Bologna: suicida detenuto 27 enne

 

Torna in carcere e si impicca in cella

 

Il Resto del Carlino, 26 novembre 2002 

 

È entrato alla Dozza sabato notte, e ieri mattina, alle dieci e trenta, si è ucciso appendendosi alle sbarre della sua cella. Aveva ventisette anni, la maggior parte rovinati dalla droga. È morto così L. Celeste, detenuto disperato in attesa di giudizio per furto e rapina. Per essere sicuro di farla finita, il giovane si è messo un sacco in testa, poi si è legato una corda al collo e si è impiccato. La fune oltre alla gola gli stringeva addosso il sacco di cellophane. Neppure un filo d’aria per lui.

A trovarlo ciondolante è stato un agente della polizia penitenziaria. Ha aperto l’uscio della prigione in fretta, ha preso quel corpo penzoloni per le gambe e l’ha sollevato con forza chiedendo aiuto ai colleghi. Purtroppo non è servito.

Al padiglione giudiziario del carcere della Dozza, secondo piano, sono accorsi in tanti, ma per Celeste nessuna speranza di ripigliare fiato. È arrivato anche un medico, vana anche la sua corsa. Il detenuto era già morto per asfissia. Ai soccorritori allora non è rimasto altro da fare che avvisare il Pm di turno, Valter Giovannini, che è immediatamente andato in carcere per il sopralluogo. Nessuno, almeno all’inizio, poteva escludere ad esempio l’omicidio del giovane, eventualità poi risultata priva di ogni fondamento.

Celeste era stato rimesso in carcere perché aveva contravvenuto agli arresti domiciliari, ma evidentemente la prigione e l’incubo della "scimmia" sempre addosso gli hanno tolto ogni speranza. Un suicidio, il suo, che fa riesplodere il caso Dozza, un carcere costruito per 450 detenuti e che invece ora ne ora più del doppio, con un numero di agenti insufficiente. Al punto che è accaduto anche che nessun poliziotto, per più di una sera, sia montato di guardia sul muro di cinta.

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