Dossier carceri 2000 di "Nessuno tocchi Caino"

Viaggio tra l’illegalità del sistema penitenziario italiano

 

 

Visita al Carcere di Secondigliano (Napoli) - Domenica, 18 giugno 2000

(Maurizio Turco, Europarlamentare della Lista Bonino; Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino)

 

 

Nel carcere di Secondigliano c’erano al 30 aprile 2000 1.347 detenuti, in un carcere che può contenerne 732. Il problema del sovraffollamento è stato risolto mettendo i letti a castello.

Concentriamo la nostra visita nel reparto dei detenuti sottoposti all’Art. 41 bis (limitazione nei colloqui, nella corrispondenza, nella possibilità di ricevere pacchi viveri dai parenti, nella socialità; solo vitto dell’amministrazione, nessuna possibilità di prepararsi il cibo da soli,eccetto il caffè concesso di recente). Sullo stesso piano, due sezioni divise da un cancello, 13 detenuti in tutto: in linea di massima, da una parte i cinque condannati all’ergastolo con la pena aggiuntiva dell’isolamento diurno, non possono incontrare gli altri detenuti, dall’altra gli altri otto che possono "fare socialità" in cella o all’aria. È l’unico reparto dove non esiste il problema del sovraffollamento. Se vogliono, possono fare anche quattro "ore d’aria", ma molti vi rinunciano perché significa andare in un cubicolo della stessa dimensione della cella, posto in esatta corrispondenza della stessa ma su piano inferiore: in pratica una fossa che si può vedere dalla propria cella con muri di cemento armato alti quattro metri che d’estate diventa un forno. Molti preferiscono restare in cella durante l’ora d’aria, perché è più fresca e da dove si può vedere, seppure attraverso le sbarre, un po’ d’orizzonte.

Cella di Laudani Sebastiano, catanese, 75 anni, da otto anni in carcere, da due anni in regime di 41 bis, reiterato di semestre in semestre con le stesse motivazioni, un colloquio al mese col vetro divisorio antiscasso. Si regge ad un bastone per femore ed un menisco rotti da un calcio di mulo quando era fuori. Diabetico e cardiopatico, gli hanno diagnosticato in carcere una epatite che non sa come può aver preso. Ma il suo problema più grave lo ha alla prostata e alla vescica dove una radiografia ha segnalato

la presenza di un calcolo "grande come una noce". "Urino sangue", e fa vedere un bicchiere di plastica con un liquido marrone. Sei mesi fa ha fatto istanza per essere operato, "ma non mi hanno ancora risposto".

Cella di Vincenzo De Michele, dimostra una quarantina d’anni, condannato all’ergastolo e all’isolamento diurno, da otto anni in 41 bis, in pratica da quando è stato instaurato, in una notte dell’estate del ‘92, dopo l’attentato al giudice Borsellino, e reiterato automaticamente dal Tribunale di Sorveglianza di sei mesi in sei mesi. Due anni fa, quando era a Rebibbia e aveva problemi agli occhi, gli avevano diagnosticato una congiuntivite trattata col collirio. Arrivato a Secondigliano, era quasi cieco, ed è stato operato per distacco della retina e cateratta nell’agosto del ‘99. Cella di Paolo Di Giacomo, condannato all’ergastolo e all’isolamento diurno, da un anno e 14 mesi a Secondigliano, da otto anni in carcere, tutti passati in regime di 41 bis. Soffre d’ansia e di claustrofobia. "Soprattutto d’estate, e non riesco a fare i colloqui, perché la sala con il vetro divisorio fino al soffitto, e l’unica presa d’aria è dalla parte dei parenti". La terapia per la sua ansia consiste in 3 pasticche di "Prazene 10" al giorno. Un suo computato, Vincenzo Spina, 31 anni, si è impiccato nella sua cella del reparto "G7" di Rebibbia, anche lui in regime di Art. 41 bis. Stava scontando una pena all’ergastolo per omicidio. Salvatore Cardillo e Antonio Perrone sono da otto anni in 41 bis. Il primo fa vedere l’ennesimo decreto di rinnovo del 41 bis emesso nei suoi confronti dal Ministro della Giustizia. I precedenti penali ne costituiscono la premessa; le note informative di Polizia, Carabinieri, Direzione Investigativa Antimafia, Direzione Nazionale Antimafia, Procura Distrettuale della Repubblica di Napoli, tutte concordano nel dire che "dall’attività informativa svolta non sono stati acquisti elementi tali da escludere l’attualità della sua pericolosità sociale e dei collegamenti con i gruppi criminali".

"Non si può escludere", è la formula che vale per tutti, e con questo si giustifica il rinnovo del 41 bis ogni sei mesi. "Se uno ha un avvocato serio, può avere speranza che glielo tolgano".

Cella di Emanuele Mazzola, 60 anni, di Palermo, condannato all’ergastolo, anche lui da otto anni in 41 bis. È stato operato "otto volte" per un cancro alla vescica. La moglie è morta nel ‘94. È visibilmente un uomo depresso, si mette a piangere, vorrebbe poter abbracciare i suoi nipotini, ma il regime del 41 bis non lo consente. Non ce lo vediamo nelle vesti del capomafia.

Mentre andiamo via da questo reparto di 13 detenuti desaparecidos del regime del 41 bis, passiamo davanti alla sezione dove sono detenuti circa 300 imputati o condannati in base all’art. 416 bis, organizzazione mafiosa. "Quelli davvero pericolosi stanno in questo reparto, non nel braccetto dei 41 bis", ci confida l’ispettore che ci accompagna nella visita.

Il Centro Clinico del carcere di Secondigliano ha 86 detenuti, tra cui 29 sieropositivi e, in una sezione a parte, 20 sottoposti al 41 bis, tra cui risuonano nomi famosi come Salvatore Biondo, Francesco Madonia, Bernardo Emanuele Brusca, Francesco Albanese, Giuseppe Piromalli, Vincenzo Morabito, Antonio Geraci. Sono i 41 bis con problemi gravi di salute, arrivati dai vari "braccetti" speciali nel centro clinico più attrezzato e più sicuro del sistema penitenziario italiano. Ma delle 3 sale operatorie superattrezzate nessuna è in funzione, e i detenuti trasferiti qui magari per essere operati, attendono un tempo lunghissimo per un ricovero in un ospedale esterno.

Cella di Salvatore Enea, sulla sedia a rotelle in un camerone del Centro clinico, anche lui sottoposto al 41 bis e in attesa dell’ennesimo rinnovo, ma a lui è successo qualcosa di particolare: alla fine di giugno gli sarebbero scaduti i sei mesi di proroga; tempo fa aveva fatto istanza per la revoca, ma l’udienza al Tribunale di Sorveglianza gli è stata fissata per il 2 ottobre. Gli è già successo un’altra volta, e non è un caso isolato, che il Tribunale non faccia in tempo a discutere il ricorso del detenuto sul semestre precedente che già è arrivata la proroga per altri sei mesi.

Nella stessa cella c’è Remingo Iamonti, in 41 bis da un anno, anche se non è stato neanche condannato in primo grado. In un’altra cella del Centro Clinico, c’è Alfio Laudani, figlio di Sebastiano, che avevamo visitato nel primo reparto, anche lui in 41 bis. Ha un detenuto extracomunitario che si prende cura di lui, lo imbocca, gli cambia il pannolone in cui raccoglie feci e urina, lo lava. È da un anno al centro clinico, sempre nella stessa condizione: non parla con nessuno, è a letto, con le lenzuola tirate sopra la testa.

Prima visita al Carcere di Poggioreale (Napoli) - Domenica, 18 giugno 2000

(Maurizio Turco, Europarlamentare della Lista Bonino; Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino)

 

Seconda visita al Carcere di Poggioreale (Napoli) - Mercoledì, 28 giugno 2000

(Parlamentari Europei delle Lista Bonino: Maurizio Turco, Marco Cappato, Olivier Dupuis, Benedetto Della Vedova Senatore Lista Pannella: Pietro Milio. Accompagnatori: Sergio D’Elia, Rita Bernardini, Ernesto Caccavale, Fabrizio Starace, Antonio Cerrone, Martina Graziani, Giovanni Parisi, Antonio Nobile, Amedeo Barletta).

 

Nel carcere di Poggioreale vi erano al 27 giugno 2000 1974 detenuti in un carcere che in condizioni normali potrebbe accoglierne 1200 ma, essendo in ristrutturazione il padiglione "Milano", la capienza è di 900 persone.

Ogni giorno "entrano" in media 35/40 carcerati e ne escono qualche unità in meno: il numero della popolazione complessiva è quindi destinato, secondo i dati attuali, a crescere. 440 sono i tossicodipendenti da eroina dichiarati. 40 i sieropositivi accertati; 7 i malati in AIDS conclamata. Solo 2 sieropositivi non sono tossicodipendenti. Le cifre relative all’infezione da HIV sono sicuramente sotto stimate, poiché‚ i detenuti che si sottopongono al test sono solo il 40 %.

Non esiste un SERT interno al carcere: il personale del SERT di zona si reca a Poggioreale 3 volte a settimana. Non esiste trattamento metadonico. "Il DAP ne è a conoscenza", afferma la dott.ssa Abate, una delle vicedirettrici che precisa "per superare la crisi di astinenza si fa uso di Benzodiazepine, Valium, camomilla e qualche doccia... le docce sono utilissime! Il trattamento sanitario e psicologico è intenso, i tossicodipendenti non sono abbandonati a loro stessi; abbiamo 21 psicologi e 4 psichiatri".

Al padiglione Roma, i tossicodipendenti sono 220, altri sono dislocati negli altri reparti.

Gli extracomunitari sono solo il 15% perché Napoli per la grande massa che raggiunge l’Italia è considerata una città di passaggio. I detenuti ammessi al lavoro in carcere sono solo 270: vivandieri, barbieri, portaspesa, scopini, idraulici, elettricisti, queste le professioni che ho registrato.

