Giornalismo dal carcere

 

Un contagio che ci piace

di Sergio Segio

 

Fuoriluogo, 30 novembre 2001

 

"La buona volontà è contagiosa", è stato il commento-auspicio di Anna Giulia Marchi, volontaria nel carcere Sollicciano di Firenze. E di buona volontà, in effetti, se n’è vista molta nei lavori del Coordinamento nazionale giornali del carcere, tenutosi a Firenze il 16 e 17 novembre col sostegno della Regione Toscana e del ministero della Giustizia. Presenti circa 200 persone provenienti da diverse regioni: giornalisti "veri", volontari, educatori, redattori-detenuti in permesso. Ed è la stessa buona volontà che, quotidianamente, in quasi 60 istituti penitenziari produce - o cerca di farlo - informazione sulle e dalle carceri. Impresa improba per più motivi: l’opacità che contraddistingue le istituzioni chiuse e produce censura e autocensura; la scarsità dei mezzi e l’artigianalità delle competenze; il condizionamento che può accompagnarsi alle (rare e magre) risorse che talvolta vengono erogate, o allo stesso apporto dei volontari. Stante ciò, ancor più lodevoli sono i risultati, le decine di vere e proprie riviste o di semplici e precari ciclostilati che vedono la luce nel buio di qualche cella attrezzata a mo’ di spartana redazione.

A due anni dalla nascita del coordinamento, la necessità di un "salto di qualità" è stata al centro degli interventi e, in particolare, di uno dei quattro gruppi di lavoro in cui si sono suddivisi i partecipanti. Numerosi gli stimoli, anche fortemente critici: "bisogna analizzare i limiti e gli errori del coordinamento, verificando se ha ancora senso" (Ornella Favero, Padova); "le associazioni devono attivarsi senza rincorrere i finanziamenti" (Francesco Morelli, Padova); "l’istituzione lima la pazienza di chi lavora dentro, occorre lavorare in rete tra di noi e con le testate locali" (Carla Chiappini, Piacenza); "i giornali esterni adottino quelli interni" (Sabrina Tosi Cambini, Firenze); "bisogna ragionare in termini di multimedialità e soprattutto uscire dalle mura" (Stefania Guiotto, Treviso e Belluno); "coinvolgere la scuola, fare corsi di formazione giornalistica" (Barbara Antoni, Patrizia Tellini, Empoli); "uscire dal carcere, razionalizzare le risorse, verificare i risultati" (Lucia Castellano, Eboli).

Il tutto condensato in un "pacchetto" di proposte riportate il giorno dopo nell’assemblea plenaria: rivita1izzare il coordinamento, anche attraverso l’individuazione di riferenti regionali e meglio organizzando una segreteria operativa; effettuare un censimento non solo quantitativo dei giornali; istituire un ufficio-agenzia stampa del coordinamento; diffondere l’informazione anche su Internet; c costituire una "Federazione nazionale giornali carcere e territorio", con veste anche giuridica e con il compito di creare un fondo economico nazionale, nonché di interloquire con gli organismi di "settore" (ordine giornalisti, Fnsi e Fieg) e con la rete dei "giornali di strada" (alcuni dei quali, dal prestigioso "Terre di mezzo" a "Fuori binario", erano peraltro presenti al convegno).

Il dibattito e le proposte saranno ora condensate in una sorta di "Carta di Firenze" che, se troverà sufficienti adesioni e convergenze, diventerà la base per la rifondazione del coordinamento e la premessa per una sua maggiore efficacia. Appuntamento per la verifica e la strutturazione operativa a fine febbraio.

Per fine gennaio, sempre a Firenze, è invece prevista la seconda tappa del dibattito (tenutosi il 16 sera, a margine dei lavori, con la presenza di rappresentanti delle maggiori associazioni nazionali, tra cui Antigone, Arci, Aics) sulla costituzione di un "Prison social forum", o forse meglio (giacché ormai esiste addirittura un "Police social forum" organizzato da uno dei sindacati di polizia) di un "Movimento dei senza diritti", a pace di meglio aggregare e maggiormente incidere politicamente rispetto ai temi interconnessi del carcere, e delle droghe e dell’esclusione sociale, ma più in generale dei diritti umani e civili, sui quali spira un gran brutta aria. E non da oggi Ma oggi con sistematicità e aggressività nuove. Il che impone, un po’ a tutti, logiche meno frammentate e litigiose, localiste e settoriali. Vale a dire, e appunto, un salto di qualità e d’efficacia.

 

 

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