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"Morire di carcere": dossier novembre 2009 Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose
Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di novembre registra 17 nuovi casi: 5 suicidi, 6 morti per malattia e 6 per cause ancora da accertare.
Cause da accertare: 2 novembre 2009, carcere di Piacenza
Un detenuto tunisino di 27 anni, Isam Khaudri, è morto due giorni fa alle 22.20 nel carcere di Piacenza, a riferirlo è Rita Bernardini, deputata radicale in Commissione Giustizia; forse un suicidio ma i radicali rilanciano la necessità di un’indagine conoscitiva sulle morti in cella. Il detenuto, tunisino di 27 anni, Era da solo in cella perché il suo compagno di detenzione aveva chiesto e ottenuto di essere spostato. Un agente lo ha trovato steso per terra e a nulla è valso l’utilizzo del defibrillatore per soccorrerlo. Si sospetta - spiega Bernardini - abbia usato il gas di una bomboletta. "Suicidio?", si chiede la deputata, sottolineando: "Ieri il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, rispondendo all’interrogazione radicale sul decesso di Stefano Cucchi, ha detto che non si vede l’utilità di un’indagine conoscitiva sui decessi in carcere perché da sempre l’Amministrazione se ne occupa. Questa risposta ci dà una ragione in più per chiedere ufficialmente, come delegazione radicale nel gruppo del Pd, un’indagine conoscitiva secondo quanto previsto da regolamento della Camera". (Apcom, 6 novembre 2009)
Malattia: 4 novembre 2009, carcere di Reggio Calabria
È morto questa mattina a Locri alle 7,30 uno dei capi storici della ndrangheta di San Luca. Antonio Pelle, detto "Ntoni gambazza", 77 anni, era considerato il capo indiscusso della famiglia Pelle-Vottari, da anni in guerra con i rivali Nirta-Strangio nella famosa faida di San Luca, che per anni ha insanguinato il territorio calabrese e non solo. Arrestato il 12 giugno scorso dai carabinieri del Ros, dopo anni di latitanza, che lo sorpresero nella stanza post operatoria dell’ospedale di Polistena dove era stato ricoverato per un’ernia strozzata. Pelle è morto stamani in seguito a un arresto cardiocircolatorio. Nel nosocomio locrese era stato trasportato questa notte dalla sua abitazione di Bovalino, dove era stato posto agli arresti domiciliari ieri dopo la scarcerazione, per gravi motivi di salute, dal carcere di Catanzaro. (Apcom, 4 novembre 2009)
Cause da accertare: 6 novembre 2009, carcere di Parma
La Procura di Parma ha aperto un fascicolo, ipotizzando l’omicidio colposo, per la morte di Giuseppe Saladino, 32 anni, un giovane di Parma trovato senza vita nella cella dov’era rinchiuso da meno di un giorno. Il giovane è morto la notte di venerdì, la prima che passava in carcere dopo essere stato fermato nel pomeriggio dalle forze di polizia: nonostante la condanna a un anno e due mesi per furto con scasso (aveva razziato alcuni parchimetri) da scontare ai domiciliari, era stato sorpreso a passeggiare in strada. Qui però nella notte si è sentito male ed è morto. È stata già compiuta l’autopsia disposta dalla pm Roberta Licci e i risultati sono attesi per i prossimi giorni. La madre del giovane ha nominato un proprio legale, l’avvocato Letizia Tonoletti, e un perito che ha assistito all’esame autoptico. "Voglio sapere tutto quello che è successo in carcere", ha dichiarato a Tv Parma la madre del giovane, Rosa Martorana: "In carcere è entrato un figlio sano e avrei voluto ricevere anche in uscita un figlio sano".
Legale famiglia: morte forse per abuso farmaci
Giuseppe Saladino potrebbe essere morto per un abuso di farmaci, forse assunti nelle dosi sbagliate. Questa una delle ipotesi per spiegare il decesso del trentaduenne di Parma, spirato in una cella del carcere emiliano poche ore dopo l’arresto. Lo afferma il legale della famiglia del giovane, avv. Letizia Tonoletti, che per il momento sembra escludere invece l’ipotesi dei maltrattamenti in carcere. "Inizialmente il medico legale non aveva riscontrato segni di percosse sul corpo", spiega l’avvocato, anche se la madre del trentaduenne, Rosa Martorano, parla di due ematomi sul cadavere del figlio, una sulla fronte e uno sulla tempia, grandi come una moneta di un euro. Durante il riconoscimento la stessa madre ed il cognato avrebbero poi notato un rivolo di sangue uscire dalla bocca del giovane, probabilmente dovuto alla posizione del corpo al momento del decesso. Il personale carcerario, sempre secondo quanto ribadisce il legale della famiglia, si sarebbe accorto della morte di Giuseppe Saladino solo intorno alle 6 o alle 7 della mattina. Anche il compagno di cella non si sarebbe accorto di nulla e sosterrebbe di aver visto muovere il trentaduenne durante la notte. L’indagine della Procura di Parma dovrà capire, grazie soprattutto all’autopsia eseguita dal medico legale Cristiano Bertoldi, alla presenza del perito della famiglia Roberto Marruzzo, se il giovane avesse assunto droga nelle ore precedenti alla morte, in particolare se lo abbia fatto nel pomeriggio quando ha incontrato la ragazza (anche lei tossicodipendente) fuori dalla propria abitazione dove era agli arresti domiciliari. "Si sarebbe anche potuto procurare l’ eroina prima di tornare in carcere, ma in caso di overdose sarebbe morto nel giro di pochi minuti", dice l’avv. Tonoletti.
