Angela Barlotti

 

"Se hai un figlio che non mangia devi insegnargli a mangiare, se ne hai uno che non legge, devi insegnargli a leggere, ad amare i libri"

 

Ma in carcere è possibile davvero far amare i libri?

Intervista ad Angela Barlotti, una bibliotecaria che crede anche nelle imprese più disperate.

Angela Barlotti è la bibliotecaria di Ravenna che in questi anni ha seguito alcuni progetti, fra i più innovativi in Italia, di iniziative di lettura e di organizzazione della biblioteca nelle carceri dell’Emilia Romagna. E’ stata ospite della nostra redazione, e noi l’abbiamo subissata di domande.

 

Come è cominciata la tua attività in carcere?

Io faccio la bibliotecaria per i servizi biblioteche della Provincia di Ravenna, che fin dall’ ‘83 ha automatizzato le biblioteche dell’Emilia Romagna, siamo stati il primo polo che ha messo in rete tutti i cataloghi, interrogazioni e prestiti, che ha promosso prestiti interbibliotecari.

Nel ’94 un documento dell’IFLA (International Federal Library Association), che è il nostro riferimento internazionale, ha dettato delle linee guida per le biblioteche carcerarie e l’Unesco dal canto suo ha fatto un manifesto, dove incita le biblioteche ad uscire dalle mura istituzionali e a recarsi in luoghi insoliti dove le persone non sono abituate a servirsi della biblioteca, che invece deve diventare un diritto di tutti i cittadini, italiani, stranieri, ospitati nelle carceri, negli ospedali, malati, anziani, con disagio mentale. E’ un manifesto secondo me abbastanza unico, perché prima, almeno in Italia, la biblioteca era soprattutto di conservazione, non era certo il centro informativo del territorio, era un istituto che conservava la memoria. Da lì è nato il progetto delle "biblioteche fuori di sé": si tratta di biblioteche che non fanno le cose tradizionali, il catalogo, gli scaffali con i libri, fanno cose impensabili, tipo mettere una biblioteca in un Ipermercato, che non vuol dire portare lì la biblioteca, ma mettere un computer con il catalogo e la possibilità di chiedere a prestito i libri, e poi la Coop, che porta già a casa la spesa agli ammalati, ti porta a casa anche il libro…

Io ho pensato allora di contattare il carcere di Ravenna e da lì siamo arrivati a una convenzione tra la Provincia di Ravenna, la Regione Emilia Romagna e il Ministero di Grazia e Giustizia per operare nelle carceri di Rimini, Ravenna e Forlì.

Devo confessarvi che non sapevo esattamente come iniziare perché non avevo molta esperienza, avevo letto molto ma come pratica ero a zero, per cui non sapevo niente dell’art. 17, niente del carcere, tanto che il primo passo è stato di comprare l’Ordinamento penitenziario e studiarmelo a memoria.

Abbiamo iniziato l’attività organizzando degli incontri bisettimanali, sia a Rimini che a Ravenna. La prima iniziativa che tentai di fare fu coinvolgere i detenuti nella lettura cercando un libro che fosse adatto un po’ a tutti, italiani, stranieri, gente del nord, del sud, cattolici e non. Ci mettemmo a confrontare il Corano e la Bibbia, saltò fuori quella verità elementare che tutti abbiamo un Dio, che sia il Padre che sia Budda, che sia Allah… avevamo un po’ tutti un punto di riferimento. Da lì iniziammo a guardarci in un modo più di reciproco rispetto, perché prima eravamo un po’ nemici, c’era il Nord c’era il Sud, le differenti aree del mondo, insomma era tutto difficile. E così sono andata avanti pensando di aver trovato la chiave, poi invece ho incontrato alcuni ostacoli e ho capito che non si può lavorare nella stessa maniera nelle diverse carceri, bisogna sempre adattare le proprie iniziative, come andare in barca a vela con il vento che c’è e non c’è.

Il passo successivo è stato un progetto con il SerT di Rimini, finanziato dalla Regione, per organizzare un Centro di Documentazione per stranieri.

