco negro. Mi facevano molte domande sullo stato di vita della mia gente in Africa, mi chiedevano se era vero che gli africani dormissero sotto la capanne, se studiassero in cima agli alberi. Se gli africani fossero davvero dei cannibali selvaggi.

Domande di ogni genere sugli stereotipi sull’Africa di Senghor, di Fela Kuti, di Nelson Mandela, di Julius Nyere, di Kofi Annan di Myriam Makeba eccetera.

Con i concittadini italiani ho condiviso anni di fatica, problemi e gioia. Mi insegnò l’italiano per qualche mese la professoressa Liliana Zara, mantovana-veronese.

Come non essere riconoscente agli Italiani? Da loro ebbi un sostegno economico, sociale e psicologico durante la mia gioventù studentesca. Successivamente dovetti avere un abbraccio di accompagnamento dagli stessi per costruire un personale percorso di vita che rispecchiasse il mio vissuto, le mie esperienze lavorative pregresse e i miei sogni. Due dei miei professori si sono recati in Togo a conoscere il mio paese di nascita, i miei genitori e i luoghi che mi videro crescere.

A tutti sono molto riconoscente. La mia non è una semplice riconoscenza verbale, ma è anche un lavorare a fianco ai colleghi e concittadini italiani per dare volto, voce e suono alla città, perché diventi la città della cittadinanza attiva e reale.

Ogni mio impegno sociale di oggi è il mio modo di tradurre questa riconoscenza.

Dai concittadini che non la pensano come me ho ricevuto degli attacchi, soprattutto politici. Mi giudicarono male perché parlo troppo dell’integrazione sociale e sono troppo un attore politico.

Per fortuna quegli italiani che mi attaccano sono una minoranza dichiaratamente allergica a qualsiasi differenza culturale, linguistica, religiosa, politica e sociale.

Ma sono anche un amico, un compagno di cittadini italiani che condividono con me, seppure in diverse modalità, gli stessi sogni, stessi desideri e sognano un mondo in cui i cittadini si vogliano un po’ più bene. Molti di questi miei concittadini lavorano nelle associazioni, nelle aziende, militano nei sindacati. Sono impiegati, insegnanti, medici, infermieri, oppure operatori di strada, educatori nei centri parrocchiali e sociali e nei centri di studi. Con gli italiani ho iniziato un lungo percorso sociale che ci auguriamo porti a dei risultati.

Ad alcuni di questi miei concittadini consiglio alcune cose a cui dobbiamo educarci:

 

l’attenzione all’altro

la cura dei rapporti di amicizia, di parentela e di affinità elettive

l’ascolto reciproco

il gusto delle piccole cose che la vita di offre

più lettura, più riflessione

costante lavoro per la pace, la convivialità, la giustizia nelle cose minime: le violenze provocano violenze

di non generalizzare gli stereotipi, i pregiudizi che costituiscono le barriere ali amicizia e sostegno all’intolleranza e quindi alle forme di discriminazione

la cura dell’ambiente e del verde

meno spreco e meno esibizionismi materialistici.

 

In questi ultimi mesi sono un po’ preoccupato per vari fatti che stanno succedendo nella nostra città. L’ho anche detto alla mia compagna di vita italiana. I miei concittadini italiani stanno ritornando a chiudersi nelle loro case. Alcuni si lamentano che noi cittadini immigrati italiani siamo un po’ la causa dei loro problemi.

Dicono che in via XX settembre a Verona e via Anelli di Padova siamo tutti delinquenti. Si dimenticano facilmente che siamo anche badanti, colf, operai conci, marmisti, autotrasportatori. Si dimenticano il macigno di pregiudizio che pesava sul collo dei loro nonni all’estero quando tutti loro venivano chiamati mafiosi.

Italiani mafiosi. Eppure si sapeva che non era vero. Noi cittadini immigrati siamo prima di tutto uomini, donne, figli e genitori, concittadini con doveri e diritti, che dobbiamo imparare a riconoscere in ognuno, in qualsiasi ognuno. lo africano in Italia e concittadino degli italiani, credo che bisogna chiacchierare meno ed essere più efficienti, pragmatici, ma soprattutto più solidali, più altruisti. L’Italia è la nostra terra e anche il ponte che ci unisce insieme agli altri concittadini di altre culture, religioni, colore della pelle, tradizioni e sentimenti umani. Siamo nella stessa barca e come tali, ci dobbiamo sentire solidali e calorosi tra di noi.

Documenti stranieri: ecco come si possono legalizzare

 

di Marco Paggi, avvocato - ASGI (Ass. Studi Giuridici Immigrazione)

 

La legalizzazione dei documenti provenienti dai Paesi di origine è un problema che riguarda tutti i cittadini immigrati che hanno la necessità di farli valere in Italia non potendo procedere alla cosiddetta autocertificazione.