Si attendono risultati autopsia
Si attendono i risultati dell’autopsia per Giuseppe Saladino, il detenuto 32enne morto venerdì scorso nel carcere di Parma. La Procura di Parma ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo, riferisce la deputata radicale Rita Bernardini, componente della Commissione Giustizia, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Alfano sulla vicenda. Rita Bernardini si è rivolta al ministro per sapere quale sia la ricostruzione ufficiale dei fatti, se risulti agli atti il quadro clinico del detenuto, se non si possano riscontrare elementi e profili di illegittimità da parte di chi ha disposto il fermo e se non ritenga necessario e urgente prevedere un’ispezione ministeriale presso la struttura dove è avvenuto il fatto. La deputata radicale, infine, è tornata a ribadire al ministro "l’urgente necessità di avviare un’indagine conoscitiva sui decessi che avvengono tra i detenuti delle carceri italiane, inclusi i suicidi, per verificarne le cause reali e scongiurarne di nuovi". Giuseppe Saladino, è morto tra venerdì e sabato scorsi dopo essere stato portato nel carcere di via Burla: "Il ragazzo, quando è entrato in carcere, era sano", dice ora la madre Rosa Martorano, che chiede di fare luce su una vicenda che richiama quella di Stefano Cucchi. Il giovane doveva scontare agli arresti domiciliari una condanna a un anno e due mesi dopo essere stato pizzicato mentre faceva incetta di monetine in alcuni parchimetri del centro storico. Venerdì scorso però era uscito di casa, ma era stato riconosciuto e fermato da una pattuglia della polizia e portato a via Burla. Quindici ore dopo, alle 8 di sabato, il direttore del penitenziario ha telefonato a casa di Giuseppe per dare la notizia del decesso. "Il direttore mi ha detto che Giuseppe era morto, che era stata una cosa improvvisa, inspiegabile, mi pare abbia parlato di un malore", ha raccontato la madre intervistata da una tv locale. Due periti, uno nominato dalla famiglia, l’altro dal sostituto procuratore Roberta Licci, avranno il compito di risalire alle cause del decesso. L’autopsia, riferisce ancora il Corriere, è già stata eseguita, i risultati si conosceranno nei prossimi giorni.
Bernardini: interrogazione al ministro della Giustizia
La deputata radicale Rita Bernardini, componente della commissione Giustizia, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Alfano sulla morte, avvenuta venerdì scorso, del detenuto 32enne nel carcere di Parma, sulla quale la procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo. Lo rende noto un comunicato stampa dei Radicali. Rita Bernardini si è rivolta al ministro per sapere quale sia la ricostruzione ufficiale dei fatti; se risulti agli atti il quadro clinico del detenuto; se non si possano riscontrare elementi e profili di illegittimità da parte di chi ha disposto il fermo e se non ritenga necessario e urgente prevedere un’ispezione ministeriale presso la struttura dove è avvenuto il fatto. La deputata radicale, infine, è tornata a ribadire al ministro l’urgente necessità di avviare un’indagine conoscitiva sui decessi che avvengono tra i detenuti delle carceri italiane, inclusi i suicidi, per verificarne le cause reali e scongiurarne di nuovi. (Ansa, 11 novembre 2009)
Legato e riempito di farmaci, così hanno ucciso mio figlio
Giuseppe Saladino, detto Geppo, 32 anni, elettricista, tossicomane in cura al Sert e ladruncolo, crollato di schianto in una cella del carcere di Parma, dove era stato portato poche ore prima, aveva il terrore della galera. Scriveva lettere disperate alla madre Rosa e alla fidanzata Annalisa, lui condannato a un anno e 2 mesi per aver scassinato alcuni parchimetri del centro: "Aiutatemi, ho paura, qui c’è gente terribile, assassini, rapinatori, mi sento guardato, non riesco a dormire...". Era sempre sul chi vive: "Ho preso l’abitudine di andare per ultimo a fare la doccia, aspetto che gli altri siano usciti, speriamo...". E quando poi l’avevano trasferito dal carcere di Parma all’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, diagnosticandogli "uno scompenso psichico in disturbo psicotico ", il terrore era diventato panico. "Mi raccontava - afferma il legale della famiglia, Letizia Tonoletti - che lo tenevano contenuto, cioè legato, oltre a sottoporlo ad un trattamento di psicofarmaci. L’hanno curato come se fosse un paziente psichiatrico, ma lui non lo era e per questo