 

Un Centro di Documentazione per stranieri dentro al carcere?

Siamo partiti dal fatto che avevamo solo libri in italiano. Gli stranieri quando venivano in biblioteca mi dicevano che cosa volevano leggere, e io mi sono accorta di non essere preparata a tutte le culture che mi sono trovata dentro un carcere. A scuola noi italiani abbiamo letto soprattutto letteratura italiana, e poi un po’ l’inglese, la tedesca e la francese, e poco altro.. Da lì è nata l’idea del Centro, con libri e riviste in lingua e altri materiali utili agli stranieri, soprattutto periodici in lingua originale, visto che i ragazzi stranieri detenuti hanno bisogno di avere notizie fresche dal loro paese. Poi si è partiti con l’iniziativa di fare un corso per educare alcuni detenuti a questo lavoro di bibliotecari, abbiamo preparato le lezioni, comprato i computer, con il modem, la linea telefonica e il programma per la gestione della biblioteca, e abbiamo avuto anche il collegamento a Internet per consultare i cataloghi in linea. Alla fine tra i detenuti che hanno frequentato il corso uno ha avuto l’art. 21 ed è andato a lavorare al Seminario Arcivescovile. Pensate che ha catalogato ben 12.000 libri.

 

Ma chi aveva l’autorizzazione ad usare internet?

Noi insegnanti avevamo chiesto di poter usare Internet durante il corso per il collegamento a basi dati, attraverso l’Opac, che è l’interfaccia che diamo agli utenti in Internet, visto che tutte le biblioteche sono interrogabili. Quindi io ho bisogno di interrogare la base dati biblioteconomica perché devo catalogare i libri, devo sapere come fanno gli altri e copiare le catalogazioni nel mio Database.

 

Alessandro Pinti (detenuto bibliotecario): Tu hai iniziato dicendo che la biblioteca deve superare un concetto di conservazione dei libri, che bisogna uscire fuori e far venire giù i detenuti in biblioteca, far conoscere i libri da leggere. Questa è una aspirazione bellissima, è una cosa a cui aspiriamo tutti quanti. Però nelle carceri, io mi sforzo di dirlo tantissime volte alle operatrici che lavorano con me in biblioteca, esistono delle condizioni oggettive, è il sistema che impedisce questa diffusione in un altro modo dei libri, esistono delle carceri dove questo è oggettivamente impossibile. Io non credo che, nel carcere di Padova, il Direttore accetti che i detenuti a turno o a gruppi vengano in biblioteca.

 

Graziano Scialpi (Redazione di Ristretti): Questo non è detto, perché a Tolmezzo, con lo stesso Direttore, si scendeva una volta la settimana, potevi consultare i libri, ma non solo, entrava anche un’operatrice della biblioteca civica di Tolmezzo e portava novità appena uscite che potevi prendere in prestito senza alcuna formalità. Io poi ho girato tre carceri e in uno la biblioteca l’ho riorganizzata io, per cui me la sono vista da cima a fondo, ho visto la seconda e ho visto la terza, e devo dire che sono la fotocopia l’una dell’altra come numero di libri, fermi ad acquisti vecchissimi, pieni di immondizia che sono quei libri rimasti invenduti perché non interessano nessuno e poi finiti nelle carceri come "generosa" donazione.

 

Angela: A Ravenna per esempio la cosa funziona bene perché la biblioteca è nello spazio dell’ora di socialità, in mezzo ai detenuti, che lì fumano, scrivono, scartabellano dappertutto… secondo me la biblioteca deve essere "consumata". Non so se vi ricordate, la Mondadori, tanti anni fa, a Milano e a Rimini, fece partire degli spazi con le librerie e i bar dentro, un’iniziativa che in America c’era già da tempo. Allora, che cosa c’è di vergognoso, tu ti "mangi" il libro che ti serve per la mente ma ti mangi anche il panino e ti bevi il tuo bicchiere di vino.

