L'estate del sovraffollamento

 

L’estate del sovraffollamento
di Sergio Segio

 

Fuoriluogo, 26 luglio 2002

 

Come ovviare all’intollerabile ed esplosivo sovraffollamento nelle celle italiane? In tempi utili s’intende: utili a prevenire epidemie e rivolte, o, più plausibilmente, come purtroppo e prevedibilmente accade in misura crescente negli ultimi anni, autolesionismi e suicidi.

Il buon senso, i numeri, gli studi, la razionalità di costi/benefici direbbero che la via maestra è quella di amnistia e indulto. Dunque e naturalmente, questa soluzione viene scartata in partenza. Per parte sua, il governo pare semplicemente non porsi il problema, rinviandolo sine die al programma di nuova edilizia penitenziaria. Vale a dire, se va bene, fra un decennio e con risultati comunque nulli, poiché le nuove prigioni dovrebbero limitarsi a consentire di chiudere quelle fatiscenti. Analogamente irresponsabile è l’indifferenza al problema dell’intero Parlamento.

Solo in apparenza più concrete sono le proposte di alcuni sindacati della polizia penitenziaria. Uno dei quali, denunciando che nelle carceri italiane «sono presenti più di 57 mila detenuti nonostante la capienza complessiva delle celle superi di poco i 40 mila posti», non ha trovato di meglio che chiedere al ministro Castelli di dotare gli agenti di bombolette di spray paralizzante e di mandare i condannati extra comunitari «a scontare la pena nei penitenziari dei loro Paesi d’origine, probabilmente meno confortevoli di quelli italiani». Un altro sindacato autonomo, ammonendo che «il carcere non deve essere una sorta di albergo», lamenta "il madornale errore la chiusura delle carceri speciali di Pianosa e l’ Asinara". Peccato che, quand’erano aperti quegli ospitali "alberghi" sulle isole, più volte censurati da svariati organismi e istituzioni per le incredibili condizioni di vita e- non di rado - per i maltrattamenti, gli stessi sindacati della polizia carceraria denunciassero - giustamente - i gravi disagi e l’isolamento cui anche gli agenti e le loro famiglie erano costretti.

Pure queste, insomma, più che vere e convinte proposte sembrano argomenti strumentali alla contrattazione permanente portata avanti da questi sindacati.

Rimane l’antica soluzione, cui a ridosso dell’estate si ricorre ancor più massicciamente: sfollare i detenuti da un carcere all’ altro, come pacchi una cui quota risulta in perenne movimento, così da illudersi di liberare per qualche settimana un angolo del magazzino. In questi casi, trattasi però di "magazzini" e "pacchi" umani.

E, come raccontano tre detenuti della sezione tossicodipendenti del carcere di Busto Arsizio, questo rimedio (lo sfollamento) è peggiore del male (il sovraffollamento). Nelle pagine de Il Millepiedi (Redazione Carcere di Busto Arsizio - Varese, via Cassago Magnago 102, 20152), meritoriamente insertato da Facce & Maschere, il periodico realizzato da Toy Racchetti della Lila di Milano con i reclusi di San Vittore nell’ambito del progetto "Ekotonos - Ekosalute", i tre raccontano la storia di Cristian. 28 anni «compiuti in carcere», 10 mesi di condanna, 6 già scontati, «in un anno era riuscito a uscire ,rivo da ben 9 overdose; per il problema dell’Hiv seguiva una terapia di 6 pastiglie al giorno. Con l’aiuto dei compagni riusciva a seguirla in modo corretto».

Una solidarietà non insolita tra reclusi; nonostante il sovraffollamento «un’armonia che ci portava a essere fratelli». Chissà allora per quali insondabili e burocratiche cattiverie o distrazioni, Cristian è stato «trasferito al carcere di Chieti, a 700 km da casa». Se lo chiedono i redattori del Millepiedi e, di nuovo, il buon senso comune. Ma tutte le cose insensate in carcere hanno invece una logica perversa e stringente. A volte punitiva, altre semplicemente di «assurda burocrazia, cioè vessazione, cattiveria allo stato puro. La stessa cattiveria gratuita che incontri fuori quando parli di immigrati». Con queste parole Graziella Mascia, deputata di Rifondazione comunista, commenta episodi analoghi e peggiori riscontrati in una visita al carcere di Bergamo. Un carcere, considerato chissà perché "modello", in cui solo grazie a uno sciopero i detenuti hanno ottenuto di avere un rotolo di carta igienica alla settimana anziché ogni 15 giorni. Qualcuno ora forse dirà che somiglia troppo a un albergo.

 

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