La visita ha interessato i Padiglioni Napoli, Avellino, Salerno ed il Centro Clinico. Il regime interno a Poggioreale è, a dir poco, militaresco. In un corridoio incontriamo un gruppo di reclusi in fila per uno con le mani dietro la schiena. Le mani dietro la schiena, è un comportamento a cui sono tenuti i detenuti quando escono dalla cella per andare all’aria, alla doccia, al colloquio, dal medico, in matricola: camminare senza volgere lo sguardo verso altri detenuti.

"Le mani dietro la schiena e in piedi", anche quando passa la conta, tre volte al giorno, aspettando in questa posizione tutto il giro del padiglione, tre piani, sia completato. Quando escono dalla cella e durante le conte, i detenuti sono obbligati a indossare pantaloni lunghi, anche d’estate. Molti detenuti raccontano dell’esistenza di una "cella zero", al piano terra di ogni padiglione, dove alcuni di loro sono stati picchiati, "fino ad un mese fa succedeva spesso, ora non più". Dalla "cella zero" passano soprattutto i cosiddetti "nuovi giunti" (quelli appena arrestati), di solito per reati minori, non certo quelli imputati di 416 bis.

S.E., la prima volta a Poggioreale, ha raccontato di aver preso schiaffi e calci già dalla matricola. Anche a Poggioreale, il problema del sovraffollamento è stato risolto coi letti a castello, con letti fino a tre livelli, l’ultimo rasenta il soffitto, per "passeggiare" in cella si fanno i turni. In una cella del piano terra sono stipati in nove e sono tutti arabi.

In un’altra, più piccola, sono in cinque e sperano tutti che vada in porto un provvedimento di clemenza: "siamo in ansia". Cucinano loro e ordinano la spesa allo spaccio interno, dove i prezzi sono il doppio di quelli dei supermercati per alimenti di seconda scelta. Dato comune a tutte le celle è che il "gabinetto" è nello stesso piccolo vano "cucina". L’aria è pesante e vomitevole. Hanno poca speranza che le cose possano migliorare. Cosa faranno una volta usciti? Uno risponde che tornerà a fare il muratore, un altro il pescivendolo e il terzo risponde con un guizzo negli occhi, "il politico".

Il cambio di lenzuola è una volta ogni quindici giorni; la doccia solo due volte a settimana; l’acqua calda non c’è e se la procurano scaldando l’acqua con i fornelli alimentati da bombolette di gas; l’ora d’aria, mattutina e pomeridiana, andrebbe ribattezzata "tre quarti d’ora d’aria". Se vanno all’aria, quel giorno saltano doccia, visita medica, modello 13 (pratiche giudiziarie). Così pure quando hanno il colloquio.

In una cella del terzo piano, alcuni detenuti dicono che, chiusi 22 ore al giorno, non possono nemmeno giocare a dama perché gliela sequestrano, così come qualsiasi tipo di gioco. Guardano la televisione che viene spenta per tutti a mezzanotte e, se il volume è un po’ alto, gli viene tolta (fatto confermato da molti altri detenuti). Un ragazzo ha un piede che si è rotto "per un incidente sul lavoro" prima dell’ingresso in carcere: "dovrei stare al piano terra... questo piede che è gonfio non me l’ha visto nessuno e dovrei fare un altro ciclo di dieci terapie, ma nessuno mi chiama, nonostante io abbia fatto la domandina". Un altro ragazzo tossicodipendente è dentro per l’art. 73 della legge Jervolino - Vassalli; l’hanno preso con 23 grammi di fumo ed è affetto da epatite cronica; per superare la crisi d’astinenza gli hanno dato 20 gocce di Valium. Un detenuto ci dice che per fare l’estrazione di un dente ha dovuto aspettare un mese e mezzo.

In un’altra cella del terzo piano sono in sei. "Non ci danno una mazza", dice un componente della cella dove ognuno può usufruire di un metro quadrato per 22 ore al giorno. "Mazza" nel vero senso della parola perché devono mantenere l’igiene con un mozzicone di scopa e con una paletta microscopica. Fra di loro ci sono malati infettivi: "rischiamo noi, ma soprattutto rischiano i nostri figli quando li abbracciamo ai colloqui"; colloqui che si svolgono in tali condizioni di disagio che - come afferma sconsolato un detenuto - "non riusciamo a dire niente". Un ragazzo ha presentato da nove mesi la "domandina" per poter lavorare in carcere, ma non ha ottenuto alcuna risposta. Nella stessa cella, un mese prima, un detenuto ha tentato di impiccarsi proprio al cancello attraverso il quale ci parliamo, nel punto più alto. Lo hanno salvato i compagni di cella e, poi, è stato trasferito. "Se non avessi figli - dice il padre di un bambino di un anno e di una bambina di tre - farei anch’io la stessa cosa".

Attraverso un finestrone che da sul cortile dell’aria, parliamo con un gruppo di detenuti che cercano disperatamente di recuperare un pallone finito su una tettoia. "Quando succede, passa un mese prima che ce lo ridanno". Nell’angusto spiazzo di cemento non c’è nemmeno una pianta, né un bagno, né acqua.

In un altro cortile, sono in più di cento in 150 metri quadrati di cemento e devono sincronizzare lo "struscio" per non "intrupparsi". Fra loro c’è un ragazzo di appena 18 anni. "Così segregati la nostra vita è disumana. Siamo quasi tutti detenuti in attesa di giudizio".

In una piccola cella vivono tre cardiopatici gravi che si lamentano per le scarse cure ma, soprattutto, perché "c’è poca aria". Per il "sopravvitto" spendono dalle 150 alle 200.000 lire a testa a settimana. In una cella più grande, 20 metri quadrati, vi sono 10 persone e 5 letti a castello. "Siamo in una situazione sanitaria drammatica. Siamo niente, qui non possiamo recuperare, ma solo impazzire." Sono tutti con residui pena brevissimi, tranne uno che deve scontare 8 anni.

In una cella del "Padiglione Avellino", c’è un avvocato palermitano, T.Z., di sessant’anni. I suoi occhiali sono letteralmente due fondi di bottiglia. Un grado fra tutti e due gli occhi. È in una cella quattro metri per quattro con un altro detenuto. Non esce mai dalla cella ed essendo quasi cieco, non può né leggere né guardare la televisione; per motivi economici incontra i familiari due e non quattro volte al mese: gli spostamenti da Palermo a Roma, infatti, sono molto costosi. È dentro per tentato omicidio e deve scontare in tutto 10 anni. Si professa innocente, ma si è costituito appena ha saputo di essere ricercato.

Mostra meraviglia quando gli comunichiamo che è presente anche il Direttore che incontra così per la prima volta; coglie con cortesia l’occasione per dirgli che, nonostante gli ottimi rapporti con il personale di custodia, trova profondamente ingiusto che gli siano affibbiate, oltre a quelle della detenzione, le ulteriori sofferenze descritte.

Il Centro clinico di Poggioreale è l’unico reparto dove non ci sono letti a castello, le condizioni sanitarie sono decenti, il cambio lenzuola è una volta la settimana, le docce due volte come negli altri reparti. Ma i detenuti si lamentano per un vitto schifoso e, spesso, non corrispondente alla dieta speciale prescritta dal medico. Un detenuto, D.A., privo di colon e di milza per le ferite riportate dopo un conflitto a fuoco, "da otto mesi mangia solo riso, ed è 20 chili sotto peso". Un altro detenuto ha rifiutato il vitto del giorno, "una brodaglia che non darei neanche al mio cane", e la verdura che "doveva essere bieta, ma era una matassa d’erba che non avrebbe mangiato neanche un cavallo". C’è un solo infermiere per 50 detenuti e per i farmaci il carcere ha da rispettare un tetto spesa, superato il quale i detenuti, a parte i farmaci da terapia, devono comprarsi gli extra di tasca propria.

Visite nelle carceri di Regina Coeli, Rebibbia maschile e femminile - Più volte nel mese di giugno e luglio 2000

(Europarlamentari radicali: Marco Pannella, Maurizio Turco, Marco Cappato, Benedetto della Vedova

Senatore Piero Milio della Lista Pannella, Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino e Rita Bernardini del Partito Radicale)

 

La capienza del carcere di Regina Coeli è di 850 detenuti, ma, considerando i due reparti in ristrutturazione (la II e la VI Sezione), la capienza massima è di 700 carcerati; ve ne sono reclusi, invece, 931; i detenuti in attesa del 1° giudizio sono più del 50% e solo 20 sono i "definitivi"; ogni giorno escono dal carcere circa 15 detenuti, ma ne entrano almeno tre in più; al 31 dicembre ‘99 i detenuti tossicodipendenti erano 717 di cui 417 extracomunitari, 5 i sieropositivi, 2 in AIDS conclamato; dei 400 che tra il ‘98 e il 99 hanno accettato di sottoporsi alle analisi per l’HIV, più del 10% (43) si sono rivelati sieropositivi e di questi, 11 in AIDS conclamato; attualmente la percentuale degli extracomunitari è attorno al 65%, mentre quella degli internati per reati che hanno a che vedere con le sostanze stupefacenti è dell’80%; negli ultimi due anni si sono registrati 5 suicidi, di cui 2 quest’anno.

Nonostante l’imbiancatura delle pareti d’ingresso e degli uffici, dovuta, presumibilmente, alla visita del Papa, tutto è fatiscente nel vecchio istituto penitenziario.

I detenuti "lavoranti" sono 160 su 931; tutti, tranne 9 che operano nella falegnameria, svolgono occupazioni che riguardano la vita in galera; eseguono mansioni di inservienti, cucinieri, elettricisti, imbianchini, etc.. La tipografia, che è stata ristrutturata assieme alla falegnameria, non può al momento occupare alcuno perché non sono stati ancora fatti i necessari collaudi.

