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"Morire di carcere": dossier marzo 2008 Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose
Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di marzo registra 4 nuovi casi: 3 suicidi e 1 morte per malattia
Malattia: 2 marzo 2008, Carcere di Venezia
Detenuto cinese di 35 anni. "Morte naturale, probabilmente un infarto nonostante la giovane età. Un detenuto, del quale non è stata fornita l’identità, è morto ieri mattina nella sua cella all’interno della Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore. Dal carcere veneziano fanno unicamente sapere che il giovane, un cinese di 35 anni da poco recluso, era sofferente di ipertensione e le sue condizioni di salute erano notevolmente peggiorate negli ultimi due giorni. Il decesso è stato subito comunicato al Sostituto Procuratore Giovanni Zorzi, ieri di turno, il quale ha disposto l’autopsia per accertare il motivo del decesso. La visita in cella del medico legale avrebbe comunque già escluso altre possibili cause della morte, in quanto sul corpo del detenuto non è stata trovata nessuna traccia di lesioni. Il corpo del giovane detenuto di Santa Maria Maggiore è stato portato all’ospedale Umberto I di Mestre dove, in serata, è stato effettuato l’esame autoptico. Quello di ieri è il secondo decesso nel carcere maschile veneziano in meno di un mese. All’inizio di febbraio era infatti morto in cella, sempre per arresto cardiocircolatorio, Gianfranco Buschini, 50 anni mestrino finito in carcere nell’ottobre del 2007 nell’ambito di un’indagine sul mercato del sesso a pagamento a Marghera". (Il Gazzettino, 3 marzo 2008)
Suicidio: 20 marzo 2008, Carcere di Siracusa
Giuseppe Romano, 48 anni. "Non ha retto alla vergogna, e così ieri Giuseppe Romano, 48 anni, ispettore della forestale e consigliere comunale Pd a Catenanuova (Enna), arrestato martedì per concussione, ha deciso di impiccarsi dentro la cella del carcere Cavadonna di Siracusa dove aveva trascorso la notte. A scoprire il corpo privo di vita dell’uomo è stato poco dopo le 6 di ieri mattina un agente di Polizia Penitenziaria appena entrato in servizio. Il suo collega che aveva appena finito il turno aveva salutato l’ispettore della Forestale, che per togliersi la vita ha dunque sfruttato proprio il cambio del turno dei sorveglianti. Nella stessa mattina di ieri Giuseppe Romano sarebbe dovuto comparire davanti al gip di Siracusa per l’interrogatorio di garanzia, ma evidentemente la vergogna è stata troppa, quindi con i lacci delle scarpe si è fatto un nodo attorno al collo e se ne andato, non riuscendo a perdonarsi quell’atto infamante: aver preteso come tangente, insieme ad un suo collega (Alfio Crimi, anche lui in carcere), mille euro e due forme di formaggio da un allevatore di Rosolini per "chiudere un occhio" su presunte irregolarità. Secondo indiscrezioni l’uomo avrebbe lasciato una lettera ai familiari chiedendo "scusa" per il gesto. Scusa alla moglie e alle sue tre figlie, la maggiore che studia all’Università la più piccola di 10 anni. Romano, dicono i suoi concittadini, era impegnato nel sociale e 5 anni fa venne eletto consigliere comunale nelle fila della Margherita a Catenanuova. L’ispettore superiore della Forestale lavorava a Catania e tutti i giorni partiva da Catenanuova ed era conosciuto come "una persona al di sopra di ogni sospetto". L’arresto di qualche giorno fa e il suicidio di ieri hanno sconvolto amici e conoscenti nel piccolo centro ennese. Martedì scorso, Romano era stato arrestato col collega mentre si trovava nell’auto di servizio sull’autostrada Catania-Siracusa. Entrambi erano stati denunciati dal proprietario dell’azienda zootecnica cui avevano chiesto la "miserabile" tangente. I carabinieri di Noto (Sr) hanno organizzato l’operazione, hanno filmato l’incontro tra i due e la vittima e dopo il pagamento della mazzetta sono andati a colpo sicuro: sotto ad un tappetino, nella vettura, hanno trovato mille euro, consegnati poco prima l’imprenditore, e anche due forme