Dossier: "Morire di carcere"

 

"Morire di carcere": dossier aprile 2008

Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose

 

Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di aprile registra 9 nuovi casi: 6 suicidi e 3 morti per cause non accertate.

 

Nome e cognome

Età

Data morte

Causa morte

Istituto

Valentino Atzori

32 anni

09 aprile 2008

Non accertata

Torino

N.D.B., italiano

25 anni

11 aprile 2008

Suicidio

Larino (CB)

Orazio Cannata

60 anni

13 aprile 2008

Suicidio

Catania (domiciliari)

Antonio Marchesani

57 anni

20 aprile 2008

Suicidio

Torino (domiciliari)

Stefano M.

40 anni

23 aprile 2008

Non accertata

Roma Regina Coeli

Detenuto italiano

60 anni

25 aprile 2008

Suicidio

Verona

Giuseppe Clemente

44 anni

27 aprile 2008

Suicidio

Torino

Orazio Joanna

35 anni

30 aprile 2008

Non accertata

Frosinone

Mihai, rumeno

20 anni

30 aprile 2008

Suicidio

Viterbo

 

Morte per cause non accertate: 9 aprile 2008, Carcere di Torino

 

Valentino Atzori, di 32 anni. "Valentino Atzori, ex tossico, è crollato quando la richiesta di arresti domiciliari è stata respinta. Si sospetta un’overdose accidentale. Valentino Atzori aveva appena saputo che il giudice aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dal suo difensore, l’avvocato Gabriella Vogliotti pochi giorni dopo la sentenza di condanna per rapina impropria: 26 mesi. Senza condizionale. Anche se Valentino era incensurato. Sulla morte del giovane è stata avviata un’inchiesta. L’arresto cardiocircolatorio accertato dal medico del carcere potrebbe essere stato indotto da qualche sostanza. Droga. Il sospetto è legato a una siringa, trovata dagli agenti di polizia penitenziaria non troppo lontano dal corpo di Valentino. Non ci sono ancora elementi che colleghino quella siringa al giovane e alla sua morte. Ma nemmeno il contrario. Una prima indicazione arriverà con l’autopsia e con l’esame tossicologico, che saranno disposti domani dal pm Eugenia Ghi. Il "passaparola" in carcere racconta di un giovane sensibile, con sedici anni di tossicodipendenza superati nei primi mesi in cella, con il programma "a scalare" utilizzato di prassi per avviare il recupero dei detenuti. Nonostante il vizio della droga, non era mai finito in un commissariato, in una caserma e nemmeno davanti a un giudice. Fino a qualche settimana fa. La vicenda è legata alla "spaccata" del finestrino di un’auto in corso Valdocco. Aveva armeggiato con un cacciavite senza successo, poi aveva deciso di rompere il cristallo con un martelletto. Ha infilato mezzo busto per prendere due cellulari nel portaoggetti, ma è stato sorpreso dalla proprietaria dell’auto e dal padre, che sono partiti all’inseguimento. Lui è fuggito. Martelletto, cacciavite e un cellulare sono stati ritrovati sotto l’auto; l’altro cellulare era nelle tasche di Valentino, bloccato da un carabiniere in borghese poco distante dall’auto appena scassinata. Secondo il racconto della proprietaria, il giovane avrebbe scagliato il cacciavite nella sua direzione, come diversivo per la fuga. Tanto è bastato per consentire al pm Antonio Smeriglio di chiedere la condanna a 22 mesi, portata dal giudice Francesco Moroni a 26. Valentino era in cella da sei mesi. Il direttore Claudia Clementi lo aveva inserito nel programma di lavoro in carcere. Lui faceva lo scopino. Mercoledì, aveva fatto il suo dovere, come sempre. Aveva appena portato il sacco dell’immondizia. Poco dopo, il compagno di cella ha dato l’allarme. Erano le 16.45. La cella è vicina all’ambulatorio, il medico è intervenuto subito. Sono valsi a nulla i suoi sforzi di rianimare Valentino, come pure l’impegno dei medici del "118" arrivati pochi minuti più tardi. Quella mattina, Valentino aveva saputo che il giudice aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari. I genitori si erano offerti di ospitarlo a casa e di farlo lavorare nella pizzeria di famiglia, in centro. Ci avevano messo un po’ a decidere. Avevano qualche dubbio sul fatto che il giovane potesse ritornare a drogarsi. Il sospetto è che la delusione possa averlo spinto a cercare la droga anche in carcere. Ma lui non era più abituato e questo potrebbe averlo ucciso. C’è anche l’ipotesi di un malore, magari collegato a problemi al cuore che nemmeno lui sapeva di avere. Autopsia e esame tossicologico sveleranno il mistero. Ma non faranno tornare in vita Valentino". (La Stampa, 14 aprile 2008)