La condizione di vita e di lavoro degli agenti di custodia non è meno grave. "Il nostro è un lavoro usurante - ha detto uno dei rappresentanti sindacali del corpo degli agenti di polizia penitenziaria - perché‚ rischiamo continuamente di prendere malattie infettive quali la TBC, la scabbia o l’HIV, e siamo sottoposti ad uno stress emotivo molto intenso come quando - e accade spessissimo - dobbiamo tenere a bada per 8 ore consecutive 50 detenuti". Gli agenti chiedono un riordino della carriera (il provvedimento già in discussione in parlamento, deve marciare - affermano - assieme a quello di amnistia-indulto), nuove assunzioni, aumenti degli stipendi che oggi sono identici a quelli degli agenti di P.S., una formazione professionale che oggi non si fa per mancanza di personale.

Nella nottata di lunedì 17 luglio è morto Gianfranco Cottarelli, il detenuto che domenica 16 aveva portato il Pastorale di Giovanni Paolo II per l’intera durata della Santa Messa tenuta nell’istituto penitenziario di Regina Coeli,un altro è entrato in coma e quattro sono stati ricoverati.

L’11 agosto, nuova visita a Regina Coeli

 

La situazione è drammatica, soprattutto nella prima sezione, dove sono detenuti i "primi giunti" (quelli

appena arrestati). Dovrebbero restare lì il tempo necessario al magistrato per fare i primi interrogatori, dopo di che vanno spostati in altre sezioni. Ma il carcere è pieno e quindi anche la prima sezione va utilizzata. In celle che dovrebbero accogliere 3-4 persone ce ne stanno nove. Ci sono letti a castello di tre piani. L’ultimo letto è immediatamente sotto il soffitto. Le finestre, due, oltre alle sbarre, hanno una grata molto fitta che non fa filtrare luce e aria. Sulla facciata esterna di un’ala del braccio stanno facendo lavori di ristrutturazione. Da quel lato il buio e la mancanza d’aria nelle celle sono ancora più drammatici. La luce artificiale è accesa anche in pieno giorno. Non c’è spazio per armadietti e pensili, quindi la roba dei detenuti è ammucchiata sotto i letti. I gabinetti sono orribili, e nello stesso, piccolo vano bagno, su un tavolino ci sono fornelletti e pentole e si cucina in un puzzo insopportabile.

"La riduzione a non meno di un’ora d’aria al giorno, dovuta a motivi eccezionali, deve essere limitata a tempi brevi e disposta con provvedimento motivato del direttore dell’istituto", è quanto dice il regolamento carcerario. A Regina Coeli, i detenuti ci hanno raccontato che l’ora d’aria è di mezz’ora e da molto tempo. Qualcuno ci ha detto che al massimo si fanno venti minuti d’aria al giorno. Il resto del tempo lo passano chiusi in cella. Stesi sui letti, perché in terra non c’è spazio per tutti. A Regina Coeli, non si riesce a garantire nemmeno un’ora d’aria; di attività ricreative, di studio, di formazione professionale non se ne parla neanche.

Nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso (maschile), ci sono 1.600 detenuti, per una capienza di 900. I "lavoranti" sono 330. Il 25% sono extracomunitari. C’è solo un educatore ogni 230 detenuti, per 40 ore al mese di lavoro. È il carcere che ha promosso la protesta per l’indulto: 450 detenuti in sciopero della fame per una decina di giorni. Nel Reparto G9, si sono registrate "provocazioni" da parte di alcuni agenti, che durante le perquisizioni avrebbero calpestato lettere e foto di familiari di detenuti.

Nel Reparto G14, sarebbero state effettuate perquisizioni anali ai tossici in crisi d’astinenza appena arrestati. I detenuti lamentano l’eccessiva discrezionalità nell’applicazione dei benefici da parte dei magistrati di sorveglianza. Le pene in Italia sono tra le più alte in Europa, perché – si pensa – "tanto poi c’è la Gozzini". Ma la legge Gozzini e la legge Simeone non sono applicate. Nonostante ogni anno siano circa 18.000 i detenuti con pene inferiori ai tre anni, la Legge Simeone che dovrebbe render loro più agevole l’alternativa al carcere, non viene applicata: solo 1.184 persone ne hanno usufruito negli ultimi due anni. Nonostante la popolazione detenuta sia aumentata di molto nell’ultimo anno, gli ammessi ai benefici e alle misure alternative al carcere previsti dalla Legge Gozzini, dal ‘98 al ‘99, sono diminuiti di 4.450 unità. "Noi siamo dentro per non aver rispettato le regole della società. Comincino anche loro a rispettare le leggi che loro stessi si sono date", ha detto un detenuto. Critici anche nei confronti del nuovo regolamento penitenziario, appena annunciato dal Governo: "Hanno scoperto l’acqua calda", ha detto un detenuto, riferendosi a una delle tante novità.

"Per applicarlo realmente, occorrerebbe svuotare il carcere di tutti detenuti per fare i lavori di ristrutturazione: tubature, impianti elettrici, docce", ha detto un ispettore. Con 54.000 detenuti, è impossibile. Un’altra riforma, quindi, che rimarrà sulla carta. Il sovraffollamento si ripercuote anche sulla possibilità di fare colloqui: ore di fila dei familiari prima di riuscire ad entrare in una sala colloquio dove l’incontro coi parenti si svolge in una bolgia infernale (a Rebibbia non si fanno colloqui la Domenica). Nel Reparto G12, un detenuto, Benedetto Spataro, ha un problema ad una gamba che rischia di andare in cancrena. Il 20 maggio scorso, un uomo di 31 anni, Vincenzo Spina, si è impiccato nella sua cella del Reparto G7 dove si trovano i detenuti in regime di Art. 41 bis (altissima sorveglianza e contatti limitati). Stava scontando una pena all’ergastolo per omicidio. Il suo "fine pena: mai", si è risolto nell’arco di dieci anni.

Nel carcere di Rebibbia femminile, le detenute sono 319 per 280 posti effettivi, di cui 180 straniere, 100 le lavoranti, 65 le tossicodipendenti. Il sovrappopolamento l’hanno risolto con letti a castello: ce ne sono anche quattro a due livelli in celle che potrebbero al massimo tollerare 4 detenute. Molte detenute lamentano la "latitanza" del magistrato di Sorveglianza. Una detenuta della massima sicurezza racconta che un magistrato di sorveglianza ha candidamente ammesso che lui "non conosce la misura alternativa della liberazione condizionale. "Bisogna andare a Venezia o a Firenze per avere una qualche speranza che venga presa in considerazione". Nonostante in carcere vi siano, in un dato giorno dell’anno, mediamente circa 14.000 condannati definitivi che hanno da scontare meno di due anni di pena, i Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia, stando ai dati del 1998, hanno trattato soltanto 1.190 richieste di liberazione condizionale, e ne hanno accolte solo 98. Una signora di circa quarant’anni condannata per assegni a vuoto e conseguente ricettazione (in tutto sette milioni di truffa) è stata condannata a 17 anni, ha 2 figli morti in un incidente stradale mentre lei era in galera; 1 figlia cerebrolesa; un’altra bambina di 4 anni affidata per il momento alla sorella e nonostante questa tragica situazione non riesce ad ottenere alcun permesso. Le più penalizzate dalla mancata applicazione di legge Gozzini e legge Simeone sono le detenute extracomunitarie. Una detenuta sudamericana ha affermato che la maggior parte delle extracomunitarie non può usufruire degli arresti domiciliari perché non ha una casa. Avendo l’espulsione garantita a fine pena, disposta in sentenza o come misura di polizia, ed esclusa ogni speranza di reinserimento in Italia, a queste detenute "ad alto rischio di fuga", sono preclusi i benefici previsti dalla legge penitenziaria. Per educatori, direttori di carcere e magistrati di Sorveglianza, queste detenute è come se non esistessero.

Angela Aricò Carlini ha oltre settant’anni ed è a Rebibbia dall’ottobre ‘98, proveniente da una prigione federale americana dove dal 1990 scontava una sentenza a 19 anni e dieci mesi. Le autorità consolari italiane l’avevano convinta a tornare in Italia, in applicazione della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate. "Perché le leggi italiane sono più umane e con molte alternative al carcere", le avevano spiegato. In Italia, avrebbe usufruito di tutte le cure necessarie al suo

stato di salute. "Disgraziatamente, i funzionari italiani all’estero non hanno nessuna idea del sistema carcerario in Italia, ed io sono amaramente pentita di essere ritornata. Anche se in America non sarei mai arrivata al mio fine pena, almeno avrei trascorso gli ultimi anni di vita in condizioni più comode: avevo una stanza per due persone, mai chiusa, con il bagno, letto ospedaliero, aria condizionata, macchina per lavare ed asciugare il mio bucato, dieta speciale per cardiopatici, tutte le medicine, anche le più care, pagate dalla prigione. Invece, qui a Rebibbia, dormo in un letto che ha aggravato le condizioni già precarie della colonna vertebrale e devo fare il mio bucato a mano. Mi trascino nei lunghi corridoi di Rebibbia e ho paura a scendere e salire le scale. L’artrite reumatoide non mi da tregua e devo ricorrere a farmaci per poter dormire almeno tre o quattro ore a notte. Gli specialisti hanno detto che il mio stato di salute è incompatibile con la detenzione, ma per due volte il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l’istanza di differimento pena o gli arresti domiciliari. A volte mi domando come una ultrasettantenne possa rappresentare un pericolo per la sicurezza dei cittadini".

Nel carcere dove è scoppiata la "rivolta" a maggio, la tensione rimane altissima. Il 29 giugno, si è sfiorata la tragedia in una sezione dove era stato appiccato il fuoco. "Qui è un inferno! – hanno scritto le detenute in una lettera arrivata l’11 luglio al Partito Radicale - Tutti sanno ma nessuno si prende la responsabilità del problema. Questa palla rovente viene tirata da un campo all’altro. Perché volete che esploda? Basta non l’ipocrisia! Le decisioni vanno prese e presto". Firmato: Tante urla di detenute.

