Polo Universitario a Torino

 

Inaugurato l’anno accademico alle Vallette

Studiare in carcere: a Torino un’esperienza unica in Italia

 

La Stampa, 11 marzo 2003

 

William, palestinese, è stato condannato per armi e stupefacenti. E in carcere studia. Vuol laurearsi in Scienze politiche, "Perché voglio che almeno per questa cosa mio figlio sia orgoglioso di me". Giuseppe, 40 anni, è detenuto da 11: "In carcere a Lecce sono diventato ragioniere. Poi ho chiesto d’essere trasferito a Torino, per potermi iscrivere all’università. Studiare aiuta a far passare gli anni. Mi ha soprattutto fatto capire tante cose. E spero di avere una vita diversa, quando uscirò di qui, nel 2018". "Gas", o meglio Gaspare, s’è già fatto vent’anni: "Voglio laurearmi per avere un futuro".

Himed è forse lo studente che più ha impressionato i professori. Tunisino, in cella per reati di terrorismo. È uno scrittore. Traduce libri dall’arabo al francese e l’italiano, ha vinto diversi concorsi, scrive saggi e i suoi due anni di Scienze politiche erano tutti 30 e 30 e lode. È tanto brillante che per lui hanno fatto un’eccezione. Gli hanno consentito d’iscriversi a Lettere, come desiderava tanto. Voci dal carcere delle Vallette, dove ieri s’è inaugurato l’anno accademico, il quinto, del polo universitario per i detenuti, l’unico d’Italia in cui i docenti si recano in carcere per lezioni ed esami. Quest’anno i primi due studenti arriveranno alla laurea.

E, per la prima volta, c’è una matricola donna: Giorgia, 29 anni, che uscirà nel 2009. Per ora, non esiste una sezione femminile di studenti: il rettore, Rinaldo Bertolino, ha annunciato ieri che conta d’attivarla presto, e ha chiesto al sottosegretario Michele Vietti d’aiutarlo a trasformare l’iniziativa, che oggi molto si basa sul volontariato dei docenti, in una struttura dotata di fondi e attrezzature. Per ora, Giorgia studia Giurisprudenza senza poter seguire le lezioni con gli altri, che hanno diritto alle celle aperte di giorno, e a preparare gli esami insieme.

Dello studio come occasione di riscatto, di libertà, di recupero della dignità, s’è parlato ieri nel Padiglione B della casa circondariale, presenti il procuratore generale Giancarlo Caselli, il presidente del tribunale di Sorveglianza Giuseppe Burzio, il vescovo ausiliare Giacomo Lanzetti con monsignor Peradotto, l’assessore Lepri: "La nostra è una struttura sempre più affollata, e che inizia anche a mostrare qualche guaio strutturale - ha detto il direttore Pietro Buffa -: imbarchiamo 8 mila persone l’anno, e pur con 4 sezioni vuote per ristrutturazione abbiamo in questo momento 1216 ospiti, il 30% più del giusto, con appena 621 agenti. Siamo costretti settimanalmente a sfollare molte persone verso altre strutture.

Ciononostante, non rinunciamo alle iniziative formative ed educative, convinti che il carcere non debba ridursi a contenitore di sofferenze. Abbiamo inaugurato ad esempio il reparto psichiatrico, sacrificando numerosi posti. Ma, anche grazie a questo, da due anni nessuno s’è ucciso, e i gesti di autolesionismo si sono ridotti di due terzi".

Mario Montinaro, preside a Scienze politiche, ha annunciato due novità molto applaudite dai detenuti: "Stiamo per varare anche qui un servizio di job placement, che aiuti questi studenti, come accade a Palazzo Nuovo, a trovare lavoro". E "Potenzieremo il numero di ore di lezione e di esercitazioni tramite l’insegnamento a distanza, che arricchirà le possibilità formative".

Chi studia in carcere deve tenere buona condotta e superare almeno tre esami l’anno. Giorgia dice fiera: "Ho già passato il primo. Diritto costituzionale, ho preso 27". Jairo, colombiano: "Ho già dato 8 esami. Peccato che quando uscirò sarò espulso". "Quest’anno - ha detto il rettore - abbiamo 38 iscritti, 24 a Scienze politiche e 14 a Giurisprudenza.

I detenuti non pagano tasse né libri, grazie all’aiuto della Compagnia di San Paolo, senza la quale il polo non starebbe in piedi. Speriamo d’arrivare a una convenzione con il ministero, che ci consenta di dare prospettive di docenza e di struttura più ampie". Il sottosegretario Vietti ha sottolineato l’importanza dello studio "Per superare una delle condizioni più negative della detenzione, la passività, che impedisce i tentativi di recupero e riinserimento". Per Caselli, "Quello di Torino è un esempio da esportare". Poche parole da Maria Teresa Pichetto, la delegata del rettore al polo: "Studiano per costruire un futuro diverso, per recuperare dignità: per tutti, la laurea è una strada per la libertà".

 

 

Precedente Home Su Successiva