 

Suicidio: 11 aprile 2008, Carcere di Larino (CB)

 

N. D. B., di 25 anni. "Dopo oltre 20 giorni di coma ha cessato di vivere nel reparto di rianimazione dell’ospedale "S. Pio" di Vasto il giovane N. D. B., 25 anni, originario di Castiglione Messer Marino, centro dell’Alto Vastese, che aveva tentato di uccidersi impiccandosi all’interno di una cella del carcere di Larino dove si trovava ristretto per problemi con la giustizia. Il giovane era stato soccorso e trasferito nell’attrezzato reparto dell’ospedale di Vasto dove, però, nonostante le cure dei sanitari, non aveva mai ripreso conoscenza.

N. D. B. era stato arrestato a Parma, città nella quale si era trasferito, per problemi legati allo spaccio di sostanze stupefacenti e per un furto compiuto in un negozio. Anni fa il giovane, assieme al fratello che attualmente risiede in Francia, era stato protagonista di una commovente trasmissione televisiva nel corso della quale assieme avevano raccontato la loro vita di ragazzi abbandonati dai genitori che si erano separati. Secondo indiscrezioni in questi ultimi giorni al capezzale del ragazzo si sarebbe presentato solo il padre che, come la madre, si è risposato ed ha hanno entrambi una nuova famiglia. In tanti compaesani sono giunti da Castiglione Messer Marino a Vasto per rendere omaggio alla salma del giovane esposta nell’obitorio dell’ospedale civile". (Asca, 12 aprile 2008)

 

Suicidio: 13 aprile 2008, Catania (arresti domiciliari)

 

Orazio Cannata, di 60 anni. "Era tornato a vivere con i suoi figli, da pochi mesi, nella stessa casa di Misterbianco nella quale aveva vissuto con la moglie, Concetta Maimone, 51 anni, che dieci anni fa aveva ucciso al culmine di una lite per motivi passionali. Le emozioni, i ricordi, il dolore e il senso di colpa l’hanno sopraffatto e si è suicidato lanciandosi del balcone dell’abitazione.

È morto così ieri pomeriggio, come ricostruiscono alcuni giornali locali, Orazio Cannata, 60 anni. Condannato a 18 anni di reclusione per avere assassinato la moglie il 22 maggio del 1998, nella loro casa, da due mesi era tornato a vive con i figli, che lo hanno sostenuto psicologicamente anche dopo la tragedia. L’uomo, che aveva scontato 10 anni di reclusione, da tempo era detenuto in una comunità di recupero e per la sua buona condotta gli era stato concesso di potere tornare a casa. Ma la vista del luogo della tragedia lo ha evidentemente segnato portandolo a commettere un gesto estremo: ha atteso che i figli uscissero, e quando è rimasto solo si è lanciato dal balcone della sua abitazione al secondo piano di un condominio di Misterbianco. Inutili i soccorsi". (La Sicilia, 14 aprile 2008)

 

Suicidio: 20 aprile 2008, Torino (arresti domiciliari)

 

Antonio Marchesani, di 57 anni. "Antonio Marchesani, 57 anni, anestesista all’ospedale Sant’Anna di Torino, era agli arresti domiciliari con l’accusa di aver palpeggiato alcune pazienti. Ventiquattro ore prima aveva ricevuto la notifica degli arresti domiciliari per violenza sessuale. Oggi, poco prima dell’una e mezzo, Antonio Marchesani, 57 anni, medico anestesista all’ospedale Sant’Anna di Torino, si è tolto la vita, lanciandosi dal decimo piano del suo appartamento in via Nicola Porpora 44. A scoprire il cadavere è stata una vicina di casa che ha dato l’allarme. Quando i carabinieri hanno bussato alla porta della famiglia Marchesani, la moglie e figli erano ignari di quanto fosse accaduto. Pensavano a un controllo legato alla sua condizione di detenuto in casa. L’uomo aveva lasciato un biglietto attaccato al davanzale della finestra da cui si è lanciato: "Vi voglio immensamente bene. Perdonatemi". Secondo gli investigatori l’anestesista sarebbe stato accusato di aver palpeggiato alcune pazienti durante gli interventi all’ospedale ginecologico Sant’Anna. Gli episodi sarebbe stati più di uno nell’ultimo anno, dopo che Marchesani era stato colpito da un grave lutto familiare". (La Repubblica, 21 aprile 2008)