Visite nelle carceri di Bologna, Ferrara e Rimini - 18 giugno 2000

(Benedetto della Vedova, europarlamentare della Lista Bonino)

 

Nel carcere di Bologna, al 18 giugno, risultavano presenti 819 (767 m e 52 f) detenuti, rispetto ad una capienza di circa 700 - per altro ottenuta raddoppiando i posti letto rispetto alla capienza progettata. In alcuni casi si è arrivati anche a 998 detenuti. I detenuti con condanne definitive sono 319, mentre gli ammessi al lavoro esterno sono complessivamente 18. Gli stranieri, quasi tutti extra comunitari, sono circa il 40% per lo più raggruppati secondo la nazionalità o la " affinità " religiosa e culturale.

I detenuti tossicodipendenti sono 120, di cui 20 affetti da AIDS; la maggioranza dei detenuti non si sottopone al test HIV. I lavoranti all’interno del carcere sono circa 120. Si segnalano numerosi atti di autolesionismo, specie tra gli extracomunitari. Gli agenti di custodia sono 500, di cui 100 assegnati alle traduzioni e ai piantonamenti. Gli educatori sono 10, più un capo area e 4 psicologi. I volontari ex art. 17 sono circa 150 e a rotazione svolgono attività all’interno della struttura. Sono stati allestiti "spazi verdi" di buona qualità per i colloqui con i familiari.

Nel carcere di Ferrara sono detenute 304 persone per una capienza di 215, tutti uomini, di cui 52 collaboratori di giustizia, alloggiati nella ex sezione femminile. I "definitivi" sono 197. I detenuti tossicodipendenti sono 86 di cui 6 sieropositivi. Solo nove detenuti godono della semilibertà. Al lavoro interno sono ammessi circa 40 detenuti, ma per un orario di sole tre ore giornaliere (tranne poche eccezioni). Gli agenti di custodia in servizio sono in totale 210, di cui 19 impegnati nelle traduzioni e nei piantonamenti e 7 distaccati al carcere di Bologna. Ben 30 agenti sono impegnati in servizi di tipo amministrativo. La situazione è del tutto insoddisfacente per quanto riguarda gli educatori: un solo educatore per oltre trecento detenuti. Due psicologi seguono i detenuti tossicodipendenti.

Nel carcere di Rimini si trovano 157 detenuti, rispetto ad una capienza massima attorno ai 120 (anche se nel 1999 si raggiunsero anche 212 detenuti). I "definitivi" sono circa il 40%. Circa il 45% dei detenuti sono extracomunitari e circa il 60% tossicodipendenti, tra cui "pochi" i sieropositivi. È previsto un regime di custodia attenuata, Secat, a cui hanno accesso una ventina di detenuti in procinto di passare alle comunità terapeutiche. I "semiliberi" sono in tutto 8, di cui due extracomunitari. Coloro che lavorano all’interno del carcere sono in tutto 25, dei quali la stragrande maggioranza lavora per non più di tre ore. Gli agenti in servizio sono 152, di cui 22 abitualmente impegnati nelle traduzioni e 20 nei servizi amministrativi. Gli educatori sono tre, più un assistente sociale e uno psicologo per 40 ore mensili.

Visita nelle carceri di Marassi e Pontedecimo (Genova) - Domenica, 18 giugno 2000

(Olivier Dupuis, Europarlamentare della Lista Bonino)

 

Nel Carcere di Marassi vi è una capienza di 350 posti con 700 detenuti; i tossicodipendenti in trattamento metadone sono 60/80. Nel carcere di Pontedecimo, vi è una capienza di 90 posti con 185 detenuti, di cui il 45 % tra gli uomini e il 20 % tra le donne sono non italiani; i definitivi sono 37 uomini e 32 donne; i detenuti che svolgono attività lavorativa sono circa 25 (tra donne e uomini) tutti nei servizi domestici; i detenuti che usufruiscono di permessi premio sono il 35 %, di cui solo il 2% extracomunitari; gli agenti di polizia penitenziaria sono 149 di cui 22 impiegati in servizio esterno mentre l’organigramma completo ne prevede 180; i tossicodipendenti sono circa il 45%, quasi tutti detenuti ex Art. 73; i sieropositivi rappresentano tra il 20 e il 25 % della popolazione carceraria; si sono registrati casi di automutilazione alcuni tra i detenuti musulmani.

Uno dei principali problemi delle carceri liguri è quello legato all’elevato numero di farmacodipendenti presenti. Secondo quanto aveva dichiarato il Sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone, risultano, su 1.700 presenze, essere ben 700 i farmacodipendenti (di cui solo 300 a Marassi) ed altri 300 per reati di droga; inoltre a Pontedecimo, che ospita l’unica sezione femminile della Liguria, le farmacodipendenti sarebbero il 65-70 per cento e la quasi totalità dei presenti al reparto AIDS di Marassi è costituita da farmacodipendenti. A questa situazione sono in gran parte legati i numerosi decessi avvenuti in carcere negli ultimi anni.

Il 27 gennaio 1999, Antonio Angetti, un uomo di 42 anni tossicodipendente e affetto da HIV, detenuto presso il reparto speciale AIDS del centro clinico del carcere di Genova Marassi, è stato trovato morto nella sua cella. Le condizioni di tale reparto non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di un reparto specializzato ospedaliero, sia dal punto di vista dell’assistenza medica (con presenza per sole tre ore al giorno dell’infettivologo) che della disponibilità delle terapie farmacologiche, della qualità del vitto e delle condizioni igieniche dei locali, situati nell’ala più degradata del carcere, al punto che lo stesso Sottosegretario, al termine di una visita avvenuta l’anno scorso, ne ha denunciato pubblicamente l’inadeguatezza e ha definito la situazione "intollerabile".

Il decesso di Antonio Angetti non è stato che l’ultimo di una serie. Il 21 marzo 1998 un detenuto affetto da HIV, al quale il tribunale di sorveglianza aveva negato la concessione delle misure alternative, anche successivamente ad un ricovero per meningite acuta disposto dal carcere di Marassi, è stato ricoverato in condizioni gravissime al reparto infettivi dell’ospedale San Martino dove era morto dopo poche ore. Inoltre, il 27 luglio 1998 Simona Giglio, una tossicodipendente e alcooldipendente, affetta da HIV e da epatite C cronica, detenuta presso il carcere di Genova Pontedecimo, a cui il tribunale di sorveglianza aveva respinto due giorni prima la richiesta di concessione di misure alternative, in virtù di "condizioni generali soddisfacenti", è stata ricoverata in condizioni gravissime presso il reparto infettivi dell’ospedale Galliera, dove è morta il giorno successivo.

Il 5 maggio 1999, Evelina G., una ragazza tossicodipendente di 25 anni, detenuta da un anno per reati minori legati all’uso di droga presso la casa circondariale di Pontedecimo, secondo la versione fornita dal carcere, è stata trovata in fin di vita nella sua cella nell’infermeria ed è deceduta durante il trasporto d’urgenza all’ospedale Gallino di Pontedecimo.

Inoltre si sono verificati anche numerosi casi di suicidio. Dopo un caso di suicidio verificatosi nel febbraio 98 nel carcere di Pontedecimo, nel carcere di Marassi il 27 novembre 1998 si è suicidato Angelo Carlo Damasco di 59 anni una persona che soffriva di una grave forma di cardiopatia e che da anni non riceveva una visita da parenti od amici. Poche ore dopo questo fatto a Pontedecimo c’è stato un tentato suicidio da parte di una ventenne che ha cercato di impiccarsi. È stata salvata dalle altre detenute e, come lei stessa ha spiegato, si è trattato del gesto disperato di una persona che aveva perso il controllo dei nervi perché alla sua prima esperienza in carcere.

Su questi casi e sulla situazione nelle carceri di Marassi e Pontedecimo, più volte, il Sen. Pietro Milio ha presentato interrogazioni al Ministro della Giustizia e della Sanità.

Visita nelle carceri di San Vittore, Opera, Busto Arsizio, Varese, Brescia, Bergamo, Voghera, Vigevano, Pavia e Lodi - Dal 17 giugno al 27 giugno

(Lorenzo Strik-Lievers, Yasha Reibman e Giorgio Myallonier, consiglieri regionali della Lista Bonino)

 

Nel carcere di San Vittore, rispetto ad una capienza di 800 detenuti, ne sono reclusi 1920; gli agenti di polizia penitenziaria sono 900 di cui solo la metà è impiegata nella mansione che loro spetta, 100 sono gli operatori penitenziari e solo 5 gli educatori. Di questa popolazione carceraria solo 200 circa lavorano, il 55,6% è composta da stranieri, 300 sono i tossicodipendenti di cui il 90% sono detenuti ex art 73 legge n. 309/90 e il 50% è in cura con il metadone; circa 70 sono sieropositivi e 5 sono i casi di AIDS conclamato; i detenuti che si sono sottoposti al test HIV rappresentano il 35% della popolazione carceraria; i casi di autolesionismo sono in aumento; le condizioni igieniche dell’ambulatorio dentistico sono particolarmente scadenti.

I detenuti Gian Piero Talomello, affetto da prulamatosi cronica, e Cristiano Rosario che ha sofferto di infarto miocardico acuto recentemente, lamentano di non essere adeguatamente curati. Ercole Di Raimondo, invece, denuncia la scarsità del vitto cui attribuisce la morte del detenuto "Picone", cella 205 - VI sezione, nel maggio 2000 e segnala anche di essere in attesa da tempo imprecisato di una risonanza magnetica (per problemi di artrite al gomito) richiesta dai medici di raggio su cui però l’ortopedico non ha ancora provveduto.

Nel carcere di Opera, che ha una capienza massima 950 detenuti al maschile e 50 al femminile, vi sono 1096 detenuti maschi e 66 donne, di cui 183 sono i detenuti stranieri e 13 le straniere; 336 i tossicodipendenti e 14 le tossicodipendenti, la maggior parte detenuti ex art 73 legge n. 309/90; 102 sono gli uomini sieropositivi e 4 le donne, di cui 23 uomini ed 1 donna malati di AIDS. Dall’inizio dell’anno, 3 sono i detenuti morti in carcere, 3 i suicidi, 33 i casi di autolesionismo, 1 tentato suicidio. Nella zona B del carcere, i detenuti hanno lamentato una rete metallica su tutte le finestre che impedisce la vista e sarebbe contraria al regolamento. Vi sono 600 operatori penitenziari e tre educatori.