Forlì fa già più fatica perché è in un posto dove i detenuti devono scendere accompagnati, e allora o ci vado io o ci va una volontaria, altrimenti loro non vanno in biblioteca, e non perché la direttrice non voglia, ma se il comandante dice "non ho agenti da mandarvi in biblioteca"… come si fa? quindi abbiamo chiesto il trasferimento della biblioteca in un posto che sia comodo alle celle, un posto dove ci siano i libri e i giornali che "consumi", cioè tu metti la biblioteca "storica" da una parte e la biblioteca "che consumi" dall’altra. E poi perché nei reparti non ci possono essere i libri?

 

Vorremmo capire meglio i "meccanismi" attraverso i quali hai potuto fare questa attività in carcere: tu sei una dipendente della Provincia, ed entri come dipendente nel tuo orario di lavoro, una parte del tuo lavoro è in carcere, giusto?

Sono riuscita ad avere, nel mio ente, una parte del mio orario di lavoro per le utenze disagiate, che sono gli stranieri, e io infatti mi occupo di multicultura, i malati, gli anziani, il disagio giovanile, e anche il carcere.

 

Perché si fa così fatica a far funzionare le biblioteche in carcere?

Secondo me manca la figura del bibliotecario professionale, che il Ministero di Giustizia dovrebbe istituire, perché non possiamo pensare che voi vi arrangiate da soli, ci deve essere una figura che va fuori-dentro, che si muove liberamente, che conosce voi e che conosce il di fuori, quindi porta risorse idee energie, soprattutto vi mette in rete, che è questa cosa che ho cercato di fare con Rimini e Ravenna e Forlì, e poi stampa i cataloghi, li mette in giro, fa circolare i libri.

 

Tu pensavi ad una figura istituzionale quindi, un operatore che si occupasse professionalmente delle biblioteche penitenziarie?

Il carcere è una comunità, nella comunità esiste la biblioteca, l’infermeria, l’ufficio educatori, esistono questi uffici, perché dovremmo pensare che le biblioteche non servono e vanno tagliate fuori? Ma il nuovo regolamento penitenziario purtroppo ancora non ne parla, anche se comunque qualche piccolo passo avanti l’ha fatto, perché prevede le biblioteche aperte ai detenuti.

 

Alessandro Pinti: Io ho fatto più o meno tutte le carceri di Italia, e posso dire che l’accesso diretto esiste solo nel carcere aperto, cioè nelle carceri dove ti aprono alla mattina alle otto e ti chiudono alla sera…

Tutti mi dicono che sono pessimista e non credo nella possibilità che anche qui si possa arrivare a un concetto di biblioteca più aperta, ma la mia non è una posizione conservatrice, è proprio una visione realistica del carcere che mi porta a pensare che in un carcere di media-alta sicurezza, come quello di Padova, l’idea della biblioteca che è aperta, e uno va lì, consulta il catalogo, sceglie il libro, lo prende in prestito, sia ancora lontana dalla realtà.

 

Angela: Intanto potete organizzarvi almeno per mandare nelle sezioni una stampa delle ultime novità, e tenere invece il catalogo in biblioteca. Però ci sarebbe un altro sistema per allargare un po’ l’iniziativa della biblioteca, per esempio qualcosa come il carrello con le vivande, perché non si chiede di mettere anche i libri di fianco? Ci sono le novità della biblioteca, io te le metto lì di fianco e tu ti prendi quello che vuoi, come fanno negli altri posti del mondo. E’ il carcere che ti deve proporre il libro, non può aspettare che tu faccia la domandina, tu non puoi sapere cosa c’è in biblioteca. La libreria, quando io vado, mi offre, e anche in biblioteca allora io ti offro e tu scegli sulla base delle offerte che io ti faccio.

 

Ornella Favero: Ad Alessandro risponderei che sei, sette anni fa sembrava impensabile in un carcere avere un’attività come quella del nostro Centro di Documentazione, con i detenuti che scendono in redazione, lavorano ai computer, organizzano l’attività, quindi io credo che si debbano tentare strade diverse e non fare mai affermazioni del tipo "Questo è impossibile".