avevo chiesto di ricoverarlo in un ospedale civile, ma inutilmente...". Ottenuti gli arresti domiciliari, Geppo è evaso. Solo poche ore (l’hanno ripreso subito), sufficienti però, così ipotizzano gli inquirenti, per tornare al vecchio vizio della droga: una dose, magari anche piccola, ma che potrebbe essere stata fatale per un organismo già debilitato dagli psicofarmaci. Non ci sono ancora indagati nell’inchiesta per omicidio colposo aperta dal pm Roberta Licci. E nemmeno risposte sull’improvvisa scomparsa di Geppo. I verbali della questura parlano di "overdose da stupefacenti". La direzione del carcere di Parma di "arresto cardiaco". Il legale della famiglia è invece convinto che "i medicinali prescritti all’ospedale psichiatrico, che Giuseppe ha continuato regolarmente a prendere anche dopo aver lasciato la struttura, abbiano avuto un peso nel decesso". L’unica pista che sembra scartata è quella del pestaggio o dei maltrattamenti. L’attenzione degli inquirenti è concentrata sull’iter carcerario al quale è stato sottoposto il giovane per capire se era compatibile con il suo stato di tossicodipendenza: dall’effettiva necessità del trasferimento all’ospedale psichiatrico, alla congruità della terapia di psicofarmaci, fino ad eventuali lacune o sottovalutazioni da parte della componente sanitaria. La madre del ragazzo, Rosa Martirano, non si dà pace, ne ha per tutti: "Mio figlio era sano, me l’hanno ridato morto. Non era un assassino, solo un ladro di polli... Mi devono spiegare perché l’hanno mandato in quel manicomio (l’ospedale psichiatrico di Reggio, ndr.), è lì che me l’hanno rovinato: quando l’ho rivisto era sempre intontito, assente, terrorizzato...". Le ultime ore di Geppo sono un mix di incoscienza e ingenuità. Il 6 ottobre scorso, dopo aver scontato una parte della pena, ottiene gli arresti domiciliari. Arriva a casa e dopo un’ora ecco comparire la sua fidanzata Annalisa. I due abbandonano l’appartamento, non si sa quanto consapevoli di commettere il reato di evasione. Quando tornano, ci sono i poliziotti ad aspettarli. Geppo viene prima portato in questura e poi di nuovo in carcere. Nella notte muore. Il mondo della politica, già scosso dal caso Cucchi, torna ad interrogarsi. I radicali chiedono al ministro Alfano un’ispezione nel carcere di Parma. La Cgil parla di "situazione intollerabile". I dipietristi annotano amari: "La morte di Cucchi non è servita a niente". (Corriere della Sera, 12 novembre 2009)
Suicidio: 12 novembre 2009, carcere di Vercelli
Un detenuto, Massimo Gallo, 43 anni, si è suicidato ieri nel carcere di Vercelli. L’uomo - secondo quanto si è appreso - è stato trovato impiccato nel sottoscala che conduce al cortile dei passeggi del carcere. Gallo - secondo una prima ricostruzione - avrebbe portato con se un lenzuolo che avrebbe annodato all’inferriata di un cancello inutilizzato del sottoscala e si sarebbe suicidato. "Il suicidio di Massimo Gallo, il 43enne detenuto che si è suicidato ieri nel carcere di Vercelli, dimostra ancora una volta che il carcere è sempre più invivibile. Dietro le sbarre si violano i diritti della Costituzione e la pena non è certo per riabilitare". È il commento del garante dei detenuti del Lazio Angelo Marroni, che sottolinea come ormai i suicidi all’interno dei penitenziari, alla fine di ottobre, abbiano raggiunto il numero dei suicidi di tutto il 2008. "Come prevedevo il numero è in aumento - ha spiegato Marroni - ma è difficile valutare le condizioni psicofisiche di chi si toglie la vita dietro le sbarre. Se si segue un detenuto sin dall’inizio, quando mostra i primi segni di disagio, c’è una possibilità di salvarlo. Ma se non mostra alcun segno, è difficile impedirlo. Il carcere di certo non aiuta: i detenuti sono lontani dalle famiglie, senza prospettive e speranze". (Ansa, 13 novembre 2009)
Suicidio: 14 novembre 2009, carcere di Tolmezzo (Ud)