 

Morte per cause non accertate: 23 aprile 2008, Carcere di Regina Coeli (RM)

 

Stefano M., di 40 anni. "L’uomo, invalido al 100%, è morto la notte tra il 22 e il 23 aprile a Regina Coeli dove era da un anno in custodia cautelare: l’uomo, che aveva alle spalle diversi ricoveri in Ospedali Psichiatrici Giudiziari, più volte in carcere aveva avuto comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri e, per questo, dopo essere stato anche ricoverato in osservazione psichiatrica, era da qualche giorno sottoposto a strettissima sorveglianza e guardato a vista. L’agente, poco dopo la mezzanotte del 22 aprile, insospettito dal suo silenzio ha dato l’allarme ma il medico di turno non ha potuto far altro che certificare il decesso. Sul suo corpo è stata poi effettuata l’autopsia ed ora si attendono le conclusioni del medico legale". (La Repubblica, 1 maggio 2008)

 

Suicidio: 25 aprile 2008, Carcere di Verona

 

Detenuto italiano, di 60 anni. "Aveva abusato della bimba che gli era stata affidata per ragioni di disagio sociale per sei anni, da quando lei aveva soli 7 anni fino a quando è arrivata a compierne 13. Forse non ha sopportato il peso enorme della colpa. Forse rinchiuso in quella cella di isolamento del carcere di Montorio, a Verona, ha pensato alla nipote che aveva abusato quando aveva solo sette anni e - con molti anni di ritardo - ha capito per la prima volta l’enormità dei suoi gesti. Forse dietro le sbarre il pensiero è tornato alla sua stessa famiglia, ai figli e alla moglie, al loro senso di vergogna per quello che lui era stato capace di fare. Forse in carcere - questa però è solo un’ipotesi - l’indagato ha subito violenze psicologiche e fisiche.

Non sapremo mai con certezza perché il pensionato sessantenne della Valsugana abbia deciso di togliersi la vita poche ore dopo essere giunto in carcere, arrestato per aver commesso atti sessuali sulla sua nipotina. Di certo c’è che l’uomo è stato trovato all’alba, morto. Per togliersi la vita il pensionato ha utilizzato le lenzuola del letto. All’ufficio matricola, infatti, tutti i detenuti devono lasciare lacci per le scarpe, la cintura e tutti gli oggetti che potrebbero facilitare un suicidio. Ma nel letto c’erano le lenzuola, quella che nei vecchi film vengono annodate e utilizzate per calarsi lungo il muro sono servite all’indagato per togliersi la vita.

L’uomo era in cella da solo perché, come sempre in questi casi, doveva rimanere in isolamento, senza leggere giornali o guardare la tv, fino all’interrogatorio di garanzia. Nella notte è andato nel piccolo bagno annesso alla cella e si è impiccato alle sbarre. Quando gli agenti di polizia penitenziaria lo hanno trovato nel bagno, il detenuto era ormai senza vita. In mattinata il pm di turno della procura di Verona ha condotto un sopralluogo in carcere. Il magistrato ha concluso che si è trattato di suicidio, senza altri retroscena. Per questo la procura scaligera è orientata a non richiedere l’autopsia. Il procedimento giudiziario si chiude dunque per morte del reo. Sulle responsabilità penali del pensionato in verità non c’erano dubbi.

Gli uomini della Squadra mobile avevano raccolto una notevole mole di fonti di prova. Il primo passo in avanti lo avevano fatto grazie ad un’intuizione: quando la ragazza ventenne venne a denunciare di essere importunata via sms da uno sconosciuto, capirono che quello non era solo uno dei tantissimi casi di molestie telefoniche. C’era qualcosa di più. Scavarono aiutati anche dalla ragazza che, vinte paure e pudori, scrisse una sorta di memoriale in cui ripercorse le tappe delle terribili violenze sessuali subite da parte dello zio che dopo tanti anni era tornato alla carica ricattandola. Chiedeva prestazioni sessuali altrimenti avrebbe diffuso le foto che lui le aveva scattato con una molti anni prima, durante i loro "giochi" sessuali.