Nel carcere di Busto Arsizio ci sono 381 detenuti per una capienza di 160 posti. Vi sono 3 persone in celle da 1, mentre gli agenti di polizia penitenziaria sono 185, di cui 29 impegnati nel nucleo traduzioni. La presenza di stranieri, tossicodipendenti e malati di AIDS pone ulteriori difficoltà rispetto anche alla mancanza di formazione professionale degli agenti rispetto a questi problemi. Vi sono solo due educatori per circa 400 detenuti.

Nel carcere di Varese, una struttura fatiscente, vi sono 112 detenuti per 90 posti. In un’ala della caserma, una trentina di agenti di custodia hanno a disposizione un solo bagno.

Nel carcere di Bergamo con una capienza massima di 263 detenuti sono recluse 431 persone; 166 sono rinchiuse ex art 73 legge n. 309/90; 28 sono i sieropositivi e 1 in AIDS conclamato; il 33% sono extracomunitari. Sono 220 gli agenti di polizia penitenziaria, 4 gli educatori e 6 i volontari.

Nel carcere di Brescia, con una capienza massima di 212 detenuti, sono recluse 393 persone, circa la metà rinchiuse ex art 73 legge n. 309/90; 22 sono i sieropositivi e 1 in AIDS conclamato; il 50% sono extracomunitari, 218 gli agenti di polizia penitenziaria, 2 gli educatori e 3 gli psicologi.

Nel carcere di Voghera, vi sono 198 detenuti in un carcere progettato per 170 persone; tra l’altro, attualmente una cinquantina di posti non sarebbero agibili; i definitivi sono 111 mentre quelli in attesa di giudizio sono 87, 51 gli extracomunitari; 42 lavorano ed esclusivamente all’interno del carcere; 43 sono i tossicodipendenti, 6 i sieropositivi, non vi è nessun caso di Aids conclamato; il 30% delle persone che entrano in carcere si sottopone al test Hiv; nel ‘99 non si sono registrati decessi in carcere né alcun suicidio ma sono stati segnalati 35 casi di autolesionismo, 2 tentati suicidi, 15 ferimenti, 9 scioperi della fame; dei 5 detenuti che stanno beneficiando di misure alternative (semilibertà e art. 21 – lavoro esterno al carcere) nessuno è extracomunitario; gli agenti penitenziari sono 200, ma solo 64 svolgono turni di guardia; non vi è nessun educatore; vi sono un solo psicologo e un assistente sociale.

Il carcere di Vigevano è stato costruito per circa 200 persone ma contiene 294 uomini e 78 donne. Circa il 70% è detenuto per reati connessi alla droga (spaccio, grande o piccolo, furti, scippi etc.); il 90% delle persone all’ingresso fa il test Hiv; non vi è alcuno psicologo e vi sono due educatori che si alternano durante la giornata per cui vi è in pratica un solo educatore durante il giorno; il 50% delle persone in carcere prende psicofarmaci (compresi gli ipnoinduttori, es. tavor etc).

F.T. ha denunciato che gli agenti gli avrebbero spaccato un polso durante le proteste dell’ultimo mese per l’indulto. Mentre un altro detenuto in una lettera ha denunciato violenze in generale e in particolare nei confronti di un ragazzo marocchino, cella 4, picchiato il 23.03.2000. In una lettera inviata dalle detenute a Marco Pannella il 30 giugno, denunciano che vi sono malate di AIDS che dovrebbero essere curate in centri clinici e che i tempi per visite specialistiche o interventi chirurgici sono molto lunghi. Vi è un solo educatore poco preparato e lo stesso vale per gli assistenti sociali e i volontari. Il vitto non è sufficientemente adeguato, i corsi sono praticamente inesistenti e mancano le udienze con il direttore.

Il carcere di Pavia è stato progettato per 155 persone ma ne contiene 380; di questi 103 sono extracomunitari; vi sono 2 casi di Aids conclamato. Ci sono solo 1 educatore e 1 psicologo. Un detenuto, Statzu Rossano, ha segnalato di avere "gravi problemi di salute accertabili e in parte già documentati" e Paleari Sergio, ha dichiarato di aver inoltrato la richiesta di liberazione anticipata il 13.03.2000 e non ha ancora ricevuto la data della udienza. Tra mercoledì 19 luglio e giovedì 20 luglio, in seguito alle proteste dei detenuti (battitura e lenzuola a fuoco) alle 3 di notte gli agenti sarebbero entrati nelle sezioni con gli idranti, avrebbero svegliato tutti e li avrebbero fatti uscire dalle celle e spaccando un po’ tutto. Alcuni detenuti, 5 o 6 extracomunitari, sarebbero anche stati picchiati; in quelle ore sarebbero stati presenti la direttrice e il comandante che invitavano i propri uomini a compiere il lavoro senza violenze sui detenuti, ma senza riuscire a tenere sotto controllo la situazione.

Il 15 luglio, Giovanni S., 44 anni, detenuto da un anno nel carcere di Torre del Gallo, si è suicidato. Si è stretto al collo la cintura dei pantaloni e, fissata alle sbarre di alluminio del letto a castello, si è lasciato soffocare fino alla morte. Giovanni S. era stato arrestato per spaccio di droga e una rapina e sarebbe dovuto uscire nel 2002. Non ha lasciato nessun messaggio, ma si era confidato con i compagni di cella sulle speranze di un’amnistia o di un indulto. Nell’apprendere dai telegiornali di mezzogiorno dell’uccisione di un maresciallo dei carabinieri in Puglia, ha temuto che la discussione politica sulla possibilità di un atto di clemenza si sarebbe arenata.

Nel carcere di Lodi, progettato per 26 persone, vi sono 75 detenuti in una situazione dove vi sono anche 6 detenuti chiusi in celle di 3,40 metri x 4. Delle 75 persone recluse, il 30% sarebbero extracomunitari, 42 definitivi, 33 in attesa di giudizio, 8 tossicodipendenti, 25 ex art. 73, 4 affetti da HIV. 12 soltanto lavorano all’interno del carcere, nessuno all’esterno. Solo 3 persone beneficiano di misure alternative. Gli agenti sono 60, però solo 30 effettivi, sottoposti a turni massacranti (7-8 notti al mese, fino a 13 ore al giorno). Vi sono inoltre 1 educatore, presente 9 giorni al mese (il resto del tempo lavora a Vigevano), 2 psicologi da Milano 7 giorni al mese, 4 volontari. Non si effettuano attività ricreative né corsi di aggiornamento. Nell’ultimo anno è stato segnalato un tentato suicidio.

Visite nelle carceri di Novara, Verbania, Vallette (Torino), Vercelli, Biella, Saluzzo, Asti, Alessandria, Fossano, Alba e Cuneo – 16 - 18 giugno 2000

(Effettuate da Carmelo Palma e Bruno Mellano, consiglieri regionali della Lista Bonino)

 

Il carcere di Novara è una vecchia struttura di massima sicurezza, con una sezione distaccata per i detenuti in regime di 41 bis nella quale sono recluse oltre venti persone. Complessivamente il carcere ha una capienza di 141 posti ma con circa 200 detenuti di cui 20 tossicodipendenti e 20 extracomunitari; i lavoranti sono una cinquantina a rotazione, fra lavori domestici e tipografia interna che fa alcune pubblicazioni del ministero; le carenze si sono riscontrate nell’infermeria che è senza letti di degenza, cosa particolarmente grave in un carcere che ospita oltre 20 detenuti in 41 bis, il cui ricovero ospedaliero dovrebbe essere particolarmente difficile; le sezioni non hanno sale socialità, e quindi a parte le ore d’aria (2, da due ore l’una) i detenuti stanno sempre in cella a parte quelli impegnati in attività interna; poche sono le docce e poca è l’acqua e al massimo i detenuti possono fare 4 docce alla settimana.

Il carcere di Verbania è una vecchia struttura in piena città con una capienza di 115 posti e ospita 100 detenuti, di cui 10 extracomunitari e altrettanti tossicodipendenti; almeno 5 o 6 celle sono vuote, in attesa di detenuti in arrivo da altre carceri, per cui si è creata una situazione di sovraffollamento; c’è una sala di socialità per piano, utilizzabile per ciascun detenuto a giorni alterni; i cortili per l’aria sono piccoli; vi è una schermatura alle finestre, che in una struttura molto ristretta crea problemi di circolazione d’aria, e un clima di tensione forte fra italiani e stranieri.

Nel carcere di Torino (Vallette) con una capienza di 872 posti vi sono 1073 detenuti; si segnalano problemi relativi al trattamento dei detenuti tossicodipendenti, in particolare la "prima presa in carico": passano a volte anche 72 ore dall’ingresso all’inizio della terapia, in attesa dei risultati delle analisi; viene somministrato il metadone, ma solo a scalare; si segnalano inoltre problemi relativi in generale al trattamento sanitario, nelle more del passaggio, che sarebbe dovuta avvenire il 1 gennaio, dalla medicina penitenziaria ai servizi delle ASL territoriali; si registrano ritardi nelle visite specialistiche e nei ricoveri che i detenuti addebitano tanto ad inefficienze interne che esterne. Il 13 aprile 2000, un uomo di 50 anni, Angelo Audino, è morto in una cella del Centro diagnostico terapeutico del carcere. Era stato arrestato ad aprile del ‘99, ma dopo alcuni mesi era stato ricoverato in ospedale e, a novembre, trasferito agli arresti domiciliari per le sue gravissime condizioni di salute. "Ipertensione arteriosa essenziale severa, cardiopatia ischemica monovasale e pregresso infarto miocardico con retinopatia causata dalle conseguenze", hanno detto i medici. Trascorse 23 ore a casa, era stato riportato in carcere per scontare una vecchia pena. Lì, le sue condizioni si erano aggravate e, la sera prima del decesso, gli era stato notificato l’ennesimo rigetto dell’istanza di differimento pena con la motivazione che le patologie di cui era sofferente sarebbero state controllabili in ambito carcerario. Quando il medico è intervenuto, il detenuto era già morto.