 

Angela: Si tratta di cominciare con una piccola realtà, tu punti su dieci libri, porti su quelli, te ne va uno, però uno va, tu sai che semini, qualcosa rimane, e da qualche parte torna indietro sempre, magari non qui a Padova ma da un’altra parte, perché qualcuno qui domani va da un’altra parte e si porterà dentro il seme della biblioteca, quindi non stai lavorando solo per il tuo orticello.

Bisogna poi vedere che obiettivo ti sei dato, quando io sono partita pensavo di andare a mettere le biblioteche sulla luna, poi mi sono ridimensionata. Ho pensato che tre biblioteche in tre carceri andavano già bene, e poi è successo che hanno organizzato corsi di formazione per detenuti sulla base di ciò che noi avevamo fatto, iniziative in altre città, ed è partito tutto da quel piccolo seme lì. E poi le cose sono andate avanti dappertutto, tant’è che ora abbiamo l’ABC, alla quale ti puoi rivolgere. È l’Associazione Biblioteche Carcerarie, nata su iniziativa del Professor Montecchi, che è un docente dell’Università di Milano, e di Emanuela Costanzo, bibliotecaria dell’Università, io credo di essere stata la terza iscritta.

 

Che altre iniziative avete fatto per promuovere la lettura?

Angela: Abbiamo cominciato a proporre noi dei libri da leggere insieme, e dopo averli letti chi aveva voglia faceva delle recensioni, dei commenti, io li inserivo subito in Internet e li spedivo anche a Gabriele La Porta, che li leggeva in televisione su Rai Due al mattino. Quello che ho cercato di fare è stato da una parte di portare i miei colleghi dentro, e ci son riuscita poco fino ad ora, e dall’altra di portare fuori la conoscenza di quello che si faceva dentro, e questo mi è riuscito un po’ meglio, perché forse era il momento in cui l’Italia era curiosa di vedere cosa succedeva di là dalle mura del carcere.

In seguito ho incominciato ad essere amica di tutti gli scrittori, quando andavo alla presentazione di libri fuori, ai convegni, nelle librerie, poi me li portavo tutti in carcere. Vittorio Sermonti, che è diventato famosissimo facendo la prima lettura di Dante pubblica in una chiesa, poi è venuto in carcere, abbiamo letto Paolo e Francesco, e dopo i detenuti mi hanno chiesto altri passi della Divina Commedia, piano piano io facevo le fotocopie, non gli ho buttato là la Divina Commedia, ma qualche fotocopia di qualche pagina sì, e loro si sono appassionati. Il bibliotecario è un mestiere particolare, se hai un figlio che non mangia devi insegnargli a mangiare. La stessa cosa è per uno che non legge, devi insegnargli a leggere, amare il libro.

E poi abbiamo pensato di dedicarci alla letteratura straniera, che nessuno conosceva, e abbiamo fatto un laboratorio di lettura su un libro di Tahar Ben Jelloun. In quel periodo c’era la guerra in Kosovo, e a Rimini passavano i bombardieri dall’aeroporto, e intanto noi parlavamo di razzismo e di pace, e abbiamo coniato un decalogo con dieci frasi contro il razzismo, tradotte in tutte le lingue, visto che nel gruppo c’erano albanesi, croati, libanesi, marocchini, tunisini. Mi ricordo che, quando sono arrivata alla fine, uno di loro, un Rom, ci ha detto: "Io comunque a mia figlia un negro non glielo faccio sposare", facendoci provare la sensazione di aver parlato inutilmente di razzismo, e poi però ha cercato di spiegarci la sua posizione: "Non è razzismo, il mio, io voglio solo preservare la mia cultura, non ce l’ho con lui, può venire a mangiare quando vuole, stare a casa mia, viverci gratis, però sposare mia figlia no…". Anche lì, abbiamo dovuto fare uno sforzo di comprensione, di approfondimento, di confronto.

A un certo punto, è venuto agli incontri anche l’ispettore, e quando gli abbiamo detto che "noi non ragioniamo con la divisa", lui allora è venuto in borghese e ha detto la sua: "Io mi sono stancato di sentirmi dare del razzista quanto ancora non mi conoscete. Noi avremo dei pregiudizi, ma li avete anche voi su di noi; solo perché io sono italiano e faccio questo lavoro mi dite che sono razzista, no, non mi va bene, prima o poi così rischio di diventarlo davvero".

