La casa delle farfalle nere

La casa delle farfalle nere

Un romanzo ambientato in una specie di carcere minorile

immerso in un clima di squallore e di violenza

 

Recensione di Elton Kalica

 

Inizia con un omicidio “La casa delle farfalle nere”, romanzo della scrittrice finlandese Leena Lander. Ma non è un giallo, e infatti non c’è bisogno delle astute indagini di un detective per venire a capo della faccenda, che è di una brutalità così scoperta da smascherarsi in pratica da sé. C’è orrore ma non mistero, insomma, in questo delitto che matura nel clima torbido di un istituto di correzione confinato su un isolotto sperduto in mezzo al mare. La vittima e l’assassino sono legati dall’appartenere, tutt’e due, alla stessa squallida realtà: lei è infatti la “vaccara” dell’istituto, lui uno dei “corrigendi”. E l’episodio non scuote neppure più di tanto la vita degli altri giovanissimi reclusi, che alla violenza ci hanno già fatto il callo. Juhani, il protagonista del romanzo, è uno di loro. è un “marmocchio” magro come un chiodo ma pieno di energie, sveglio e coraggioso ma anche introverso e agitato da paure irrazionali, quasi infantili. Respira un clima di continua minaccia, intorno a sé, come se l’isola, l’istituto e le sinistre figure che lo animano costituissero “un’unica, enorme bestia feroce” da cui non si può scappare ma da cui al massimo si può cercare di difendersi, chiudendosi a riccio e protendendo gli aculei contro tutti. A suo modo è però anche un generoso, tant’è che un giorno rischia la pelle tuffandosi nel ghiaccio e nelle neve per strappare a morte sicura un recluso più grande di lui, un “bullo” che spesso lo ha tormentato per imporgli il suo predominio. Nell’isola maledetta Juhani ci è arrivato dopo un’infanzia difficile, che gli ha lasciato addosso più fantasmi da cui difendersi che ricordi a cui aggrapparsi. I suoi genitori, benestanti, si ubriacavano al punto da commettere gesti inconsulti, tali da mettere a repentaglio la sicurezza sua e del suo fratellino. Quando li vedeva in preda all’alcol, era insieme terrorizzato e vigile, come incombesse su di lui la responsabilità di evitare che facessero disastri. Li seguiva costantemente, li sorvegliava, e una notte era arrivato a sgattaiolare fuori dalla finestra per tener dietro a sua madre che, ubriaca persa, s’avventurava per il giardino tenendo stretto fra le braccia il suo fratellino piangente. Si era allora nascosto dietro una siepe, giusto in tempo per scorgere sua madre che stava per affogare il piccolo nelle acque gelide di un ruscello. Juhani viene strappato ai genitori e inizia, per lui, una serie di fallimentari tentativi di affidamento che culminerà, alla fine, nella rassegnata decisione degli assistenti sociali di raccomandare il suo internamento in un istituto di correzione. Ed è così che il ragazzino approda in quest’isola-reclusorio, dove viene accolto – a mo’ di benvenuto – da un sonoro ceffone del direttore, che si presenta a lui come “Yahweh Sabaoth”, il Signore Dio dell’Universo. E a suo modo è “onesto”, il direttore, perché senza tanti giri di parole gli fa capire, subito, cosa intende per disciplina: lavoro duro e punizioni fisiche a ogni minima infrazione. Frustate sul sedere, soprattutto, che lui – il “Signore Dio dell’Universo” – non infligge personalmente ma si gode come spettatore, standosene beatamente seduto a fianco del suppliziato. è così, certo, che si tirano su dei “bravi ragazzi timorati di Dio”.

 

Le cattive “terapie riabilitative” della società “perbene”

Sull’isola c’è anche Tyyne, la “vaccara”, quella che si occupa della stalla e degli animali. È una maniaca dell’ordine e dell’igiene, e ogni giorno si lava e si sfrega fino a straziarsi la pelle nel vano tentativo di liberarsi da quell’odore di sterco animale che la perseguita. Più che arrivarci per propria scelta, su quest’isola-reclusorio ci è naufragata, dopo una vita di solitudine e di stenti che l’ha portata perfino in manicomio. In mezzo a tutti quei ragazzi difficili, ma bisognosi d’affetto più che di frustate, sperava di riuscire finalmente a dare un senso alla sua vita, mettendo a frutto il suo frustrato istinto materno. Ma quei ragazzi sono troppo, troppo difficili. E lei è troppo sola, troppo abbandonata a se stessa per riuscire a rappresentare per loro un punto di riferimento positivo. E infatti i più grandi continuano a tormentare i più piccoli, affondando con selvaggio sadismo le loro teste negli abbeveratoi delle mucche; e i più piccoli si rifanno come possono, per esempio buttando topi vivi nei “suoi” bidoni del latte. Incompreso quando non calpestato, l’amore confuso che all’inizio Tyyne provava per loro con il passare dei mesi, e degli anni, si trasforma in ottusa avversione: sì, da quei ragazzacci non si può proprio cavare niente di buono. Sono incorreggibili, perduti. Come lei, peggio di lei, si ostina a pensarla il “Signore Dio dell’Universo”, il direttore, tanto preso dal suo ruolo di implacabile raddrizzatore di schiene da trascurare completamente sua moglie, Anna Irene, e le sue cinque figlie. Eh sì, perché nell’isola maledetta ci vivono pure loro, imprigionate in una dimensione domestica avvelenata di noia e di solitudine. Le figlie, crescendo, imparano a fare corpo fra di loro; e questo, se da un lato le aiuta a trovare un minimo di equilibrio, dall’altro le stacca dalla madre, sempre più sola e sempre più angosciata dalla prospettiva di invecchiare e morire in quel posto abbandonato da Dio e accanto a un uomo accecato dalla sua monomania di “signore” di quel piccolo “universo” torbidamente autosufficiente. L’ultima trovata, in cui il direttore si butta con tutta la sua maniacale determinazione, consiste nell’organizzare sull’isola un allevamento di bachi da seta. Crede che sia una grande idea, ed è così convincente con i suoi superiori da riuscire a farsi finanziare un progetto destinato in breve a trasformarsi in un nuovo incubo: più che profitti, gli operosi bachi da seta produrranno infatti una gigantesca nuvola di farfalle nere che oscurerà l’isola, rendendola ancora più infernale. Romanzo di un realismo crudo e convincente, “La casa delle farfalle nere” di Leena Lander descrive molto efficacemente il clima di squallore e di violenza che si respira in questa specie di carcere minorile. Un clima di cui sono vittime non solo i ragazzi rinchiusi, ma i loro stessi carcerieri. E dal quale ci si può salvare forse per fortuna, forse per risorse individuali, ma certo non per efficacia rieducativa dell’istituzione. E infatti la salvezza del giovane protagonista del libro, Juhani (che alla fine ce la farà, a recuperare il filo perduto di una vita normale, da persona libera), è una vittoria individuale, non certo il risultato della “terapia riabilitativa” a cui è stato sottoposto in nome e per conto della società “perbene”.

 

 

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