Gaetano Grieco, compagno di cella di Angelo Audino, in una lettera inviata al Partito Radicale, ha così

raccontato la sua morte: "... Audino dava fastidio, sia perché era un continuo andirivieni in infermeria e anche considerato un simulatore senza rendersi conto della realtà dei fatti e delle sue condizioni mentre c’era una totale noncuranza e menefreghismo, veniva imbottito da psicofarmaci, punture, flebo per farlo stare tranquillo e farlo dormire il più possibile, ma spesso si svegliava perché atroci dolori non gli permettevano di dormire, durante la sera andava in infermeria le somministravano qualche farmaco per

farlo dormire e portato in cella in stato confusionale e buttato sul letto. Il giorno del colloquio con la moglie, ebbe un malore nella sala colloqui e venne portato in sezione con barella dal piantone, in infermeria non c’era nessuno, ripassò una seconda volta e idem, la terza finalmente trovò un infermiere che gli diede le solite pastiglie e gli fece una puntura per lenire i dolori, nel recarsi in cella si fermò presso la cella di fronte, occupata da Di Somma Lucio e Parsifal Antonio; gli chiesero come stava, aveva la bava alla bocca e rispose che stava molto male e si sentiva morire; dopo breve entrò in cella, si sdraiò sul letto, ci chiusero in cella, io stavo scrivendo e gli chiesi se stava meglio e se desiderava un caffè; mi rispose di sì e mi recai in bagno uso cucina e feci il caffè chiedendogli se lo voleva dolce, ma non mi rispose; lo chiamai nuovamente e convinto che si fosse addormentato, misi la testa fuori dalla porta e notai che non aveva un movimento respiratorio corporeo, così mi precipitai tastandogli il polso e sentendo se c’era un battito cardiaco; chiamai subito l’agente e nel frattempo cercavo di fargli massaggi cardiaci suonando ininterrottamente il campanello per richiamare l’agente il quale giunse dopo 5 minuti; gli dissi di chiamare subito il medico ma mi rispose di lasciarlo dormire; urlai dicendogli che urgeva un medico; Audino non respirava più e scaraventai anche la sedia contro il tavolo. Dopo 10-15 minuti arrivò il cardiologo con altro medico; gli fecero delle pressioni pettorali ma ormai non c’era più nulla da fare; chiamarono anche il 118 che cercarono di rianimarlo con impulsi elettrici ma senza esito. Audino Angelo era morto, messo nudo per terra per dargli maggiori impulsi e lasciato così per oltre tre ore... Scrissi una lettera di protesta al Magistrato di Sorveglianza Dr. Gibelli e

Dr. Viglino, i quali la sera prima della morte di Audino ci notificarono come buona notte alle ore 23 tramite matricola ad entrambi il rigetto delle istanze presentate per la concessione del differimento pena subordinato alla detenzione domiciliare. Motivi del rigetto: era che come da relazione sanitaria le nostre condizioni sanitarie se pur gravi erano fronteggiabili nel Centro Diagnostico Terapeutico Le Vallette del quale poteva avvalersi di sofisticate attrezzature per ogni evenienza. Tutto falso, qui non esiste nulla, neppure i medicinali che necessiti, fatto sta che in 20 giorni sono morte altre due persone, una per infarto e l’altra per overdose, ma in effetti miscugli di medicinali provenienti dal reparto infermeria. Mi feci promotore di una protesta inviando una lettera alle parti interessate coinvolgendo circa 200 detenuti con sciopero della fame e terapia. In seguito, ho dovuto subire angherie, rapporti disciplinari, trasferimenti inutili e poi rimandato dopo dieci giorni in quanto le mie condizioni di salute erano a rischio quindi non volevano prendersi responsabilità..."

Lucia Convertito, moglie di Angelo Audino, in una lettera inviata via fax al Partito Radicale il 2 giugno 2000, così racconta l’ultimo colloquio fatto col marito il giorno prima della morte: "Il giorno 12 aprile andammo al colloquio io e Teresa [una delle figlie di Audino]. Anziché in saletta e sulla sedia a rotelle come sempre, ci costrinsero a fare il colloquio come tutti comuni e nel mentre Angelo viene attaccato da malore improvviso e lamentandosi che poco prima aveva subito 12 fiale di "Catapresan" in vena tutte insieme (infatti non si reggeva in piedi) noi molto agitate abbiamo chiamato la guardia perché potesse a sua volta far venire un medico, questi molto strafottente si avvicina e in presenza anche di Montaruli Mario suo compagno (di Angelo), incomincia a sfottere la situazione dicendo che ormai conoscevano Angelo e sapeva che in quel momento stava fingendo. Alle nostre proteste, arrivò una barella, lo posero, e dissero di andare perché Angelo doveva stare in corridoio a "prendere aria". Caricato sulla barella accennò a salutare con la mano... Fu l’ultimo saluto, perché il giorno dopo alle ore1 3 è successo ciò che il Sig. Grieco spiega nella lettera [allegata al fax del 2 giugno] e Angelo muore..." Nella stessa lettera, Gaetano Grieco espone il suo caso personale: "...colpito da gravi patologie, diabete scompensato con 4 somministrazioni insuliniche giornaliere 70 unità, cardiopatia ischemica, retinopatia essudativa proliferante emorragica, ipertensione arteriosa, polineuropatia sensitivo motoria, insufficienza vascolare, frattura vertebrale e altro... Dichiarato invalido civile con totale invalidità lavorativa al 100% e una misera pensione di lire 330.000 mensili le quali neppure erano sufficienti per pagare l’affitto di casa... Arrestato nel 1996 per espiare una condanna di anni 8 e mesi 10 [cumulo di varie sentenze per truffa]... immediatamente scarcerato e dichiarato incompatibile con la restrizione carceraria... Il giorno 27-2-99 mi telefona l’ispettore di Polizia Palermo e mi comunica che il magistrato di sorveglianza di Milano mi revocava l’ordinanza di detenzione domiciliare [emessa il 2-2-99] e di presentarmi in commissariato con un po’ di biancheria, considerato che lo stesso magistrato gli aveva detto che si trattava di pochi giorni, poi sarei stato nuovamente scarcerato, comunque di non avvertire il mio avvocato, cosa che feci [il 16-3-99 su richiesta del p.m. gli è stata revocata la misura della detenzione domiciliare e trasferito nel carcere di Opera... Il 24-12-99

viene trasferito al reparto infermeria della C.C. di Vigevano ed il 29-12-99… il giudice dell’esecuzione applicava la norma sul continuato riducendo la pena da espiare di 4 anni]... Considerato il presofferto, il mio grave stato di salute e l’età di 66 anni, potevo usufruire della legge Simeone, ma da sei mesi sono in attesa che la procura della repubblica mandi nuovo provvedimento di cumulo ed esecuzione sentenze. Dal carcere di Vigevano vengo presto trasferito non essendo in condizioni di curare le mie patologie con aggravamento, non riesco più a deambulare se non con sedia a rotelle e piantone, la retinopatia mi provoca momenti di cecità che sarà assai prossima per le non dovute cure e interventi che necessitavo, la cardiopatia è aggravata oltre ad altre complicanze dovute alla non adeguate cure e cibo non appropriato. Tutto questo non viene tenuto conto dal magistrato di sorveglianza, ti lasciano morire con indifferenza e totale menefreghismo, non voglio morire in carcere, che mi diano la possibilità di morire in casa mia e con il conforto di moglie, figli e nipotini che non vedo da 18 mesi, alla mia età e con le patologie che mi ritrovo non mi sarà più possibile delinquere e neppure ne ho l’intenzione, alla mia età è impossibile vivere in carcere anzi vegetare, la carcerazione è doppia considerato che non possiamo svolgere alcuna attività lavorativa né frequentare corsi, passare il tempo... ma costretti a rimanere in cella 24 su 24, meglio la morte...".

Nel carcere di Vercelli vi è una capienza di 195 posti con 294 detenuti e la struttura è abbastanza fatiscente, dove sono custoditi detenuti di massima sicurezza, alcuni "mafiosi" importanti e molti pentiti; i lavoranti sono solo il 10% del totale.

Nel carcere di Biella vi sono 162 posti effettivi ma sono detenute 298 persone; i tossicodipendenti sono il 50%, i lavoranti sono una cinquantina, vi sono due sezioni (una per definitivi, un’altra per imputati in attesa di giudizio) di responsabili di delitti di "alta riprovazione sociale": sfruttamento della prostituzione e crimini di violenza carnale (alcuni anche omicidi) dove sono recluse soprattutto persone con problemi psichiatrici che non potranno mai essere in carico tutti insieme al servizio territoriale e che non hanno cure adeguate poiché sono trattati solo con sedativi; inoltre il centro clinico interno, che non ha ancora affidato nulla alla Asl esterna, neppure il trattamento dei tossicodipendenti, negli ultimi 10 anni non ha fatto una sola prescrizione di metadone per "scelta" della direzione sanitaria nonostante l’elevato numero di tossicodipendenti.

Il carcere di Saluzzo ha una capienza di 192 posti ma sono presenti 315 detenuti e ha anche raggiunto in momenti di emergenza la cifra di 350 detenuti; gli stranieri sono oltre il 30%; dei detenuti, 66 sono in attesa di giudizio, 7 sieropositivi, nessuno in AIDS conclamato; 185 sono catalogati come ex-tossicodipendenti; si segnala la mancanza di interventi del SERT e il fatto che le crisi di astinenza sono sedate con farmaci comuni, senza trattamento metadonico, neanche per chi proviene da altri carceri e fosse già in trattamento; l’organico degli agenti previsto con una circolare del 1985 è di 228, quello effettivo 192; l’organico civile previsto ex DPCM 26.06.99 è di 26 figure, ma effettive sono solo 5 di cui alcune sono coperte a scavalco con altri carcere (ex direttore) o a parcella (figure mediche specialistiche); vi sono un solo infermiere e due soli educatori; vi è una mancanza di possibilità di colloqui.