Aveva protestato la propria innocenza per otto mesi e l’altra sera, forse schiacciato dalla disperazione, si è ucciso infilandosi un sacchetto di plastica in testa: è morto così, nel carcere di Tolmezzo (Udine), l’imprenditore navale veneziano Bruno Vidali, 46 anni. L’uomo era finito dietro le spalle otto mesi fa, al termine delle indagini su un tentato duplice omicidio avvenuto nella Laguna di Venezia. Vidali era sospettato di aver ordinato il delitto al pregiudicato Alessandro Rizzi (49), che aveva confessato chiamandolo in causa. Vidali trovava nel penitenziario friulano da circa due mesi, dopo essere stato in quelli di Treviso e di Venezia; non era sottoposto a regimi restrittivi particolari, ma aveva inutilmente chiesto di poter incontrare i propri familiari. Inutili anche le richieste dei leali, Antonio Franchini e Marco Vassallo, di remissione agli arresti domiciliari. Secondo la ricostruzione del pm della Procura di Tolmezzo Luca Olivotto, l’imprenditore veneziano, sabato, non era uscito dalla sua cella per l’ora di socialità serale. "Era rimasto da solo. Poi, quando le guardie carcerarie hanno riaccompagnato gli altri detenuti nei loro spazi, è stata scoperto il corpo di Vidali riverso a terra. Era ancora vivo e la chiamata di emergenza al 118 è partita immediatamente". I soccorsi, sia pur repentini, sono stati inutili. Quel che è successo in cella pare del tutto chiaro. Vidali ha riempito di gas un sacchetto dell’immondizia che poi si è infilato in testa respirandone il contenuto. "Escludiamo l’intervento di terzi, anche solo a supporto del suo gesto: in quel momento l’uomo era solo e il resto dei detenuti si trovava in un’altra zona del carcere per l’ora di socialità". L’imprenditore veneziano ha usato il gas di un fornelletto che si trovava in cella, fornelletto di solito chiesto dai detenuti e concesso per riscaldare o cucinare pietanze o bevande in cella (poi rinvenuto a terra, accanto al corpo in fin di vita dell’imprenditore veneziano). "Per quanto a nostra conoscenza - riferisce Olivotto - Vidali non aveva fatto parola con alcuno riguardo la sua volontà di togliersi la vita". Il fattore scatenante andrebbe ricercato, anche secondo il Procuratore della Repubblica di Tolmezzo, Giancarlo Buonocore, sugli effetti conseguenti la lettura di un provvedimento notificatogli di recente dalla Procura di Venezia. In una toccante lettera aperta in memoria del loro assistito, gli avvocati Franchini e Vassallo definiscono Vidali "una vittima dello Stato e del suo sistema giudiziario: si è tolto la vita perché non ha retto l’angoscia, la solitudine, la perdita di fiducia in un sistema giudiziario che lo ha lentamente, ma inesorabilmente stritolato nelle proprie spire, prima ancora di essere giudicato e ritenuto colpevole o innocente". Il pm Olivotto non ha ritenuto necessario disporre dell’autopsia, ma unicamente un esame esterno della salma. "La modalità con cui Vidali ha deciso di togliersi la vita è del tutto nuova per questo carcere dove, di recente - ricorda - un altro detenuto si è suicidato". Il 24 ottobre, infatti, un ragazzo romeno di 24 anni è riuscito a impiccarsi eludendo la sorveglianza delle guardie. "Il problema del sovraffollamento esiste in tutte le carceri - fa notare Olivotto - ma a Tolmezzo il disagio è molto contenuto". Lo conferma anche il consigliere regionale del Pd del Friuli Venezia Giulia, Giorgio Baiutti, che da anni visita le carceri e si interessa da vicino delle condizioni dei detenuti: "È stato costruito negli anni Ottanta, seguendo criteri di spazio e vivibilità più moderni, migliori".
La famiglia: siamo convinti che l’abbiano ammazzato
"Siamo convinti che l’abbiano ammazzato. Papà non poteva suicidarsi. Io e mio fratello Pierfilippo l’abbiamo visto mercoledì scorso. Stava bene, era tranquillo. Ci amava troppo per lasciarci così". Sono parole di Alice, la figlia minore di Bruno Vidali, da poco diciottenne. Il volto segnato da una notte insonne, gli occhi gonfi di pianto. "In questo momento il sentimento che provo è di rabbia. Una rabbia immensa che sovrasta anche il dolore. È da qui che traggo la forza per parlare. Perché bisogna che qualcuno dica che papà era una persona meravigliosa, generosa e che era in carcere da otto mesi. Papà era indagato. Non era ancora stato giudicato colpevole. Perché il magistrato si è sempre pronunciato contro i domiciliari? Papà non ha ucciso nessuno, non aveva precedenti. Perché lui dentro e Rizzi, quello che lo accusa di essere il mandante dell’agguato in laguna e che comunque ha confessato di aver sparato, fuori? Qualcuno dovrà pagare per tutto questo". Della tragica morte del padre, Alice e il fratello Pierfilippo l’hanno saputo sabato all’ora di cena. È stato Pierfilippo ad avvertire uno dei due avvocati di Vidali, Marco Vassallo. "Un esito prevedibile - commenta quest’ultimo - con l’ultimo rigetto della richiesta dei domiciliari gli hanno tolto qualsiasi speranza. Un accanimento mai visto".