C’è sempre un’altra parte da cui vedere le cose, è stato bello questo andare dalla mia convinzione alla sua e tornare indietro. Abbiamo parlato di pace, abbiamo parlato di questo decalogo, abbiamo fatto questo libretto che si chiama "L’Albero del mondo".

Quindi è stato un dare e un avere, io ho ricevuto tantissimo e questo mi ha permesso di andare avanti, perché se non avessi trovato quello che mi hanno dato gli utenti in biblioteca non sarei andata avanti. E’ stato tutto un gratificarsi a vicenda, un caricarsi a vicenda, per cui ogni cosa che fai ti torna sempre indietro, centuplicata, e anche fuori si aprono spiragli nuovi.

 

Maria Stella Dal Pos (volontaria in biblioteca): A proposito di questi laboratori di cultura che a me sembrano molto interessanti, mi piacerebbe sapere le possibilità e i limiti che hai trovato per metterli in pratica.

 

Angela: Il limite primo è il numero, che deve essere un massimo di 15 persone. Io ho scelto che partecipasse anche un agente, perché bisogna che ci sia anche lui così impara a capire ed apprezzare il lavoro che fai, altrimenti tu sei qui e gli agenti sono là e ti vedono sempre come un rompiballe che gli dà fastidio; invece se sono coinvolti hanno un atteggiamento diverso e lì si divertono anche loro.

 

Marina Bolletti (volontaria in biblioteca): Io purtroppo sono una volontaria e non sono una bibliotecaria fissa. In compenso faccio la bibliotecaria fuori ed è già un dato che aiuta. Attualmente secondo me noi qui non abbiamo una vera biblioteca, invece abbiamo una richiesta molto forte di lettura, e un prestito, che per me è molto forte visto il tipo di libri che ci sono, che sono molto vecchi, fondamentalmente tutti. Però io per vera biblioteca intendo prima di tutto la biblioteca frequentabile, cioè dove uno se vuole scende e lì vede i libri, perché una cosa è avere un catalogo in mano e altro è vedere i libri.

 

Angela: E’ quello che dico io, che potreste almeno iniziare a far passare ogni settimana un carrellino con un po’ di libri, e poi studiare altre soluzioni.

Quanto alla dotazione di libri, vi posso anche spiegare che cosa ho pensato di fare io per aumentarla. La Prefettura, per diritto di deposito, ha due copie di tutti i libri che vengono editi nel territorio. Ora, io ho deciso che andrò dal Prefetto e gli chiederò queste copie, come faccio con tutte le altre biblioteche del territorio che mi danno i libri in conto deposito, in comodato gratuito. Per esempio, non mi dite che dell’ultimo romanzo di Ken Follett non comprano due copie quando esce. E allora dopo un po’ ti possono donare la seconda copia che comprano, visto che i libri che vanno per la maggiore in una biblioteca che si rispetti vengono acquistati sempre in due copie, perché i primi tre mesi vanno a ruba. Dopo i tre mesi te li possono dare; io in carcere ho tutti i libri di Wilbur Smith, di Ken Follet etc.

C’è da aggiungere che la Provincia ha un piano bibliotecario che finanzia le biblioteche, da noi lo sta facendo anche per quelle delle carceri in modo consistente, quindi la prima cosa è chiedere una convenzione con la Provincia.

Un ultimo suggerimento: in Internet ho trovato questo sito www.romanzieri.com,  e ho visto che lanciava questa campagna: "Aiuta una biblioteca donando un libro", io ho aderito, da quella volta mi arrivano dei libri tutti i giorni.

 

Insomma, si tratta di usare tutta la fantasia possibile per andare a scovare chi ti può dare finanziamenti, libri, qualsiasi tipo di aiuto per svecchiare delle biblioteche, che così come sono ora in molte carceri rischiano di scoraggiare i lettori, più che di aumentare il loro numero.

 

 

Precedente Home Su Successiva