Nella casa circondariale di Asti i detenuti attuali sono 311, quelli previsti erano 150, circa il 60% non sono italiani, il 40% sono tossicodipendenti di cui 3-5% sono sieropositivi, alcuni con AIDS conclamato; vi è una sola infermiera ministeriale e due consulenti a parcella; la situazione nel carcere è aggravata dalla mancanza di collegamento all’acquedotto comunale, l’approvvigionamento idrico è garantito da pozzi che però forniscono un’acqua molto calcarea che ha danneggiato in modo evidente gli impianti, creato emergenze ripetute e reso indecorose le docce collettive delle sezioni; vi è un solo educatore professionale; vi sono molti insetti stagionali e più volte si sono verificate invasioni di zanzare, vespe, moscerini per questo molte celle hanno reti-zanzariera; alcuni detenuti hanno segnalato come il recente cambio di menù abbia elevato la qualità ma diminuito la quantità; negli ultimi 5 anni ci sono stati 2 suicidi: uno psicopatico ed un ragazzo fragile che è riuscito a suicidarsi quando era già in infermeria, approfittando del caos provocato dall’infarto di un altro detenuto.

Nella casa di reclusione di Alessandria vi è una capienza di 200 posti con 370 detenuti di cui 292 definitivi, 50 collaboratori di giustizia, 13 detenuti ex art. 21 (lavoro esterno al carcere) e 15 semiliberi. Ad Alessandria vi è anche una seconda casa circondariale con una capienza di 216 posti ma con 350 detenuti; il 30% non sono italiani; il personale di sicurezza previsto è di 185 agenti di cui 30 addetti al nucleo traduzioni: effettivi sono solo 145; i tossicodipendenti sono poco più di 30: venti sparsi nelle varie sezioni e 11 in una sezione speciale per trattamenti di 1° livello chiamata ITACA in buone condizioni ma con una scarsa presenza del SERT; sui 30 detenuti tossicodipendenti solo 1 ha un trattamento metadonico; ci sono 10 sieropositivi, ma il test HIV non lo chiede praticamente nessuno, anche perché provengono generalmente già da altri carceri; vi sono 3 educatori, ma uno è impegnato come consigliere comunale e non c’è sempre ed un altro è assente per malattia da mesi: di fatto ne hanno 1 solo; hanno 1 medico (ma la guardia medica 24 ore su 24), 1 infermiere (3 a parcella), 1 psicologo ed 1 psichiatra a parcella (60 ore al mese), altri specialisti quando c’è bisogno in una situazione complessiva che per i detenuti è carente e non tempestiva; ci sono forti problemi per le visite mediche ospedaliere perché manca il personale di custodia per accompagnare i detenuti (e spesso saltano le prenotazioni); in febbraio si è registrato un suicidio: si è trattato di un collaboratore abbandonato dalla famiglia; in giugno si è registrato un pestaggio fra italiani; si segnala inoltre che la magistratura di sorveglianza di Alessandria è particolarmente restrittiva: solo 3 persone godono di permessi e pochissimi ottengono la semilibertà rispetto alle richieste, la direzione ha dato parecchi art. 21 rispetto alla media piemontese.

Nel carcere di Cuneo vi è una capienza di 299 posti con 274 (di cui 272 uomini) detenuti presenti; il 30% dei detenuti sono tossicodipendenti, il 30-40% extracomunitari; il carcere ospita un solo malato di AIDS e 6 detenuti sieropositivi; solo sei sono in trattamento metadonico; il personale presente è di 268 agenti (ne servirebbero, secondo dati del Ministero di Giustizia, un centinaio in più) e si segnala una mancanza di alloggi da destinare agli agenti; 2 educatori; 3 assistenti sociali.

Venerdì 28 luglio i radicali hanno visitato la casa di reclusione di Fossano. Il carcere è ospitato da decenni nell’ex-convento di Santa Caterina, in centro città, ed ha avuto recenti e consistenti interventi di restauro e riadattamento: nonostante la struttura antica, è generalmente considerato un carcere modello sia per il numero ridotto di detenuti sia per le numerose attività di recupero e reinserimento attivate, sia per l’ottima integrazione con il territorio cittadino, le istituzioni locali, il volontariato laico e cattolico.

I detenuti sono 160, come previsto dalla capienza, quasi tutti hanno pene brevi, il 30% circa sono extracomunitari (in maggioranza senegalesi e marocchini), i tossicodipendenti sono circa il 50%, 6-7 casi sono seguiti con trattamenti metadonici dal SERT, i sieropositivi sono 5, due in AIDS conclamato.

Gli Agenti di polizia penitenziaria che sono 110: anche se un potenziamento dell’organico è auspicabile, non vi sono problemi specifici di sicurezza anche per il clima positivo instaurato nella casa di reclusione fra detenuti ed agenti. Nonostante questa realtà, tutto sommato soddisfacente, è stata avanzata una proposta di chiusura, paradossalmente formulata dal Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria regionale piemontese, e dal momento accantonata con una valutazione per la costruzione di un nuovo carcere fuori città.

L’8 agosto, il Consigliere Regionale Bruno Mellano ha visitato il carcere di Alba. È una struttura di recente costruzione (1986). L’organico penitenziario presente al 30.4.2000 è di 118 persone (compreso il personale del nucleo traduzioni), contro un organico previsto dalla circolare 1995 di 171. Esistono 4 sezioni ordinarie, di cui due ospitano detenuti appellanti e ricorrenti (1° piano) e due detenuti condannati con sentenza definitiva (2° piano); 2 sezioni semiprotette, l’una ospitante ex forze dell’ordine,l’altra ospitante omosessuali e transessuali, entrambe allestite nell’ex carcere femminile, chiuso da circa sei anni. La capienza ordinaria è di 106 posti. In data 8.8.2000 ospitava 181 detenuti, di cui, 10 Giudicabili, 50 Appellanti, 20 Ricorrenti, 101 Definitivi. Erano presenti inoltre 5 detenuti semiliberi ed un 1 detenuto ex art. 21. I detenuti extracomunitari sono più del 60%. I detenuti tossicodipendenti sono circa il 45%; di essi due sono sottoposti a trattamento metadonico (Il dott. De Bernardi, responsabile del presidio tossicodipendenze dichiara di essere tendenzialmente contrario all’uso del metadone, preferendo l’utilizzo di terapie farmacologiche alternative, tra cui la terapia del sonno). 5 detenuti sono sieropositivi; nessuno di essi in stato di AIDS conclamato. Esiste una sezione infermeria, con due sale ambulatoriali, una farmacia ben fornita, una sala odontoiatrica ed altre sale specialistiche, normalmente non utilizzate poiché i casi che necessitano cure particolari vengono tradotti presso l’ospedale di Alba. Nel periodo tra le 13.30 (?) e le 17.30 nessun medico è presente nella struttura. I casi di detenuti tossicodipendenti vengono segnalati al SERT, che di norma interviene celermente, esclusi i giorni di sabato e domenica, quando l’intervento si attende fino al lunedì successivo. Si segnala la grave carenza di personale infermieristico.

Nel corso della visita alla sezione infermeria si è incontrato un detenuto italiano che, sulla base di informazioni fornite dalle guardie carcerarie, nelle ore precedenti è stato protagonista di un violento scontro fisico con un gruppo di detenuti extracomunitari. Il detenuto, che nella mattinata era stato visitato e aveva avuto le prime cure presso l’ospedale di Alba,riportava evidenti e gravi ematomi ed abrasioni sul volto. Interpellato circa l’accaduto, il detenuto ha risposto di essere caduto accidentalmente. Sulla base dei colloqui avuti con il personale di vigilanza questo episodio non è da considerarsi isolato: la forte presenza di popolazione extracomunitaria di diverse etnie e provenienze è causa di frequenti scontri all’interno della struttura carceraria. Si sono riscontrate infiltrazioni d’acqua nella sezione D, nel laboratorio elettromeccanico (molto serie), probabilmente provenienti da un guasto

dell’impianto docce, e presso l’uscita verso i "passeggi" dalla sezione scuola.

Visite nelle carceri di Pisa, Porto Azzurro (Isola d’Elba), Sollicciano (Firenze)

 

Nel carcere di Pisa vi è una capienza di 250 posti e vi sono 305 detenuti; a fronte di un fabbisogno di 220 agenti ve ne sono 180; vi sono 4 educatori. Il detenuto Adrian Lefter Krigi è morto di tumore nel carcere di Pisa. Qualche giorno prima di morire aveva protestato per ottenere degli antidolorifici ed è stato denunciato con Adriano Sofri che ne aveva sostenuto verbalmente la richiesta.

Nel carcere di Porto Azzurro vi è una capienza di 280 posti e vi sono 360 detenuti di cui il 25% non sono italiani; a fronte di un fabbisogno di 220 agenti, in servizio ve ne sono 180 di cui 24 distaccati; a fronte di un fabbisogno di 9 educatori ve ne sono 2; per poter disporre di una scuola vi è un’attesa di finanziamento di 100 milioni per riadattare il magazzino, essendo le attuali aule (scuola liceo) senza luce naturale e piccole. L’undici luglio ‘99 si era impiccato Bello Emanuele, ammalato di distrofia muscolare, con insufficienza motoria gravissima, ricoperto di piaghe da decubito, nonostante una richiesta completa di documentazione per differimento pena per curarsi all’esterno, è deceduto nella solitudine della sua cela il 12 luglio 99.