di caciocavallo. Alfio Crimi ha negato le accuse e ha detto di essere vittima di una macchinazione. Giuseppe Romano, invece, non ha retto alla vergogna. La procura ha aperto un’inchiesta sulla morte e il sostituto procuratore Antonio Nicastro, il magistrato che ha coordinato l’operazione dei carabinieri culminata con l’arresto dei due forestali, ha disposto che oggi venga effettuata l’autopsia. Se una persona si suicida dopo aver incassato come "tangente" due forme di caciocavallo e 1.000 euro in due vuol dire che, pur nella gravità del gesto, "nella società siciliana ci sono ancora persone che hanno timore di perdere la faccia, è questo è un buon segnale". Così ha detto all’agenzia di stampa Apcom, il professor Antonio La Spina, ordinario di sociologia all’Università di Palermo, commentando il suicidio dell’ispettore della Forestale Giuseppe Romano. "C’è gente che prende tanti più soldi e non ha rimorsi" ha sottolinea ancora il prof. La Spina. "Anche se è una persona che non appartiene ad un elevato ceto sociale - ha spiegato - c’è in questo caso un senso di identità: ha ritenuto di non avere la forza di presentarsi all’esterno dopo aver compiuto un fatto del genere. È rimasto schiacciato dalla vergogna". Secondo il sociologo questo "è un caso in controtendenza rispetto a quanto si vede. Normalmente si tende a minimizzare. Prima di Tangentopoli - ricorda - si dice "tanto lo fanno tutti". In questo caso però c’è stata una perdita di identità: "non sono in grado di presentarmi ai miei familiari". Questo suicidio in carcere per La Spina "è segno del fatto che un tessuto di valori morali può anche esserci in una società come quella italiana e in particolar modo meridionale nella quale questi valori sono speso derisi. Il giapponese la cui azienda fallisce talvolta si suicida; negli Usa, nella cultura protestante chi è scoperto con le mani nel sacco, subisce un grosso stigma sociale. Addirittura, sempre negli Usa è terribile copiare un compito o avere l’amante". Secondo il professore quindi "in altre culture questo tipo di reazioni autocensorie rispetto a una colpa grave, ma non gravissima come questa, è normale, in quella italiana no". "Nessuna indulgenza nei confronti della concussione, che è grave indipendentemente dall’importo - ha infine sottolinea La Spina - ma è chiaro che vista la richiesta di una cifra piccola e le caciotte l’allarme sociale è minore rispetto a quello provocato da uno che prende tangente da milioni di euro". (www.guidasicilia.it, 21 marzo 2008)
Suicidio: 25 marzo 2008, Carcere di Opera (MI)
Davide Folli, 27 anni. "In mattinata aveva avuto un colloquio con la madre. Qualche ora dopo, devastato dalla depressione e dai sensi di colpa, si è tolto la vita. Davide Folli, 27 anni, era detenuto nel carcere di Opera dove stava scontando dodici anni per omicidio: il 7 dicembre del 2006 uccise a coltellate la fidanzata, Valentina Colangelo. Alla polizia disse: "Ho dovuto ucciderla, lei era il diavolo". Deliri frutto di un consumo esagerato di cocaina e anfetamine. Per questo l’8 ottobre il giudice dell’udienza preliminare Piero Gamacchio gli riconobbe la seminfermità mentale e la possibilità di trascorrere tre anni in una casa di cura e di custodia. Folli ha approfittato dell’assenza del suo compagno di cella per impiccarsi annodando delle lenzuola. L’agente di custodia che lo sorvegliava è arrivato pochi secondi dopo, lo ha trovato agonizzante e ha tentato di soccorrerlo: ma i massaggi cardiaci degli operatori sanitari del carcere prima e del 118 poi non sono bastati. "La madre è distrutta - dice Roberto Pasella, l’avvocato che assisteva Folli - lui non riusciva a darsi pace, quell’omicidio gli è rimasto dentro, ne era ossessionato. Sebbene soffrisse già da prima di problemi psichici, finito l’effetto dell’anfetamina si era reso conto della follia commessa e non è riuscito a uscirne". Non è la prima volta che nelle carceri milanesi si fa i conti con la morte di detenuti. A novembre del 2006, per esempio, il ventiseienne Samir Akar si è tolto la