Carcere "modello" che tenta di dare un lavoro ai detenuti
Il penitenziario di Tolmezzo è diretto da circa 6 anni da Silvia Della Branca, romana di nascita e friulana d’adozione. "È una persona sensibile alle problematiche dei detenuti - dice il consigliere regionale Fvg Giorgio Baiutti, che aderisce all’associazione "Nessuno tocchi Caino" -; dal suo arrivo nel capoluogo carnico ha promosso anche progetti innovativi". Si tratta dell’iniziativa avviata dalla casa circondariale assieme all’Uepe di Udine (Ufficio esecuzione penale esterne), il Comune di Tolmezzo e il Cesfam di Paluzza che da 2 anni stanno portando avanti assieme un progetto di formazione ed esperienza lavorativa per detenuti in regime di semilibertà nel settore della manutenzione ambientale con obiettivo finale, una volta scontata la pena, il reinserimento lavorativo in società dei reclusi. Dopo il capoluogo carnico, che ha visto "diplomare" 6 detenuti nel 2008, e otto quest’anno, le richieste si sono moltiplicate: altri Municipi carnici hanno manifestato alla direttrice dell’istituto di pena di via Paluzza l’interesse a partecipare all’iniziativa, tanto che la stessa Della Branca ha pensato di organizzare pochi giorni fa, nel Palazzo comunale di Tolmezzo, un’incontro informativo per spiegare modalità e indirizzi, in vista dell’attivazione di nuove esperienze per i prossimi mesi. "Ci auguriamo davvero che ulteriori detenuti possano avere l’opportunità di usufruire di questi tirocini e di ampliare magari i settori d’occupazione" aveva detto. Il penitenziario di Tolmezzo, insomma, non pare la peggiore prigione. Per quel che attiene al supporto religioso umano-cristiano, i reclusi sono assistiti anche dal cappellano don Giampietro Fossà, parroco del vicino e piccolo paese di Lauco: "Conoscevo Vidali solo di vista perché era arrivato da poco a Tolmezzo". Lui della notizia della sua morte, è venuto a conoscenza solo ieri, rimanendone addolorato. (Il Gazzettino, 16 novembre 2009)
Cause da accertare: 14 novembre 2009, carcere di Isili (Ca)
Un uomo di 46 anni, Giacomo Deiola, di Usellus, in provincia di Oristano, è morto per un’overdose (probabilmente di eroina) a bordo di un traghetto della Tirrenia. L’uomo, che era detenuto nel carcere di Isili, aveva ottenuto un permesso per buona condotta, ma neanche i familiari sanno perché si sia imbarcato sulla nave per Civitavecchia. A trovare il corpo riverso in uno dei bagni del traghetto appena giunto in porto sono stati gli addetti alla pulizie, che hanno informato il comandante, il quale ha chiesto l’intervento della polizia marittima. Nel bagno è stata trovata una siringa sporca di sangue e tutto l’occorrente per iniettarsi la droga, quasi sicuramente eroina, anche se per averne la conferma sarà necessario attendere gli esami tossicologici già disposti dal magistrato. Accusato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, aveva patteggiato sei mesi. Era stato arrestato quando i militari della stazione di Gonnosnò avevano organizzato un posto di blocco lungo la strada provinciale all’uscita di Baradili. A poca distanza una Cinquecento aveva fatto inversione di marcia e i carabinieri si erano insospettiti. Era stato lanciato l’allarme via radio e la sala operativa della compagnia di Mogoro aveva fatto arrivare nella zona le altre pattuglie. Nel giro di qualche minuto l’auto in fuga era stata raggiunta: poco prima dell’ingresso di Usellus. I carabinieri avevano intimato l’alt, ma il conducente non si era fermato e la sua auto si era scontrata con quella dei militari. Alla guida della Cinquecento c’era Giacomo Deiola, arrestato con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, perché nello scontro i militari hanno riportato qualche contusione. (La Nuova Sardegna, 15 novembre 2009)
Da accertare: 16 novembre 2009, carcere di Siena
Un detenuto di 59 anni, recluso nella sezione di alta sicurezza del carcere "Ranza" di Siena è morto ieri pomeriggio, stroncato da un infarto. Pietro Costa, di Siterno (Reggio Calabria) stava scontando una pena (sarebbe dovuto uscire nel 2015) per gravi reati. Erano da poco passate le 13 quando dal primo piano dove si trova la sezione di alta sicurezza è scattata la richiesta di soccorso. In questa parte di Ranza sono rinchiusi circa 100 detenuti a fronte di una popolazione carceraria che supera le trecento unità. Pietro Costa è stato colpito da un improvviso malore mentre era nella sua cella che divide con un altro detenuto. È stato proprio quest’ultimo, quando l’ha visto accasciarsi a terra privo di sensi, a dare l’allarme. Sono immediatamente accorsi gli agenti penitenziari in servizio con i sanitari del carcere, ma quando sono arrivati per il Costa ormai non c’era più nulla da fare. Una crisi che non gli ha lasciato scampo come è stato successivamente accertato dal medico. (Ansa, 17 novembre 2009)