Quelle foto, però, alla fine si sono rivelate una trappola mortale per lo stesso vecchio zio. Quello ricostruito dagli inquirenti è un vero e proprio racconto dell’orrore, anche perché la bambina viveva già uno stato di difficoltà familiare e per questo era stata affidata allo zio dai servizi sociali. La piccola per un anno rimase insieme al parente. Durante questo periodo la bimba sarebbe stata sottoposta a reiterate violenze sessuali, abusi che l’uomo aveva immortalato in qualche circostanza anche con la Polaroid. Quando la polizia gli è arrivata in casa, gli investigatori hanno trovato nascosta in garage una scatola dei "ricordi": foto, vibratori, mutandine e persino dei biglietti autografi scritti dalla ragazzina. Prove inequivocabili delle violenze. L’uomo è stato dunque arrestato per ordine del gip Marco La Ganga e su richiesta del pm Alessandra Liverani. Condotto nel carcere di Montorio, dove esiste un braccio riservato ai detenuti per resti sessuali, l’indagato si è ucciso durante la prima notte in cella". (L’Adige, 26 aprile 2008)

 

Suicidio: 27 aprile 2008, Carcere di Torino

 

Giuseppe Clemente, di 44 anni. "Si è suicidato in carcere, a Torino, Giuseppe Clemente, 44 anni, di Castelvetrano, insospettabile imprenditore che ebbe un ruolo preminente nei "gruppi di fuoco" dei corleonesi di Totò Riina nel trapanese, condannato all’ergastolo in via definitiva dalla Cassazione nel febbraio del 2004 insieme a Matteo Messina Denaro, ultimo padrino di Cosa Nostra ancora latitante, nell’ambito del maxi processo Omega. Clemente si è suicidato impiccandosi con un lenzuolo ad una finestra, in un bagno del reparto Sestante, la Sezione di "Osservazione e trattamento psichiatrico dei detenuti", dove era ricoverato dal febbraio scorso. Soffriva di disturbi della personalità a causa di una forte depressione ma negli ultimi tempi sembrava avere recuperato i suoi problemi e stava per essere dimesso. Aveva chiesto di andare agli arresti domiciliari ed era in attesa di una risposta dal Tribunale di Sorveglianza. Il suicidio è avvenuto nonostante il reparto fosse controllato da telecamere. L’inchiesta che aveva portato all’ergastolo Giuseppe Clemente prese il via dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Patti, affiliato alla famiglia mafiosa di Marsala. Le sue rivelazioni consentirono di fare luce su una sessantina di omicidi ordinati da Cosa nostra e commessi nel trapanese dal 1960 al 1990". (Ansa, 28 aprile 2008)

 

Morte per cause non accertate: 30 aprile 2008, Carcere di Frosinone

 

Orazio Joanna, di 35 anni. "L’uomo, tossicodipendente, era arrivato nel carcere di Frosinone, il 5 aprile scorso ed è morto ieri mattina nel reparto d’isolamento dell’istituto della città ciociara. Subito dopo essere arrivato a Frosinone, aveva avuto comportamenti violenti e aggressivi, tentando più volte di farsi del male da solo e dando fuoco alla cella. Sembra che la morte di entrambi i detenuti sia stata causata da arresto cardiocircolatorio". (La Repubblica, 1 maggio 2008)

 

Orazio, morto in cella d’isolamento; com’è successo?