vita a Bollate, dove altri precedenti si erano già registrati mesi prima. A Opera è il secondo suicidio nel giro di pochi mesi: a fine agosto si è tolto la vita Giuseppe Spera, 69 anni, sostenitore del boss mafioso Bernardo Provenzano. Nessuno, però, accusa di scarsa vigilanza il personale dell’istituto penitenziario. Non lo fa Pasella - "era un soggetto a rischio e veniva seguito ma non si immaginava che potesse compiere un gesto del genere" - e nemmeno Francesco Morelli, del Centro Studi di "Ristretti Orizzonti", che si occupa da anni delle morti in carcere. "Gli agenti - spiega Morelli - di solito fanno tutto il possibile per prevenire i suicidi. Il problema è che manca un trattamento adeguato da parte di professionisti del trattamento. E i soggetti più deboli sono proprio quelli che hanno commesso violenze o omicidi nei confronti di persone alle quali erano legate. In un carcere di Opera, che ospita 1.200 detenuti, servirebbero 20 educatori e invece ce ne sono soltanto 3". Anche Francesco Di Dio, del Sappe, il sindacato di Polizia Penitenziaria, concorda con l’insufficienza di figure professionali. "In questi anni c’è stato un sovraffollamento incredibile di detenuti, il carico di lavoro è aumentato per tutti. E aumenterà ancora con il completamento della nuova sezione del 41 bis". Da maggio l’edificio che già ospita Totò Riina e Salvatore Lo Piccolo potrebbe popolarsi di nuovi boss e rischia di scoppiare. Un possibile nuovo capitolo del "mal di carcere" milanese che ha suscitato a Pasqua l’indignazione del cardinale Dionigi Tettamanzi, raccolta ieri dal presidente della corte d’Appello Giuseppe Grechi durante la presentazione di un libro: "Il carcere milanese di San Vittore è un’autentica vergogna. Me ne vergogno da magistrato e da cittadino". (La Repubblica, 27 marzo 2008)
Suicidio: 28 marzo 2008, Opg di Aversa (CE)
Said Mouaouia, 36 anni. "Detenuto dopo vari tentativi di suicidio, si è impiccato. L’uomo era nato in Marocco, l’1 gennaio del 1972, ed era detenuto nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. In pochi giorni ha tentato più volte il suicidio, cosa che è stata comprovata anche dai segni lasciati sulla pelle. Said, ha tentato prima di tagliarsi le vene, poi di tagliarsi il collo ed infine, ieri mattina, erano le 7.00 circa, ha preso una corda e si è impiccato ad una delle grate delle finestre del reparto psichiatrico dove era detenuto. È il terzo in pochi mesi, anche gli altri due hanno usato lo stesso sistema. Un ambiente duro ed estraneo, dove non si vedono parenti ed amici e tutti preferiscono non ricordarsi di loro. La sofferenza dei giorni trascorsi dietro le sbarre, la consapevolezza del fatto che nessuno può venire a trovarti, perché qui nessuno sa dove sei. I parenti sono lontani e quei pochi che erano qui si sono già dimenticati. La pena per i reati commessi potrebbe essere troppo lunga e difficile da sopportare. È allora che nella mente della persona che già non era integra, si affaccia il desiderio di farla finita. Prima un piccolo pensiero, che diventa sempre più insidioso, crescente, fino a diventare l’ultima cosa che può mettere fine alla sofferenza. E stamattina lo hanno trovato così le guardie ed il personale dell’ospedale psichiatrico di Aversa, con una corda al collo, era spirato. Un altro duro colpo alle guardie, che non sono riuscite ad evitare la tragedia, il suicidio del marocchino ha sconvolto, in fondo è sempre un essere umano anche se detenuto. Un uomo che ha sbagliato e stava pagando per i propri errori. Un giorno sarebbe stato libero ed avrebbe avuto una seconda possibilità. Ma Said una seconda possibilità non se l’è concessa. Il suo corpo è stato trasportato nel reparto di medicina legale dell’ospedale civile San Sebastiano e Sant’Anna di Caserta, su disposizione del sostituto procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, il dottor Antonio Ricci, gli sarà fatta una visita autoptica nei prossimi giorni". (Caserta Oggi, 31 marzo 2008)
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