Suicidio: 17 novembre 2009, Ipm di Firenze
Un ragazzo marocchino di 17 anni, Yassine El Baghdadi, si è impiccato ieri nel carcere minorile di Firenze. A renderlo noto è il l’osservatorio "Morire di carcere" dell’associazione "Ristretti Orizzonti". Veniva dal Marocco, spiega l’associazione, e si è impiccato ieri pomeriggio con un lenzuolo nella doccia del carcere, dove era detenuto in attesa di giudizio per tentato furto: "Il suo nome non lo conosciamo - spiega l’associazione - sappiamo che prima dell`arresto viveva in un paese in Provincia di Lucca, Aulla, dove lavorava come operaio. È stato arrestato il 3 agosto scorso, mentre cercava di rubare degli orologi esposti in una vetrina della stazione ferroviaria". "Questo ragazzo - denuncia l’associazione - è il 65esimo detenuto che si uccide dall’inizio dell`anno, ma con il nostro osservatorio abbiamo raccolto almeno altri 20 casi di morti oscure accadute nel 2009, che abbiamo indicato come decessi per cause da accertare: 85 dall`inizio dell`anno e, questi - sottolinea ancora l’associazione - sono soltanto la metà dei decessi, perché almeno altrettanti detenuti sono morti per malattia, o per overdose di farmaci e droghe. Per ritrovare il suicidio di un minorenne bisogna andare indietro di 6 anni: era il 4 gennaio 2003 e successe nell`Istituto penale minorile di Casal del Marmo, in provincia di Roma. Il 25 luglio di quest`anno, invece, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita nell`Istituto penale minorile di Bari e aveva la stessa età anche il detenuto cileno che si è impiccato il 10 settembre scorso nel carcere di Castrovillari, in provincia di Cosenza: nel complesso, 20 dei 65 detenuti suicidi avevano meno di trent`anni e altri 20 avevano dai 31 ai 41 anni". "Le nostre carceri per la metà sono fuorilegge", ha dichiarato il ministro Alfano, ricorda l’associazione. "Allora - sottolinea - qualcuno dovrebbe anche spiegare che senso ha che uno Stato, che non rispetta a sua volta la legge, mostri la faccia dura a un ragazzo colpevole di un tentato furto. Non dobbiamo quindi solo interrogarci sulle morti in carcere, ma anche sul senso di un uso della galera come parcheggio per tutto quello che ci dà fastidio. È questa, oggi, la dimostrazione che per certe categorie di persone la certezza della pena esiste eccome: si può andare in carcere a diciassette anni per tentato furto. Ma qualcuno proverà un po’ di vergogna all`idea di far parte di una società dove un ragazzino sta in carcere per tentato furto e gante che corrompe, truffa, mette sul lastrico migliaia di famiglie se ne sta tranquillamente fuori, magari ad attendere la prescrizione dei suoi reati? E non ci dicano che questa è demagogia, no, questa è vita, questo è quello che vediamo ogni giorno nelle carceri: ragazzi sempre più giovani in celle sempre più affollate. E il sovraffollamento non significa solo poco spazio, significa soprattutto che le carceri oggi sono per lo più luoghi senza speranza, e allora può succedere anche che ci si uccida a diciassette anni". (Apcom, 18 novembre 2009)
Suicidio: 17 novembre 2009, carcere di Palmi (Rc)
Martedì scorso nel carcere di Palmi (Reggio Calabria) si è tolto la vita usando un sacchetto e il gas contenuto in una bomboletta di alimentazione per il fornello. Dall’11 novembre scorso sapeva che era stata accolta la sua richiesta di accedere alla comunità e l’ordine di scarcerazione era giunto via fax a Palmi il 16 novembre. Inspiegabilmente però nessuno gli aveva notificato il buon esito del provvedimento che sarebbe stato eseguito il 20, circostanza questa che per prima ha ingenerato forti perplessità nella famiglia. La madre, che vive a Milano, aveva parlato con lui al telefono nei giorni precedenti annunciandogli la buona notizia. Inspiegabile, quindi, il suo gesto, alla vigilia della scarcerazione. I parenti sollevano poi altri dubbi rievocando la frattura ad una mano che il detenuto raccontava di aver riportato litigando con una guardia carceraria di Ariano Irpino, il carcere in cui si trovava prima del trasferimento in Calabria avvenuto 15 giorni fa. Su quell’episodio non è stata mai fatta luce. Così come non è stato mai chiarito, riassume l’avvocato Martina Montanari, perché sia stato trasferito a Palmi (mentre da Rimini ad Ariano Irpino era stato trasferito l’estate scorsa per i problemi legati al sovraffollamento, ndr) e perché non gli sia stata comunicata tempestivamente l’imminente scarcerazione. Inoltre le cartelle cliniche dell’uomo in possesso del legale non evidenziano alcun stato depressivo, tali da giustificare l’insano gesto. E qualora si fosse davvero ritrovato in una situazione di prostrazione, perché era stato lasciato solo in cella? Sono state intraprese tutte le misure adeguate previste in questi casi? Per fugare i dubbi la magistratura calabrese ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia. Ma c’è di più. Nella cella dell’uomo è stata ritrovata una lettera indirizzata alla famiglia, missiva che non è stata ancora inoltrata ai parenti e che potrebbe sciogliere molti nodi su questa brutta storia. (Ansa, 20 novembre 2009)