Nel carcere di Sollicciano, vi è una capienza di 600 posti e vi sono 1.001 detenuti, di cui il 60% sono stranieri detenuti la maggior parte per reati legati alla droga; il 30% sono tossicodipendenti tra cui il 10% sono sieropositivi; su 700 detenuti nel giudiziario solo 27 lavorano; si registrano estreme difficoltà da parte degli extracomunitari per telefonare e avere colloqui; si registra una carenza di personale sanitario e ad una partoriente viene negata l’uscita e rischia di partorire in carcere (già avuto una nascita).

Visite nelle carceri di Padova, Verona, Vicenza e Venezia - 18 giugno 2000

(Marco Cappato, europarlamentare della Lista Bonino)

 

Nella casa di reclusione di Padova vi è una capienza di 350 posti con 660 detenuti, 50 ad alta sicurezza; i detenuti sono prevalentemente non italiani; tra i 200 e i 250 sono i tossicodipendenti, per lo più non italiani e 30/35 i sieropositivi; per i tossicodipendenti vi è un solo medico che li segue 1 ora per 6 giorni; vi è una situazione di promiscuità nella distribuzione dei detenuti nelle celle; gli agenti sono 320 con un fabbisogno di 370; si registra una mancanza di educatori; è molto limitato l’uso delle docce; non è consentito l’uso delle strutture sportive per insufficienza del personale addetto al controllo; non è possibile il reinserimento poiché mancano lavoro e corsi di formazione; vi è uno scarso controllo sanitario e un limitato accesso ai canali televisivi scelti dalla direzione. Un detenuto, Francesco Maino, con tumore alla testa che i medici hanno dichiarato incompatibile con il sistema carcerario, attende da più di un mese e mezzo la decisione del magistrato di sorveglianza.

Da una lettera di Luciano Di Stefano, detenuto nel carcere di Padova "Due Palazzi", spedita a Marco Cappato il 21-6-00, tre giorni dopo la visita ispettiva: "Ti prego in ginocchio, il giorno 20-6-2000 mi hanno picchiato di brutto causandomi parecchie ferite... Mi hanno rotto 2 costole e fratturato

un dito della mano destra. Il perché ho chiesto di essere ricevuto dal direttore Dr. Cantone. Mi hanno ridotto in fin di vita... Qua è peggio di Sassari, ci picchiano di brutto, in due giorni ci hanno massacrato in cinque detenuti: Francesco Di Luigi, Antonio Russo, Ferdinando Grosso, Giacomo [?] e Andrea Succi. Ti prego, siamo nelle tue mani, aiutateci prima che sia troppo tardi..."

Nella casa circondariale di Verona, con una capienza di 450 posti vi sono 435 detenuti un numero che a causa della non utilizzazione di alcune celle crea problemi di sovraffollamento; il 60% dei detenuti non sono italiani e sarebbero detenuti per lo più per reati legati alla droga; 50/60 sono i sieropositivi; si sono verificati casi di autolesionismo e un detenuto si è impiccato; vi sono 400 agenti di cui 320 effettivi.

Nella casa di reclusione di Vicenza, con una capienza di 100 posti vi sono 260 detenuti, il 40% non italiani e l’85% in attesa di giudizio; 3 o 4 i sieropositivi; 25 svolgerebbero lavoro interno; gli agenti sono 168 alcuni distaccati o impiegati in traduzioni; ne servirebbero altri 25; 4 o 5 gli assistenti sociali e 5 o 6 i volontari. Massimo Cosentino, un detenuto condannato per traffico di droga, lamenta di non aver ottenuto gli arresti domiciliari per accudire le due figlie mentre la moglie malata di cancro segue una chemioterapia. In una lettera inviata a Marco Cappato dopo la visita, Massimo Cosentino racconta: "Il giorno 21/6/2000 sono stato giustiziato da una sentenza del Tribunale di Trento che mi ha condannato a 20 anni che col rito abbreviato sono diventati 13 e 4 mesi, tutti per art. 74... La quantità di stupefacente che ci è stata contestata è di 350 g. di cocaina e per questa associazione oltre a me ne sono stati condannati altri 3, a 8 anni, 5 anno e 10 mesi, 5 anni. Ora, ci si lamenta che in Italia le pene sono troppo basse, ma a me per un po’ di polvere hanno portato via la vita... Purtroppo mi si è voluto contestare un reato previsto dall’antimafia per il quale non servono né prove né pentiti e così 4 persone che fino al giorno dell’arresto lavoravano chi col proprio furgone chi come muratore siamo finiti in alta sicurezza per i prossimi anni... Non si può usare lo stesso metodo sia con le grosse organizzazioni che controllano città o quartieri interi, che con 3 o più persone accusate di aver acquistato in società delle modiche quantità di stupefacente. Io sono letteralmente distrutto e non riesco a pensare di abbandonare la mia famiglia per tutti questi anni ed in queste condizioni, e so di non meritarmi questo anche perché non ho mai avuto precedenti per stupefacenti."

Nella casa di reclusione femminile di Venezia, vi sono 87 detenute di cui 40 italiane e le altre extracomunitarie; delle italiane 20 sono tossicodipendenti curate con metadone solo nel caso in cui ne facessero precedentemente uso; il personale è di 87 unità di cui effettivi solo 70 ed è stato segnalato che manca un educatore, è stato segnalato che il problema per la concessione di permessi è dovuto alla mancanza di strutture esterne al carcere, problema che pregiudica soprattutto le straniere; tra i casi individuali, Anna Maria Agresti non ha ancora saputo quale sconto di pena le spetta in virtù della depenalizzazione del reato di emissione di assegni a vuoto, reato che aveva commesso e che Fiorani condannata a 4 anni di carcere per reati legati alla droga non ha ancora ottenuto permessi per vedere i

suoi 6 figli.

Lettera dal carcere di Belluno - 26 giugno 2000. Dariusz Zietek, un cittadino polacco, arrestato nel febbraio ‘96 per traffico di stupefacenti e condannato a sette anni di reclusione, non ha potuto usufruire della legge del 28 febbraio 1990 sull’espulsione dei detenuti a cui manchino meno di tre anni a fine pena. È stata abolita il 6 marzo ‘98, ed il nuovo diritto all’espulsione, del quale possono approfittare solo gli stranieri che avevano passato la frontiera italiana in modo illegale, gli ha tolto la speranza di tornare a casa, ma anche - ritiene, forse non a torto, Dariusz Zietek - un diritto acquisito, perché la nuova norma è stata introdotta dopo la sua condanna definitiva e dopo che i suoi avvocati avevano richiesto più volte l’espulsione in Polonia. Infatti, più fortunati di lui, Krzysztof Dampc e Slawomir Depczynski, coimputati e condannati per lo stesso reato nello stesso processo, sono già tornati in Polonia, espulsi dallo Stato Italiano nel ‘98. Negata la possibilità di ritornare in Polonia, a Zietek non è consentito neanche di uscire in permesso o in semilibertà in Italia. Purtroppo, in Italia non conosce nessuno, non ha famiglia e non ha un lavoro, ed il magistrato di sorveglianza ha paura che, una volta fuori, lui possa scappare. Dariusz Zietek è condannato quindi a restare in carcere in Italia, doppiamente

discriminato, rispetto ai suoi due compagni polacchi già liberati e spediti in Polonia, e rispetto ai detenuti italiani che possono sperare, almeno, di andare in permesso o al lavoro fuori dal carcere. Zietek conclude la sua lettera in questo modo: "Come diceva Oscar Wilde, in tutto il mondo le carceri sono costruite con i mattoni dell’infamia". "In Italia – ha aggiunto Zietek - si impiegano materiali anche peggiori".

Visite nelle carceri di Reggio Calabria, Catanzaro, Vibo Valentia e Palmi - 17 e 18 giugno 2000

(Piero Milio, senatore della Lista Pannella)

 

Mentre nelle carceri italiane la tensione e la esasperazione sono agli estremi limiti anche per ragioni legate al sovraffollamento, si apprende che a Laureana di Borrello, distante 18 Km da Cinquefrondi, attuale sede di sezione distaccata del Tribunale di Palmi, nel 1997 è stato realizzato un carcere, costato circa sette miliardi, idoneo ad ospitare 36 detenuti, ancora mancante degli arredi interni, e mai consegnato. Non si capisce poi per quali ragioni – ha scritto Milio in una interrogazione al Ministro della Giustizia - detto edificio non ancora utilizzato è stato costruito in sede dove l’ufficio di Pretura era stato soppresso già dal 1989.

Nel carcere di Palmi (RC), nella sezione EIV (Elevato Indice di Vigilanza), il regime governato dall’Art. 41 bis non consente la possibilità di cucinare in cella; limita gli acquisti di generi alimentari; riduce drasticamente il numero dei capi di abbigliamento; non consente la possibilità di lavorare; concede una sola ora di colloquio al mese, col vetro divisorio; consente telefonate solo tra carcere e carcere (i familiari che ricevono la telefonata sono costretti a recarsi all’interno di un istituto penitenziario vicino casa ed utilizzare il telefono lì presente). Da una lettera di Fabio Canavesi, bergamasco, accusato di essere coinvolto nella rapina di via Imbonati a Milano, detenuto a Palmi: "Non capisco perché continuano i trasferimenti dei detenuti, imputati o definitivi, anche a più di 1.200 Km di distanza dalla famiglia, contrariamente a quanto stabilito dall’Art. 28 e dall’Art. 42 dell’ordinamento penitenziario. Così si è offeso il diritto al mantenimento delle relazioni familiari, il diritto di amare e di essere amati; è attaccato il lavoro degli avvocati difensori". Per quanto riguarda il lavoro nel carcere, scrive Canavesi, "non è certo offerto diffusamente, ed è capitato che un mese di attività come "portavitto" fosse pagato 57.000 lire nette. Il detenuto che chiede di sospendere la sua opera per stanchezza, per una corretta rotazione del posto di lavoro (tutti ne hanno bisogno) o perché valuta ingiusta la mercede, può essere punito dalla Direzione: per due mesi niente colloqui e telefonate supplementari!"