 

“Cara Radiocarcere, sono detenuto nel carcere di Frosinone. Insieme ai miei compagni abbiamo deciso di scriverti per informarti su cosa è successo a Orazio Joanna, che era detenuto con noi. Dico “era”, perché il 29 aprile Orazio è morto. Il suo corpo è stato trovato dentro la cella di isolamento, dove stava rinchiuso. Orazio aveva 35 anni. Sui giornali abbiamo letto degli articoli in cui si diceva che Orazio si era fatto male da solo. Ma questo non sembra sia vero. Infatti, noi detenuti di Frosinone abbiamo saputo che Orazio è morto perché picchiato a sangue, mentre era nella cella di isolamento. Siamo disperati per quello che è successo e vorremo che si facesse chiarezza. Chiediamo solo che un’inchiesta possa rispondere alla domanda: come è morto Orazio? Troppo spesso il carcere protegge le sue ingiustizie. Un luogo dove si sconta una  pena, che è diventato luogo di impunità. Grazie Riccardo per averci dato voce. (www.radiocarcere.com, 23 giugno 2008)

 

Suicidio: 30 aprile 2008, Carcere di Viterbo

 

Mihai, detenuto romeno di 21 anni. "Si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. È accaduto nella tarda serata di ieri l’altro al carcere Mammagialla di Viterbo. Vittima Mihai, un giovane romeno (era nato l’1 gennaio dell’88) residente nella Tuscia che era detenuto nel carcere viterbese dove doveva scontare un breve periodo di pena per una tentata rapina. Sentenza emessa dal Tribunale di Viterbo alla quale il giovane si era appellato. Verso le 21 la macabra scoperta. Gli agenti addetti al controllo passando nuovamente davanti alla sua cella e non vedendolo sul letto hanno voluto vederci chiaro. Un ulteriore controllo da un altro spioncino ha permesso di constare che il ventenne romeno giaceva esanime con un laccio ricavato dal lenzuolo intorno al collo. I soccorsi sono stati immediati ma per il poveretto non c’era più nulla da fare. Dopo le formalità di rito, protrattesi fino a notte inoltrata, la salma del giovane detenuto è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale di Civita Castellana dove, su disposizione del magistrato inquirente, verrà eseguita l’autopsia. Un gesto inatteso quello di Mihai che ha colto di sorpresa tutti quelli che lo conoscevano come una persona molto tranquilla. E anche a Mammagialla non aveva mai creato problemi a nessuno". (Liberazione, 1 maggio 2008)

 

Lazio: Stefano, Mihai e Orazio, 3 detenuti morti in sette giorni

 

"Sono morti nel giro di una settimana all’interno di tre carceri del Lazio, Frosinone, Viterbo e Regina Coeli, ed avevano una cosa in comune: erano affetti da gravi problemi psichici. La notizia del duplice decesso è stata resa nota dal Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni. Stefano M., 40 anni, invalido al 100%, è morto la notte tra il 22 e il 23 aprile a Regina Coeli dove era da un anno in custodia cautelare. Stefano (con diversi ricoveri in ospedali giudiziari alle spalle) aveva avuto comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri e, per questo, dopo essere stato anche ricoverato in osservazione psichiatrica.

Orazio I., 35 anni, tossicodipendente, era arrivato nel carcere di Frosinone, proveniente da Regina Coeli, il 5 aprile scorso. È stato trovato senza vita l’altro ieri mattina nel reparto d’isolamento. Subito dopo essere arrivato a Frosinone, aveva avuto comportamenti violenti e aggressivi, tentando più volte di farsi del male da solo e dando fuoco alla cella.

Si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. È accaduto nella tarda serata di ieri l’altro a Mammagialla. Vittima Mihai, un giovane romeno (era nato il 1° gennaio dell’88) residente nella Tuscia che era detenuto nel carcere viterbese dove doveva scontare un breve periodo di pena per una tentata rapina. Sentenza emessa dal Tribunale di Viterbo alla quale il giovane si era appellato. Verso le 21 la macabra scoperta. Gli agenti addetti al controllo passando nuovamente davanti alla sua cella e non vedendolo sul letto hanno voluto vederci chiaro. Un ulteriore controllo da un altro spioncino ha permesso di constare che il ventenne romeno giaceva esanime con un laccio ricavato dal lenzuolo intorno al collo. I soccorsi sono stati immediati ma per il poveretto non c’era più nulla da fare. Dopo le formalità di rito, protrattesi fino a notte inoltrata, la salma del giovane detenuto è stata trasferita all’obitorio dell’ospedale di Civita Castellana dove, su disposizione del magistrato inquirente, verrà eseguita l’autopsia. Un gesto inatteso quello di Mihai che ha colto di sorpresa tutti quelli che lo conoscevano come una persona molto tranquilla. E anche a Mammagialla non aveva mai creato problemi a nessuno". (Liberazione, 2 maggio 2008)

 

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