Malattia: 22 novembre 2009, carcere di Pagliarelli (Pa)
È morto nel carcere "Pagliarelli" di Palermo, Antonino Iamonte, di 64 anni, di Saline Ioniche. Iamonte stava scontando una pena definitiva a tre anni di reclusione per associazione mafiosa inflittagli a conclusione del processo scaturito dall’operazione D-Day contro presunti appartenenti alle cosche di Melito Porto Salvo e della fascia ionica reggina. Antonino Iamonte era accusato di appartenere all’omonima cosca della ‘ndrangheta capeggiata da Natale Iamonte, attualmente detenuto. La notizia del decesso è stata diffusa dal figlio di Antonino Iamonte, Francesco, che si recherà domani a Palermo insieme all’avvocato di fiducia, Pietro Modafferi, ed al medico personale per assistere all’esame autoptico. "Allo stato - ha detto l’avv. Modafferi - non possiamo affermare di trovarci con certezza dinanzi ad un caso di malasanità carceraria. Il mio assistito aveva detto di stare male nella notte di sabato scorso, accusando forti dolori allo stomaco e gli era stata applicata una flebo. Dopo poche ore è morto, ufficialmente per infarto". (Ansa, 24 novembre 2009)
Il commento di Salvo Fleres, Garante dei diritti dei detenuti
"Con rammarico ho appreso dell’ennesimo decesso avvenuto nelle carceri siciliane. Questa volta si tratta di un uomo di 64 anni, che nella notte tra il 21 ed il 22 novembre u.s., presumibilmente a causa di un infarto, è deceduto. Ho già interpellato gli organi competenti per avere notizie precise circa i fatti appena esposti, visto che il Sig. Antonino Iamonte, questo era il nome del ristretto, aveva manifestato forti dolori addominali proprio la sera prima del decesso. Mi auguro, ha concluso il Sen. Fleres, di ricevere risposte quanto prima e rassicurazioni circa la tempestività degli interventi medici posti in essere.
Malattia: 23 novembre 2009, carcere di Secondigliano (Na)
Detenuto italiano di 66 anni muore per "cause naturali" non meglio specificate. (Ristretti Orizzonti)
Malattia: 23 novembre 2009, carcere di Secondigliano (Na)
Detenuto egiziano di 57 anni muore per "cause naturali" non meglio specificate. (Ristretti Orizzonti)
Cause da accertare: 24 novembre 2009, carcere di Cuneo
Un detenuto di 24 anni, Alessio Scarano, è morto martedì scorso nel carcere Cerialdo di Cuneo. Secondo indiscrezioni, dopo l’autopsia fatta oggi, sarebbe morto per arresto cardiocircolatorio causato da infarto ma il legale della famiglia, l’avvocato Roberto Brizio, non è dello stesso avviso: "Non mi risulta, allo stato attuale dei fatti, che la morte di Alessio Scarano sia avvenuta per cause naturali". "Il cadavere - aggiunge il legale - non presentava segni di percosse. Dai primi responsi dell’autopsia, però, mi sembra di poter escludere le cause naturali. Il sospetto è che a uccidere Scarano sia stata l’assunzione di sostanze stupefacenti in carcere, ma per averne la certezza si dovrà attendere l’esito degli esami tossicologici sui campioni di sangue prelevati". Trasferito quattro giorni fa da Torino a Cuneo, Scarano, pregiudicato, con trascorsi di tossicodipendente, è stato colpito martedì sera da un malore mentre si trovava in una cella della 1/a sezione giudiziaria. L’addetto all’infermeria incaricato delle terapie serali lo ha trovato disteso sul letto, apparentemente addormentato. L’infermiere ha tentato di svegliarlo, senza riuscirci e ha dato l’allarme. Una equipe del 118, intervenuta nel carcere, ha intubato Scarano. Tutti i tentativi di tenerlo in vita, però, sono stati inutili. Il decesso è stato accertato alle 21.38. Scarano, finito in carcere nel giugno scorso, doveva scontare un residuo di pena (furti e rapine) che si sarebbe concluso nell’ottobre 2010. "Vogliamo sapere come è morto Alessio, se è stato picchiato, se è stato ucciso da qualcuno" chiedono ora i parenti del giovane. "Da quello che ci hanno detto - hanno spiegato i familiari più stretti ai giornalisti - Alessio si era coricato sulla branda della sua cella dopo avere partecipato ad una partita di calcio nel campo del carcere. Ci hanno spiegato che è morto per cause naturali ma lui stava bene, non aveva alcun problema. Per questo vogliamo sapere cosa è successo con certezza. Così non capiamo perché stato trasferito in quel carcere senza che nessuno di noi lo sapesse". Ad avvertire del trasferimento era stato lo stesso giovane con un telegramma, spedito proprio martedì, in cui avvertiva la nonna del cambio di carcere. Sono circa 200 i detenuti nella casa circondariale di Cuneo. Il Cerialdo è tra le undici carceri di massima sicurezza: 90 i detenuti con regime 41-bis riservato a chi è stato condannato per reati di mafia o spaccio internazionale di droga. È prevista una nuova ala dell’istituto di pena: l’edificio sarà di quattro piani e potrà ospitare 200 detenuti. (Ansa, 27 novembre 2009)