 

Quando autocertificare

In passato era tollerato che un determinato certificato straniero fosse utilizzato in Italia avvalendosi di traduzioni fatte direttamente nel territorio nazionale, ma l’art. 2, comma primo, del regolamento di attuazione (d.p.r. 394/99) ha posto dei limiti precisi, distinguendo nettamente ciò che può essere autocertificato da ciò che va necessariamente documentato con documenti originali stranieri da legalizzare. Un cittadino straniero può – alle stesse condizioni di un cittadino italiano – autocertificare determinate circostanze, ma a condizione che siano già ufficialmente note e acquisite presso un ufficio pubblico italiano competente. Se questo non è possibile dovrà applicarsi la disposizione del comma 2 dell’art. 2 dello stesso regolamento, la quale stabilisce che ciò che non è autocertificabile dovrà essere certificato mediante documenti che devono essere legalizzati presso il consolato italiano del Paese di provenienza.

 

La legalizzazione

La procedura della legalizzazione, in pratica, serve ad attribuire validità secondo la legge italiana ad un certificato straniero: esso deve quindi essere preventivamente tradotto da un interprete accreditato dal consolato italiano e poi controllato dall’autorità consolare italiana, allo scopo di verificare che il documento sia stato formalizzato nel rispetto della legislazione del Paese di origine, ovvero che sia stato rilasciato da parte dell’ufficio competente di quel paese. Il procedimento è particolarmente complesso perché non ha solo allo scopo di assicurare la conformità della traduzione e la verifica del certificato, ma anche di verificare se è rilasciato nel rispetto delle leggi locali e se il funzionario che lo firma è abilitato, dal momento che in Italia nessuno potrebbe sapere e verificare realmente se un determinato documento proveniente da un ufficio straniero sia effettivamente valido.

 

La via del consolato

 

Viene anche ammessa una prassi alternativa, sempre più diffusa tra i diversi paesi, per cui un certificato può essere rilasciato anche dal consolato del paese straniero operante in Italia, che e, per definizione, il terminale amministrativo di tutti gli uffici del paese di origine. Anche se non è prevista da nessuna legge dello Stato, questa prassi è di fatto riconosciuta come una valida procedura alternativa che però non è meno macchinosa ne più economica della precedente.

 

L’apostille

 

Vi è poi un’altra possibilità che è indubbiamente più economica sia in termini di tempo che di spesa, ovvero di far valere direttamente il certificato straniero munito di una formula direttamente apposta dalle autorità del paese d’origine, la cosiddetta apostille. Questa possibilità non esiste in via generale, ma è prevista solo per i cittadini provenienti dai Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961 relativa all’abolizione della legalizzazione di atti pubblici stranieri. Nel corso degli anni è stata ratificata e resa esecutiva da molti Stati e prevede che non sia necessario procedere alla legalizzazione dei certificati presso le autorità consolari, potendo la stessa essere sostituita dalla cosiddetta apostille (in italiano postilla).

Si tratta di una specifica annotazione che deve essere fatta sull’originale del certificato rilasciato dalle autorità competenti del Paese interessato, da parte di una autorità nazionale identificata dalla legge di ratifica del Trattato stesso. L’apostille sostituisce la legalizzazione presso l’ambasciata, quindi una persona proveniente da un Paese che ha aderito a questa Convenzione non ha bisogno di recarsi presso il consolato italiano e chiedere la legalizzazione, ma può recarsi presso l’autorità interna di quello Stato, indicata per ciascun Paese nell’atto di adesione alla Convenzione stessa (normalmente si tratta del Ministero degli esteri) per ottenere l’annotazione della cosiddetta apostille sul certificato. Così perfezionato, quel documento deve essere riconosciuto in Italia, perché anche l’Italia ha ratificato la Convenzione.

 

Documenti ammessi

La Convenzione riguarda specificamente l’abolizione della legalizzazione di atti pubblici stranieri tra i quali rientrano i documenti che rilascia un’autorità o un funzionario dipendente da un’amministrazione dello Stato, i documenti amministrativi, gli atti notarili, le dichiarazioni ufficiali indicanti una registrazione, un visto di data certa, un’autenticazione di firma apposti su un atto privato, mentre invece non si applica ai documenti redatti da un agente diplomatico o consolare e ai documenti amministrativi che si riferiscono a una operazione commerciale o doganale. Dunque, si tratta di documenti che normalmente riguardano i rapporti di parentela, legami familiari, ovvero tutte quelle situazioni che in buona sostanza interessano la quasi totalità degli immigrati.

Elenchiamo di seguito i Paesi che hanno ratificato la Convenzione: Giappone; Jugoslavia; Svizzera; Turchia; Argentina;Armenia; Australia; Belize; Brunei; Cipro; EI Salvador; Federazione Russa; Israele; Lettonia; Liberia; Lituania; Malati; Malta; Messico; Niue; Panama; Repubblica Ceca; Romania; San Christopher e Nevis; San Marino; Seychelles; Stati Uniti d’America; Sud Africa; Ungheria; Venezuela; Antigua e Barbuda; Bahamas; Barbados; Bielorussia; Bosnia Erzegovina; Botswana; Croazia; Figi; Lesotho; Macedonia; Mauritius; Slovenia; Swaziland; Suriname; Tonga.

 

 

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