Cause da accertare: 25 novembre 2009, carcere di Regina Coeli (Rm)
Un uomo di 32 anni è morto all’interno del centro clinico del carcere romano di Regina Coeli. Lo rende noto il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. A quanto appreso l’uomo, Simone La Penna, era in carcere per reati legati alla droga ed è stato trovato morto giovedì mattina nel suo letto. Soffriva di anoressia nervosa ed era detenuto dall’8 giugno per reati di droga nel carcere romano di Regina Coeli: stamani è stato trovato morto nel suo letto al centro clinico dell’istituto penitenziario. La scorsa notte aveva parlato fino all’1 con altri tre detenuti ricoverati nel centro clinico. Alle 3, quando è stata fatta la conta, alla vigilanza del carcere tutto è sembrato normale, ma stamani alle 8, alla conta del mattino, La Penna non ha risposto. Quando gli agenti si sono avvicinati - il suo letto era a circa due metri dalla postazione di controllo - era con la testa riversa in basso ed è stato inutile l’intervento di due medici e di un infermiere. A quanto si è appreso, il corpo era ancora caldo e La Penna sarebbe probabilmente morto all’alba. Tutto fa pensare che la sua morte sia dovuto a cause naturali. In mattinata il medico legale, su disposizione del pm Marcello Monteleoni, dall’esame esterno del corpo non aveva riscontrato né segni di violenza né punture d’ago. Immediatamente è stata avvisata la famiglia e in carcere sono arrivati i genitori e la sorella. Con l’anoressia nervosa La Penna aveva perso quasi 30 chili e aveva grandi carenze di potassio che gli provocavano problemi ai muscoli. Era stato più volte visitato tra luglio e ottobre in vari ospedali, tra i quali il Sandro Pertini, nel cui reparto detentivo è morto di recente Stefano Cucchi. Domani il magistrato darà l’incarico per eseguire l’autopsia. Per reati connessi alla droga il detenuto doveva scontare una pena fino al 2011, mentre era in attesa dell’appello per una sentenza di 4 anni e 8 mesi sempre per droga. Infine, c’era una terza indagine in cui era coinvolto, sempre per droga. "Nell’ultimo anno a Regina Coeli - ha ricordato il direttore del carcere, Mauro Mariani - nessun detenuto è morto in istituto, ma due, a marzo e ad agosto, sono morti in ospedale. A Regina Coeli abbiamo una notevole struttura clinica, da un anno gestita direttamente dall’Asl e molti detenuti vengono portati qui proprio in ragione delle loro condizioni e perché vengono garantiti frequenti controlli". (Asca, 26 novembre 2009)
Suicidio: 26 novembre 2009, carcere di Sondrio
Si chiamava Massimiliano Menardo, aveva 36 anni e risiedeva a Buglio in Monte (Sondrio), il detenuto che ieri sera si è tolto la vita nel carcere di Sondrio. A lanciare l’allarme al 118 sono stati gli agenti della polizia penitenziaria, allertati da un altro recluso. Inutile ogni tentativo di rianimare l’uomo, che sembra si sia impiccato legando la cintura dell’accappatoio alle inferiate della sua cella. Secondo quanto si è appreso, Menardo era da poco rientrato nel penitenziario, dopo aver trascorso la giornata in libertà, perché godeva del regime di semidetenzione. Il detenuto, che aveva precedenti, doveva scontare una pena di un anno e quattro mesi per lesioni personali aggravate, per aver aggredito un uomo procurandogli una lesione permanente al volto. Sulla morte di Menardo sono in corso indagini da parte dei carabinieri di Sondrio, che hanno allertato il magistrato Luisa Russo. La Procura ha disposto l’autopsia. Oggi si è tenuta una riunione all’interno del carcere fra il direttore e il comandante degli agenti di polizia penitenziaria. Il detenuto non avrebbe lasciato nessun biglietto. (Ansa, 28 novembre 2009)
Cause da accertare: 29 novembre 2009, Opg di Montelupo Fiorentino (Fi)
Un uomo di 35 anni, Maurizio Piscioli, arrestato a Brescia nell’agosto del 2008 e successivamente internato nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, è stato trovato morto ieri sera per quelle che - secondo quanto si è appreso in ambienti dell’amministrazione penitenziaria- vengono indicate come cause naturali. L’uomo sarebbe morto per arresto cardiocircolatorio. Avrebbe terminato di scontare la misura di sicurezza nell’Opg a settembre del prossimo anno. (Ansa, 30 novembre 2009)
Malattia: 30 novembre 2009, carcere di Cagliari
Detenuto italiano di 74 anni anni muore per "cause naturali" non meglio specificate. (Lettera a Riccardo Arena, direttore di www.radiocarcere.com)
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